«Fine Pasto» // Filippo La Porta su LEFT


(dalla rivista «Left» del 6 Febbraio 2016)

L’assai è come il niente. Quando siamo in cucina 
Vito Teti indaga gli eccessi della nostra dieta. Da quando è sempre domenica 

di Filippo La Porta


Una volta il timballo e le pasterelle si mangiavano solo la domenica, oggi a tavola è sempre domenica! Con la conseguente fine di ritualità e simbologie. Si esagera con il cibo, come si esagera con il cemento e con tutti i consumi in genere: un miliardo e mezzo di persone a rischio di diabete, tumori e patologie in cui l’eccesso di cibo è la causa prima. Che fare? Ci abbandoniamo a manie dietetiche? Torniamo al passato, alla moderazione e alla parsimonia?
Il libretto dell’antropologo Vito Teti Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi) si segnala per una qualità della documentazione e per un equilibrio raro. Ci avverte infatti che il rapporto uomo- natura non è mai idilliaco, che l’agricoltura preindustriale era fonte di privazioni, ristrettezze, staticità culturali gerarchie familiari. Però non rinuncia a cercare di nuovo una sacralità del cibo, una salute intesa non in senso puritano, un man- giare legato a convivialità, il cibo locale come marcatore di una identità mobile.
Teti ci parla di magro e grasso (una volta la grassezza era status symbol), di patatari e mangiafichi, di emigrazione e innovazione alimentare, di banchetti nuziali e funebri, dell’acqua come bene con- diviso, di civiltà del pane, di Pellegrino Artusi che volle unificare l’Italia sul piano gastronomico... Mi soffer- mo solo su due temi. Una sacrosanta sfuriata contro la «repubblica dei cuochi» (televisivi e mediatici), temibile autocrazia che aggredisce, urla e impedisce qualsiasi dialogo ( il cuoco Carlo Cracco come modello di una sacralità da tutti riconosciuta): il trionfo del cibo parlato e figurato.
E poi la acuminata decostruzione della “dieta mediterranea”, una leggenda e una strategia di marketing (slegata da qualsiasi area geografica del Mediterraneo), un mito inventato in ambito anglosassone anche se con un fondo di antiamericanismo (contro cioè uno stile alimentare omologante). Anche se almeno ci ricorda la antica relazione tra pia- cere, cibo e salute. L’autore conclude poi saggiamente con un modo di dire dei suoi luoghi ovvero la Calabri dove si dice : «L’assai è come il niente». 


Abitare il silenzio // Le sorelle povere di Santa Chiara a Scigliano

Esistono tanti, molti, modi di amare la Calabria, viverla, raccontarla, narrarla.
Quello delle sorelle povere Clarisse di Scigliano (che ho avuto la fortuna e il privilegio di incontrare e con cui ho stabilito un profondo e intenso dialogo) mi sembra uno dei più veri, sofferti, intensi, originali.



La Calabria, loro non calabresi, giovani e colte, non l’hanno subita, l’hanno scelta e l’hanno eletta a luogo della loro pratica spirituale, del loro silenzio, delle loro preghiere, del legame profondo con la gente. Un’esperienza che merita di essere segnalata e conosciuta perché aiuta molto questa nostra terra difficile.



Non cercano visibilità e non vogliono uscire dalla nostra marginalità, ma sentono profondamente «che il dono fatto a noi vada condiviso, innanzitutto con la testimonianza e poi con quello che il Signore nella fantasia dello Spirito vorrà suscitare». Mi faccio, con garbo e con rispetto, da fratello povero che cerca la verità, la giustizia e Dio, di queste splendide e meravigliose sorelle, anche con gratitudine, latore di questo loro desiderio e attraverso questo mio blog riporto gli auguri di buon Natale che inviano alla gente di Calabria.




Qui di seguito, trasmetto gli auguri che le Sorelle hanno voluto inviare a tutti i lettori del blog:

Monastero S. Maria delle Grazie Scigliano 
Natale del Signore 2015

Voglio riconoscerti quando vieni,
vagito di un piccolo che racchiudi la Parola del Dio onnipotente.
Voglio riconoscerti quando vieni,
fatto carne e sangue della mia fragilità 
mentre Eterno prendi dimora nel tempo del mio andare
e fecondi di speranza l’attesa, di presenza l’assenza. 
Voglio riconoscerti quando vieni,
in quella ferita che apre una finestra sugli abissi del cuore
e segretamente ne allarga gli spazi. 
Voglio riconoscerti quando vieni,
quando passi dentro l’amarezza di un fallimento, 
quando ti affacci nella condivisione di una gioia inaspettata,
quando ti mostri attraverso le vie svelate dalla nostra debolezza.
Voglio riconoscerti quando vieni,
in un dolore incomprensibile che ci lascia muti e arresi 
e quando la potenza della Vita rifiorisce più forte della morte.
Voglio riconoscerti quando vieni,
nella sofferenza che mi grida dentro, che ha ogni volto e ogni nome,
negli occhi smarriti di un bambino abbandonato,
nel rifiuto a cui la nostra indifferenza sottomette chi fugge dalla propria terra,
nell’accoglienza dell’altro che mi sta accanto con tutto il suo irriducibile mistero.
Voglio riconoscerti quando vieni,
per entrare nelle inquietudini che solo in Te trovano pace
e per rivelare l’infinita Bellezza che risplende nei nostri passaggi più oscuri e frammentati.
Voglio riconoscerti quando vieni,
quando pronunci lo scandalo della tua ultima parola

che è sempre misericordia. 

Santo Natale e felice anno nuovo! 
sr. Chiara e sorelle









Buonvicino // «Premio Ippolito Cavalcanti»


Segnalo con piacere e gratitudine l'incontro di quest'oggi, all'interno dell'iniziativa «Rapsodia d'autunno» di Buonvicino, dedicato al tema Cibo, cultura, sapori e simboli nel Mezzogiorno d'Italia.

Al termine del convegno riceverò il premio «Ippolito Cavalcanti», un riconoscimento che porta il nome dell'autore di uno dei più importanti e classici trattati di cucina meridionale e napolatana.  Ippolito Cavalcanti (1787- 1860 circa), figlio di Guido e duca di Buonvicino, è tra l’altro autore della Cucina teorico-pratica, pubblicata la prima volta a Napoli nel 1837 e alla quale aggiunge, nella seconda edizione del 1839 l’appendice Cucina casarinola co la lengua napoletana. Il trattato e l’appendice in lingua napoletana hanno un grande valore per la storia dell’alimentazione e della gastronomia meridionale ed europea. 

La tradizione di piatti della grande cucina italiana e francese del tempo si arricchisce, in maniera originale e innovativa, grazie alla proposta di preparati popolari e casalinghi dove trovano impiego anche pomodori e peperoncino e peperoni, prodotti ancora praticamente ignorati dai trattati gastronomici.


Monasterace // L'Ufficio di San Nicola

Con piacere segnalo questa preziosa iniziativa, presso il comune di Monasterace, dedicata a San Nicola: «L'Ufficio di San Nicola. Un santo tra Oriente e Occidente, tradizione e modernità». Il 5 e il 6  dicembre al Duomo di Monasterace Superiore.


«Terra Inquieta» // Presentazione a Delianuova

Venerdì 4 Dicembre, presentazione di Terra Inquieta alla libreria «Librarsi in Aspromonte» di Delianuova. Discuteremo del libro insieme a Francesca Neri e Otello Profazio.



«La Guerra. Una storia siciliana» // Presentazione del volume di Tony Gentile



È con grande piacere che segnalo il volume di Tony Gentile, con un racconto di Davide Enia: La Guerra. Una storia siciliana (Postcart). Un libro fotografico importante sulla Palermo e la Sicilia della guerra di mafia, dei morti ammazzati per strada, delle stragi e di chi con coraggio si è opposto e ha combattuto per affermare la legalità.

Venerdì 27 Novembre, a Reggio Calabria, la presentazione del volume.


Il Mattino // «Fine pasto»

Grazie davvero a Francesco De Core e al Mattino per questa attenta riflessione sulla dieta mediterranea a partire da «Fine pasto».





Il Quotidiano del Sud // «Fine Pasto»

Il mio ringraziamento ad Alberto Gangemi per la sua recensione e la cura delle pagine, Salvatore Piermarini per le immagini, Rocco Valente, direttore del Quotidiano del Sud, per la sua attenzione.




Fine pasto / Intervista su Gazzetta del Sud


Grazie a Domenico Nunnari per questo stimolante dialogo su «Fine Pasto», ospitato da Gazzetta del Sud.




In libreria // «Fine pasto. Il cibo che verrà»

Sono contento di segnalare a tutti gli amici e ai lettori l'uscita di «Fine Pasto. Il cibo che verrà», (Einaudi).



Silvana Guarna // Note su «Terra Inquieta»

Riporto con gratitudine, stima e affetto il testo della lettera che Silvana Guarna mi ha inviato dopo la lettura di «Terra Inquieta», in concomitanza con la presentazione del libro al circolo culturale Rhegium Julii.



Carissimo Vito, cerco di indicarti alcune annotazioni trascritte dopo aver rapidamente letto questo tuo splendido libro. In effetti, appena comprato l'ho divorato in quattro giorni per il desiderio di terminarne la lettura in tempo, prima della tua venuta a Reggio per la presentazione. Leggendo lo gustavo pagina per pagina come si fa con un bel vassoio di pasticcini. Basta guardare l'indice per restarne affascinati e incuriositi: è un susseguirsi variegato di capitoli con titoli e sottotitoli annunziati da quasi misteriose indicazioni geometriche (linea ondulata, linea curva, linea retta, linea spezzata). Ci si rende subito conto della vastità degli argomenti trattati. È come un'epopea della Calabria, quasi una «chanson de geste» riscritta da Vito e attualizzata ai nostri giorni. Si ritrova una ricchezza bibliografica straordinaria, una varietà di testi letti, citati e analizzati da Vito. Le molteplici informazioni e testimonianze dirette rielaborate e messe a confronto lasciano l'emozionante sensazione di avere accanto a lui personalmente conosciuto e visitato questo universo della gente di Calabria. Le numerose citazioni riportate in diverse pagine del volume sono state da Vito sapientemente scelte e ponderate e ci fanno percepire, coinvolgendoci, le sue più intime emozioni.

Ho avvertito in questo libro, maggiormente che negli altri, qualcosa di un Vito più profondo, quasi più segreto, ma di cui lui vuole farci partecipi. Come, ad esempio, quando riporta gli accorati versi di poeti calabresi, poco noti, per farci sentire il senso dell'angoscia del presente nei paesi ora abbandonati e del rimpianto dei tempi belli del passato. Per chiarire e giustificare meglio le sue riflessioni, Vito attinge a brani di tanti autori differenti. È come suonare tanti strumenti con varie tonalità, ma l'insieme rivela una grande armonia. Vito è andato a visitare numerosi paesi di questa nostra amata terra di Calabria, ma le sue visite non sono state tipo «mordi e fuggi» ma piuttosto l'inizio di tanti ritorni negli stessi luoghi verso i quali egli sente affetto, rispetto, dedizione filiale. Li considera sue creature e nello stesso tempo avverte di essere stato da essi generato perché è figlio di questa Calabria.

Dobbiamo essere grati a Vito perché ci ha fatto conoscere tante realtà dei nostri paesi, a molti purtroppo ancora sconosciute e perfino, talvolta, disprezzate. Ci sarebbero ancora tante considerazioni da fare, ma, per ora desidero chiudere queste mie annotazioni dopo la veloce lettura del libro, trascrivendo da pagina 381 i versi del poeta arabo del VII secolo Laylà, che danno conto, in parte, dice Vito, «di un mio stato d’animo»:

Non è l'amore per i luoghi che mi rapisce il cuore, ma l'amore per coloro che vi hanno abitato. 

Silvana Guarna

Terra Inquieta // Premio Nazionale «Vincenzo Padula»


I giurati dell'VIII edizione del «Premio Nazionale Vincenzo Padula» hanno assegnato a Terra Inquieta il riconoscimento per la sezione Narrazioni e scritture del nostro tempo. È un premio che mi riempie di orgoglio e che sono felice di ricevere assieme ad altri intellettuali che stimo come Maurizio Torchio, Umberto Ambrosoli e ad alcuni tra i miei punti di riferimento in ambito cinematografico, letterario e musicale, come Ettore Scola, Daniel Pennac e Vinicio Capossela. Grazie davvero alla «Fondazione V. Padula» per il suo lavoro e la sua preziosa attività.

La premiazione si terrà sabato 7 novembre alle ore 17, al palazzo San Severino Falcone di Acri.

Sul sito della Fondazione V. Padula è possibile scaricare l'intero programma dell'iniziativa.




Frana, metafora di crolli annunciati

Anche i grandi giornali nazionali aprono oggi con la descrizione dei luoghi e paesi di Calabria, devastati dalle piogge e dalle frane. Chi conosce questa terra si trova di fronte a infiniti «deja vu». L’urlo del torrente, come scriveva Alvaro, e il rantolo del Drago, ascoltato a Cavallerizzo, fanno parte della memoria sotterranea, delle paure, delle culture della gente. Almeno a partire dalla fine dell’Ottocento – grazie ai meridionalsti e con Giustino Fortunato – sappiamo che quello che era considerato un Eden in realtà rappresentava uno sfasciume geografico che però che si era determinato nel corso dei secoli di abbandoni, disboscamenti, devastazione e incuria del paesaggio. Ad ogni alluvione e frana, con o senza morti, seguono analisi, mea culpa, denunce, promesse e l’impegno di tecnici e di politici che tutto ciò non avverrà mai più. Scrivo da decenni di questa storia di incurie e di abbandoni, di promesse interminabili e di progetti annunciati e mai portati a termine. Negli abitanti delle zone interne, che non sono del tutto innocenti rispetto alle esigenze della natura, subentra una sorta di sfiducia, di apatia e di rassegnazione. Le descrizioni di frane, crolli di abitazioni, alberi, ponti, con morti e ferite, sono in realtà cronache di morte annunciata se non evocata o attesa.

La politica scorge in queste catastrofi presentate come naturali e imprevedibili – ma in realtà frutto delle scelte dissennate degli uomini, di incuria e cementifiaczioni - un’ulteriore occasione di clientela e arricchimento. Osservo con sgomento e con dolore, con impotenza e rabbia, quanto avviene davanti ai miei occhi e alla mia anima, sotto casa mia, nei paesi vicini. Mi viene voglie di scrivere e raccontare, ma non ne ho la forza, avverto di diventare rituale e ricorrente come le piogge, le frane, le politiche di rapina dei gruppi dirigenti che si succedono e che non rovinano mai. E allora basta andare a guardare in qualche mio articolo, in qualche pagina di libro, in qualche file mai pubblicato, in foto recenti o del passato per esprimere un mio planctus di indignazione e l’invito a questa classe politica di fare qualcosa o di andarsene, prima che se ne vadano tutti i paesi (come già raccontava Costabile) e che si svuoti di tutti i suoi abitanti.


Camini / Alluvione primi anni Cinquanta


Frana, metafora di crolli annunciati
di Vito Teti 

(in «Il Quotidiano della Calabria”, sabato 31 gennaio 2009)

La Calabria frana. Frana, in forme antiche e in forme nuove, ormai da decenni. Nell’indifferenza più totale. Spesso nel compiacimento dei gruppi dirigenti. Perché qui da noi, come ricordava Alvaro, chi governa e chi comanda ha costruito fortune sulle catastrofi naturali e sulle disgrazie della gente. Frana la Calabria e la frana appare metafora di crolli annunciati. Muoiono persone, ma scompaiono anche paesi, centri storici antichi, e anche le costruzioni della modernità. Di una modernità creata in maniera dissennata e senza un senso di compiutezza e di progettualità.
Da anni si sprecano energie, miliardi, discorsi sul ponte da fare o da non fare e intanto i paesi, che dovrebbero essere collegati, chiudono, si sgretolano, scendono a valle. Le frane sono il segno (la causa e l’effetto) di uno svuotamento più generale, dell’indifferenza nei confronti del territorio. Qui da noi prosperano i retori delle bellezze naturali, che spesso sono i responsabili o i complici delle devastazioni. Si elucubra sulla vocazione turistica della regione, ma le strade che dovrebbero portare i turisti non sono percorribili; ci si riempie la bocca con la California d’Italia, ma i luoghi simbolici del turismo e della bellezza (prima Soverato e, adesso, Tropea, “la perla del Tirreno”) crollano per l’incuria e le inadempienze degli uomini. Non c’è calabrese che non si commuova per la bellezza delle sue spiagge e delle montagne e intanto abbiamo permesso che questi luoghi venissero riempiti di veleni di ogni genere. La tendenza all’autodistruzione di tanti calabresi lascia davvero sgomenti. La Calabria che frana, nei mesi invernali, è l’altro volto della Calabria che brucia nei mesi estivi. Lo scrivo da anni, ripetendo e, forse, annoiando, nei miei libri e nei tanti articoli apparsi su questo giornale. Lo ha ricordato, con riferimento agli incendi, Mario Minervino in suo lavoro appena uscito. E non abbiamo fatto che aggiornare il grido, le denunce, gli allarmi che arrivano da lontano.


Camini / Processione
Lo scrivevano i meridionalisti, che sapevano ascoltare le parole dei contadini. Nitti a inizio Novecento riporta quanto gli dice un contadino di Rossano: «Qui abbiamo un Dio, che quando piove ci porta a mare, e quando non piove secca il mondo. Questo anno non ha piovuto da sei mesi e siamo tutti disoccupati e in miseria». Lo sapevano i nostri scrittori. Perri scrive: «Una volta cominciate le piogge non si sapeva come sarebbe andata a finire; perché in Calabria, o il tempo è secco, e allora bisogna mettere fuori tutti i Santi delle chiese per vedere un po’ d’acqua; o piove, e specialmente quando piove con lo scirocco, non la finisce più». Un “paradiso abitato dai diavoli” venivano detti Napoli, il Sud, la nostra regione. Abbiamo distrutto e devastato il Paradiso e sono prosperati, cresciuti in quantità e in qualità, i diavoli.

Frana di Cavallerizzo
Frana la Calabria, ma è una frana più vasta quella che preoccupa. È la frana di una classe politica decrepita, che non vuole cedere il passo. È la frana di quei partiti che si permettono il lusso di creare e alimentare divisioni e lacerazioni in un territorio (come il Vibonese) già frammentato e martoriato. È la frana dei gruppi dirigenti, del mondo delle imprese, dei tecnici, degli intellettuali che assistono, apatici, indifferenti, complici, alla devastazione di tutta la regione. È la frana dei sogni e delle speranze. È anche la frana della pietas e della compassione. È la frana che segnala la più totale mancanza di “religione”, di un qualsiasi tessuto connettivo e comunitario. Quando chi governa, chi gestisce i fondi, chi dovrebbe salvaguardare e valorizzare il territorio si sveglierà, forse, sarà troppo tardi.

Assistiamo sgomenti al ripetersi di strazi conosciuti, a pianti tante volte ascoltati, a funerali che provocano dolore e disagio. Le cronache di oggi assomigliano troppo a quelle di ieri e di avantieri per non pensare che qui c’è una tendenza a ripetere gli errori di sempre, per non capire che tutto cambia a parole e niente cambia davvero. Nel 1951 era toccato ai paesi dell’Aspromonte, del versante jonico, delle Serre: ad Africo, a Casalnuovo, a Brancaleone, a Badolato, a Ragonà, a Nardodipace. Esodi, trasferimenti di abitati, dispersioni. Nelle cronache dell’epoca si possono leggere le dichiarazioni dei politici che gridavano “mai più!”. La stessa promessa all’inizio degli anni settanta dinnanzi alle rovine di Roghudi, di Chorio, e ancora di Nardodipace. Di nuovo rovine e dispersioni, nascita di doppi inabitabili e inospitali. Fortune di gruppi malavitosi che si affermano grazie al controllo dell’edilizia pubblica e privata, preludio alla nascita del controllo delle armi e delle droghe. È di cinque anni fa il crollo di Cavallerizzo. Non si verificano morti grazie alla vigilanza delle popolazioni, ma il paese viene abbandonato. Si disse ancora che non si sarebbero più verificati crolli come quello di Cavallerizzo. Adesso Bertolaso, il responsabile della Protezione civile, oggi con un nuovo ruolo, torna per prendere atto di quello che sapeva, che tutti sapevamo, che lui stesso aveva denunciato: essere la regione terra in bilico, sfarinata, a rischio geologico, e anche a forte rischio sismico. Cosa si fa tra un annuncio e una catastrofe sempre imminente e incombente? Convegni, libri, analisi in occasione del centenario del terremoto del 1905 e di quello del 1908 e intanto la regione è la prima in assoluto per rischio terremoti e l’ultima per prevenzione. Rispetto al passato, siamo in grado di prevedere, di monitorare il territorio, di seguire l’andamento delle piogge e l’evoluzione delle faglie. Si sa tutto e non si fa niente. Ci sono i soldi e le competenze per contrastare le devastazioni della pioggia e del fuoco, non c’è la volontà, non c’è nemmeno la capacità di spendere.

Frana di Maierato
Frana di Maierato
Gli amministratori e i politici ripetono le stesse cose ma intanto si stenta ad avviare - nonostante l’impegno di tecnici di grande competenza come Salvatore Orlando e la presenza in giunta di Domenico Cersosimo - i Por che dovrebbero proteggere la montagna, difendere i boschi, arrestare lo svuotamento dell’interno. Dove è l’inghippo? Perché non si procede speditamente, senza tenere conto degli appetiti di mille questuanti, che invocano i soliti interventi a pioggia e frammentati, che non servano a questa terra che ha bisogno di un’idea e di un progetto unitari? Gli amministratori di centinaia di comuni grandi e piccoli chiedono, a ragione, lo stato di calamità, fondi straordinari, nuovi sussidi. Nessuno spiega, tuttavia, mai come sono stati spesi i soldi avuti, nessuno si presenta con un piano di difesa e di tutela del territorio. Nessuno spiega perché vengono sventrate le montagne, devastati i fiumi, chiuse le vie naturali delle acque. Senza una ragione, senza una finalità, senza un utile, che non sia l’arricchimento veloce di ceti e gruppi di potere famelici, insaziabili, disposti a tutto.

Africo / Rovine del paese abbandonato dopo l'alluvione del 1951
Gli ordini delle professioni che si occupano del territorio, ad ogni catastrofe, ricordano che i loro allarmi non vengono ascoltati, che gli amministratori sono insensibili, ma non dicono mai perché tanti tecnici sono totalmente subalterni al potere politico, perché firmano progetti e piani di opere improbabili, perché si rendono responsabili di una cementificazione selvaggia che genera frane e sconquassi. Chi firma il progetto di ponti, di palazzi, di case che crollano? Chi controlla le mille opere incompiute? Chi rende possibili le varianti delle varianti e le varianti delle varianti delle varianti? All’infinito. Senza realizzare mai nulla, se non la creazione di economie e di mentalità illegali.

Africo / Rovine del paese abbandonato dopo l'alluvione del 1951
Si ripete, con una ritualità stucchevole, che il territorio è la nostra ricchezza e invece sappiamo che è la ricchezza di mafie, ’ndranghete, clienti, costruttori, tecnici contigui alla criminalità, al malaffare, ai procacciatori di fondi e di finanziamenti europei. Non c’è metro quadrato che non venga controllato dalla criminalità e le cronache recenti hanno parlato di costruzioni non in regola, di cemento che manca nei pilastri, di opere incomplete e arrangiate, di ponti costruiti senza criterio, di colline e montagne sventrate soltanto per fare profitti. La creazione della stazione unica appaltante, voluta dalla Giunta Regionale, è una notizia in controtendenza. Bisogna renderla operativa. Bisogna che si muovano lungo questa strada anche le province, i comuni, oserei dire anche i “privati”. La legalità, la moralità, le regole, la capacità di progettare e di inventare pensando al bene comune, alle risorse naturali e umane, diventeranno mai un patrimonio condiviso, un codice etico praticato? Cesseranno di essere soltanto slogan, formule liturgiche, scongiuri di maniera? C’è ancora qualcuno (i partiti? il sindacato? la chiesa? le università? le imprese?) in grado di assumere impegni, di caricarsi di responsabilità, senza promettere, senza annunciare, senza attendere, semplicemente mettendo in atto quelle azioni, quegli interventi, quelle iniziative che ogni cittadino perbene e di buon senso conosce e che, da lungo tempo, da troppo tempo, ormai si attende?

Nostalgia di Pasolini // La vergogna scomparsa

Il Quotidiano del Sud, ripropone oggi un articolo apparso il 23 luglio 2012. L'articolo seguiva la pubblicazione di una lettera di Pasolini a un amico calabrese, rinvenuta dallo studioso Roberto Losso. Intorno a quel pezzo si era sviluppato un lungo dibattito, che Il domenicale di oggi recupera.
Non sono mosso dall’autocitazione e dall’autoreferenzialità: purtroppo quanto scriveva Pasolini e quanto, molto più modestamente, commentavamo noi, resta sempre attuale. Le condizioni economiche, civili, politiche, morali della Calabria sono, da allora, se possibili peggiorate. 



La vergogna scomparsa
di Vito Teti

Mi sono trovato, spesso, come altri, dinnanzi a qualche avvenimento pubblico inquietante e indecifrabile, a domandarmi cosa avrebbe potuto dire o come avrebbe saputo commentare Pier Paolo Pasolini. Riconoscendo così valore profetico e potenza etica alle parole del poeta. Ma se Pasolini ha avuto il dono della profezia, pagata con un inenarrabile dolore e con lucida sofferenza, dobbiamo - immagino - essere capaci di leggere le sue parole alla luce del presente e non “indaffararci” a ipotizzare quali altre parole avrebbe potuto dire. Pasolini ha pronunciato parole di verità, valide per il presente, attuali, premonitrici, come possiamo leggere nella sua lettera al dott. Nicolini, scritta nel 1959 all'indomani della sua venuta in Calabria per il premio Crotone. Pasolini conosceva bene la Calabria, la sua storia e la sua poesia e conosceva le culture locali e tradizionali dell'Italia a cominciare da quelle del Friuli per arrivare a quanto "resisteva" nelle borgate romane. I suoi studi e le sue pubblicazioni sulla poesia popolare restano ancora un omaggio a un mondo di miseria, di cui come dice Pasolini nella lettera, non bisogna vergognarsi (come scriveva anche Alvaro in una sua celebre nota di viaggio). La vergogna non consiste in ciò che si è o in ciò che si ha, ma nel presentarsi come non si è, nell'inseguire modelli esterni, nel fuggire dalla propria storia. La nostalgia di Pasolini, come affermava nel 1975 nella celebre polemica con Calvino, non è mai rimpianto sterile del passato, ma rispetto e pietas di un mondo ce è stato e non c'è più, ma critica del presente, del "mondo così com'è", della convinzione che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Pasolini ci preannunciava quello che, nel tempo avremmo visto e, forse, ci invitava a scongiurare le derive di cui poi "noi" calabresi siamo stati capaci. O incapaci. L'incapacità di costruire un'identità non retorica, aperta, non dipendente dalle immagini esterne. La nostra presunta "identità" è fatta di retoriche e di fughe all'indietro, nella tendenza a magnificare una "classicità" scomparsa e non "viva" e realmente rigeneratrice, come aveva ricordato Alvaro. Un'identità non per sé o in relazione all'altro, ma spesso contro l'altro, fatta di risentimenti, di rivalse, di richieste, di lamentele, di localismi, di leghismi alla rovescia.

La psicologia della persecuzione, che spesse volte si trasforma in psicologia degli assediati e che si traduce nella difesa, comunque, di un "noi" che tende ad assegnare le colpe di quello che accade sempre agli altri, ai forestieri, ai governanti nazionali, a chi non ci comprende, a chi ci sfrutta. Pasolini metteva in guardia contro questa psicologia e, invece, abbiamo fatto di tutto perché la sua "profezia" (temuta) si avverasse. Esaltiamo coste, paesaggi, montagne, colline e tutto abbiamo abbandonato, devastato, avvelenato. Tanto, la responsabilità è sempre degli altri. E ogni volta che il presente ci inchioda alla nostra "ultimità", alla presenza inquietante della 'ndrangheta, alla commistione malavita, politica, amministrazioni e professioni pubbliche, agli indici elevatissimi di disoccupazione, alla mancanza di servizi, all'abbandono dei centri storici e alla devastazione dei luoghi, si alzano subito i retori dell'identità, che idealizzano il passato, invocano un paradiso mai esistito, inventano il buon tempo antico. Se qualcuno ci ricorda la presenza ossessiva e oppressiva della criminalità, eccolo subito il nostro politicante (o il suo ammiccante servo) a ricordarci che non tutto è 'ndrangheta, che la Calabria è anche altro. Se poi qualcuno cerca di segnalare, con fatica, con gentilezza, le positività della regione, ecco l'altro volto del calabrese che si lamenta che siamo soli nel contrastare la 'ndrangheta. Siamo bravi nel passare dall'autodenigrazione all'autoesaltazione, dall'autodistruzione all'autocompiacimento.

Mancanza di regole, di normalità, di sguardo lucido, di pensare noi stessi senza avere bisogno dell'Ombra degli altri. Sì perché l'Ombra che dobbiamo riconoscere, assumere, contrastare è la nostra: sono le nostre oscurità, i nostri passaggi sotterranei, la nostra "ombrosità", il lato inquietante e ingombrante della nostra storia. Tra di noi e di noi ci diciamo le cose peggiori: siamo i precursori del metodo Boffo, ma guai poi a sentire parlare male della Calabria. Ecco il rancore, il risentimento, l'ombrosità. Per un malinteso senso del "noi", per bisogno, per soggezione, per indulgenza, per carità di "patria", ma anche per convenienza, tendiamo a chiudere gli occhi dinnanzi a tutto. Facciamo come gli struzzi, come con grande profondità scriveva e temeva Pasolini. Non vediamo niente, non sentiamo, non sappiamo. La colpa è sempre degli altri. Crediamo alle favole e alle leggende metropolitane. Qui si impegnano miliardi di spesa (o di false spese) senza sapere quale atto si è firmato, si candidano nelle proprie liste indagati, condannati, inquisiti perché non sappiamo chi abbiamo candidato, si costruiscono depuratori inesistenti. Solo da queste parti un sistema di potere soffocante viene proposto come "modello". La vergogna, caro Pasolini, è scomparsa. La ricchezza acquisita non si sa come (o si sa troppo bene) e il potere di disfare e non fare sono esibiti come titolo, come qualità, come segno di novità e di cambiamento. Non è un processo giudiziario, come insegnavi tu, ma è un processo politico. Non ho le prove dicevi, ma conosco i responsabili, li conosciamo tutti, a memoria, uno per uno. Soltanto siamo incapaci di indignarci, di mandarli a casa, di chiedere loro conto, e tutti in qualche modo, per pigrizia, per viltà, per comodità, per mancanza di prospettiva, per sfiducia, per inesistenza dell'opposizione e della società civile, facciamo parte di un bel bestiario di struzzi. E quelli che provano, e non sono pochi, ad alzare la testa, a guardare verso il cielo, a cercare la luce, scontano la solitudine e rischiano l'isolamento, quando non l'annientamento.
In fondo, nascondere la testa nella sabbia è comodo, conviene.

Non vediamo gli altri e ci si illude di non essere visti. Salvo poi a scoprire che anche quella "sabbia" nella quale nascondiamo la testa è inquinata, avvelenata, mortale. Per tutti. Alvaro, Pasolini, molti altri con minore intensità, forse con minore efficacia, anche se non con minore tormento, hanno provato a dirlo, ma i poeti e i profeti qui non hanno fortuna oppure debbono attendere qualche secolo come è capitato all'abate Gioacchino e a Campanella. Grazie Pasolini, domani sarò in buona compagnia, con un poeta come te, perché qualcuno mi accuserà di avere calunniato la Calabria e di avere seminato pessimismo o di avere generalizzato. Continuino a farsi del male e a fare del male, a comportarsi come struzzi, certo geneticamente modificati, ma sempre uguali alle "bestie" che vogliono restare con gli occhi chiusi, immaginando, erroneamente, di non essere visti.







Salvatore Piermarini // Nostalgia di Pasolini

Ci sono luoghi di Roma che rammentano indelebile il passaggio di Pier Paolo Pasolini: ancora oggi sembrano intatti e incontaminati come ieri li avevo sempre cercati, attraversati e fotografati, senza mai fotografarLo. La sua presenza era nelle cose e nelle case, nei personaggi e nello sguardo, nella vita corsara e nelle pagine fertili, nella voce inconfondibile e nelle sfrontate ceneri che ispiravano l'occhio. Le eretiche profezie disseminate nella sua opera - come le scomode visioni dei suoi film - sono figure presenti che s'intrecciano, quarant'anni dopo, alla vita e alle vicende della nostra storia.
Ho sempre immaginato come fossero andate le cose all'Idroscalo di Ostia, in quella notte fra il giorno dei santi e quello dei morti del 1975. Sono certo di come siano andati i fatti, quasi come li avessi visti; tuttavia "non ho le prove" per raccontare i dettagli dell'agguato multiplo, accanito e concentrato sulla sua persona.
Il mare di Roma e quella porzione di spiaggia tra le pozzanghere, i canneti e i frangiflutti, sembrano proteggere le tracce di Pasolini, lo spirito audace e la memoria coraggiosa, proprio lì alla foce del Tevere, sul confine della Torre Michelangiolesca di San Michele e le rovine immortali di Ostia Antica.

S.P.


 Baraccopoli del  Mandrione Roma 1975 © Salvatore Piermarini

  Baraccopoli del  Mandrione Roma 1975 © Salvatore Piermarini

  Baraccopoli della Magliana Roma 1968 © Salvatore Piermarini
Idroscalo di Ostia 2006 © Salvatore Piermarini
 Idroscalo di Ostia 2013 © Salvatore Piermarini
Idroscalo di Ostia 2005-2006 © Salvatore Piermarini

Idroscalo di Ostia 2006 © Salvatore Piermarini
 Idroscalo di Ostia 2013 © Salvatore Piermarini
 Scalo San Lorenzo - Ostia Antica 2008 / © Salvatore Piermarini
 Idroscalo di Ostia 2005-2013 © Salvatore Piermarini

Idroscalo di Ostia 1991 © Salvatore Piermarini



Biblioteca Nazionale di Cosenza // Lectio Magistralis sulla dieta mediterranea

Il 30 ottobre, alle ore 17.00, nella sala “Giacomantonio” della Biblioteca Nazionale di Cosenza, avrò il piacere di tenere una lectio magistralis sul tema: La dieta mediterranea, realtà, mito e prospettive.

Questo appuntamento chiude i sei mesi della mostra bibliografica che la Biblioteca Nazionale ha organizzato in occasione dell’Expo 2015, dal titolo Cosenza: alimentazione nei secoli. L’esposizione bibliografica, curata da Elvira Graziani e Rita Fiordalisi, racconta il mondo dell'alimentazione calabrese, con particolare attenzione verso le tradizioni della città di Cosenza, i prodotti tipici e la cucina del passato, legati all’economia rurale e agricola, all’indotto finanziario delle fiere e dei mercati.

Introdurrà la Direttrice della Biblioteca Nazionale di Cosenza Elvira Graziani, interverranno il Presidente della Provincia On. Mario Occhiuto e il Presidente del Consiglio comunale di Cosenza Luca Morrone. Coordinerà Teresa Caligiure, Dottore di ricerca dell’Unical.
Concluderà Francesco Perri del Conservatorio di Cosenza con il concerto di musica classica dedicato al  Il cibo in musica. 

L’evento, patrocinato dal Comune di Cosenza, è aperto al pubblico.

Cliccando qui è possibile leggere e scaricare il testo del mio saggio dedicato alla dieta mediterranea apparso all'interno del volume «L'Italia e le sue regioni. L'età Repubblicana», curato da Mariuccia Salvati e Loredana Sciolla ed edito dall'Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani.


Vibo Valentia // Risorgimento, patrioti e memoria alla Scuola media «Garibaldi»

Un'esperienza unica e appassionante quella vissuta il 26 ottobre nella Scuola media Giuseppe Garibaldi di Vibo Valentia. Si è parlato di Risorgimento, patrioti, amore e ribellione, memoria e luoghi grazie all'iniziativa del prof. Martino Marafioti, sostenuta con convinzione dalla dirigente prof.ssa Rosaria Galloro, che ho incontrato dopo tanti anni.


In fondo un "ritorno" perché tra le docenti ho ritrovato una mia ex allieva (laureatesi con me 20 anni fa all'Unical) prof.ssa Antonia Blotta e care amiche come Malvina Galati e Maria Stella Galati. Un grazie a tutti loro e agli altri docenti presenti: Patrizia Mastroianni, Maria Pugliese Tamburi, Antonello De Rito, Concettina Monello, Iole Gioffè, Antonia Angillieri, Patrizia Mastroianni. Grazie soprattutto a ragazze e ragazzi, attenti e partecipi per oltre due ore e poi protagonisti con interessanti domande.


Una bellissima iniziativa che conferma le tante potenzialità e ricchezze di questa terra e le mortificazioni e le dimenticanze che conosce. Ho avuto la sensazione (come in tante altre occasioni) che esista una "buona scuola", costruita dal basso, grazie alla generosa voglia di fare di tanti dirigenti, docenti, studenti.


Se davvero si puntasse, non soltanto a parole, sulla cultura e sulla scuola...sulle giovani e giovanissime generazioni, su chi esercita senza clamore e con impegno, tra mille difficoltà e incomprensioni, il bellissimo mestiere di maestro e di docente.