Il PD, il degrado politico e la questione meridionale

Il forte e dolente riferimento da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al degrado morale che la politica meridionale (e non solo) ha conosciuto negli ultimi anni non mi pare abbia avuto nelle “sedi” e nelle “figure” chiamate in causa una risposta adeguata. Tanti consensi e apprezzamenti: pochi comportamenti adeguati e sentiti, tante difese di ufficio e distinguo, forse fondati, ma non utili per affrontare i problemi. Uno dei tratti caratterizzanti il degrado morale e politico che conosciamo è, specie dalle nostre parti, la “retorica”, ma anche la “finzione”. E’ un vizio ormai diffuso quello di condividere a parole i richiami “morali” e “istituzionali” e pensare che comunque riguardino gli altri. La “responsabilità” non abita più dalle nostre parti. La colpa non è mai “nostra”: è sempre di chi ci ha preceduti e di chi ci sta a fianco. Sarebbe invece il caso che il ceto politico e i gruppi dirigenti meridionali (il discorso naturalmente interessa in maniera diversa tutta la nazione) togliessero la testa dalla sabbia, guardassero la realtà per quella che è e non per come la immaginano e la “raccontano”.




La “questione meridionale” e il “meridionalismo” (che, pure con molti limiti, hanno messo in agire una grande tensione etica, progettuale e politica) sono stati cancellati dall’agenda politica per incapacità e inettitudine dei gruppi dirigenti delle regioni del Sud. Certo ci sono state le grandi trasformazioni globali e locali, ma quelli che una volta venivano chiamati “interessi del Mezzogiorno” non sono stati più interpretati da un ceto politico che ha finito col “rappresentare” sempre più se stesso o piccoli gruppi di riferimento, talora contigui alla criminalità, che hanno devastato il paesaggio naturale, antropologico, morale del Sud. I peggiori nemici del Sud sono stati quei meridionali che hanno fornito e forniscono alibi a chi governa e a chi dirige i processi economici per vere e proprie operazioni di ritorsione (vedi i tagli alla scuola ecc.) nei confronti dei ceti più bisognosi, e meno “responsabili” e “colpevoli” delle regioni del Sud.

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La categoria del rimpianto e quella della nostalgia vanno certo “sorvegliate”, ma non dobbiamo nascondere che ad un certo punto il Meridione è stato trasformato in “favola” ed è stata inventata una “questione settentrionale” anche come una sorta di nemesi storica per quanti hanno assistito impotenti alla cancellazione della “questione meridionale”. Il Sud da questione economica e sociale è stato progressivamente trasformato (con la complicità dei gruppi dirigenti locali) in “questione criminale” e adesso c’è il rischio che venga ridotto (in senso negativo) a vera e propria “questione morale”. Certo, che di “questione morale” parli Berlusconi appare un paradosso della storia, tuttavia non si possono tacere l’indifferenza e la supponenza con cui molti gruppi dirigenti hanno assistito alla degenerazione della politica nelle nostre contrade, all’affermarsi di un ceto “politicante” dedito agli affari personali e spesso contiguo alle organizzazioni criminali. Non sono stati i “meridionali” a distruggere le loro spiagge e le loro montagne, a svuotare paesi pieni e a riempire di cemento paesaggi vuoti e ormai inospitali? Non sono stati anche i “meridionali” (certo non tutti e non da soli) a riempire di scorie e di veleni il loro territorio, magari con l’ammiccamento di quanti hanno continuato a pensare che le mafie creano sviluppo o addirittura esprimono valori oppositivi e antagonisti?

Tanto folklorismo deteriore, tanto colore lacrimevole, tanta retorica identitaria non hanno finito con il generare il mito di una superiorità del Sud nel momento storico in cui veniva di fatto espulso dall’agenda della politica? La tendenza alla “lacrima” ruffiana, all’autoassoluzione generalizzata, all’autoesaltazione, all’autogiustificazione non ha lasciato indenni neanche le menti più lucide e pensanti. I retori della “napoletanità”, della “calabresità”, della “sicilianità”, silenziosi rispetto agli scempi di ogni genere, hanno concorso ad “inverare” i peggiori luoghi comuni antimeridionali. Una brutta “profezia” sembra autoavverarsi e i meridionali si ritrovano a fare i conti con la “sporcizia”, la “violenza”, l’incapacità “organizzativa”, l’ “amoralità” loro assegnate come aspetti “razziali” dagli antropologi positivisti.

Le élite intellettuali sono state troppo indulgenti con i vizi del ceto politico e della “società”, degli amministratori e anche del “buon popolo”: non hanno elaborato un pensiero critico e libero, capace di coniugare denuncia e proposta, “opposizione” e progetto. Anche in una situazione di recessione mondiale, che comunque inciderà fortemente sulla nostra vita, continua ad apparire debole e scontata la voce della politica e della cultura del Sud.

Ben vengano i richiami all’autocritica da parte di esponenti politici nazionali, ma il problema resta sempre di individuare chi deve fare autocritica. Chi e con quale legittimità deve dare senso a questa parola evocata in maniera rituale riferendosi sempre agli altri? Come si può osannare Obama a Roma e fare eleggere al Sud i Villari che poi diventano “capri espiatori” di una devastazione più generale? Come si può porre a livello nazionale la necessità della questione morale e non “accorgersi” delle lotte intestine, terribili, devastanti di gruppi dirigenti locali, incapaci, amorali, senza un’idea e un progetto per la loro terra? Non ci si accorge che al Sud c’è un problema di rappresentanza e di democrazia? Qui nessuno rappresenta valori comuni e condivisi, ma soltanto interessi privati e parziali.

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E’ un problema sociale, “totale”, generale, che non riguarda soltanto la “politica”. Certo i fenomeni degenerativi sono diventati più evidenti dove la politica si è affermata senza regole e senza ethos. Provoca amarezza constatare che gli uomini del Pd e della sinistra, nella gestione del potere e nell’esercizio del governo non sono moralmente “migliori”, diversi da quelli di destra e di centro. Inviti e proclami non servono più. Sono urgenti scelte e comportamenti coerenti.

Questo significa, ad esempio, capire che i corrotti e i corruttori non possono più candidarsi a dirigere alcun processo di rinnovamento o di mutamento. Significa che la costruzione di una nuova Calabria non può essere affidata a quanti hanno conti (veri e dimostrati) aperti con la giustizia. Significa che le sorti del Pd non possono essere consegnate a coloro che non lo hanno nemmeno votato. Comporta capacità di ascoltare e di dare voce anche a chi non se la sente di fare un percorso insieme o a fianco dei politicanti impresentabili, in luoghi virtuali dove si gioca (come è evidente) una partita finta e truccata, dove si rischia di essere “contagiati” e “omologati”. I giovani che chiedono riconoscimento dei meriti e fine di logiche familistiche e baronali, perché dovrebbero avvicinarsi a un modo di fare politica che parla soltanto di occupazione di posti, gestione del potere, candidature?

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La favola della “superiorità morale” della sinistra deve finire insieme alla favola di un Sud sfortunato, maltrattato, degradato soltanto per colpa degli altri.

La moralità la si pratica e non la si proclama. Occorrerebbero, davvero, una radicale inversione di tendenza, un grande rivolgimento morale, un grande mutamento culturale prima che “politico”. Bisognerebbe prendere coscienza che la “questione morale” è oggi la grande “questione” che riguarda anche il Sud, che, se non si cambia registro si frantumerà e si spappolerà ulteriormente e le stesse forze politiche imploderanno e si scioglieranno come neve al sole. Senza un nuovo ethos, senza un forte senso di sé, senza una finalità e un progetto questa società si sfarinerà o si terrà insieme soltanto grazie a legami sotterranei, perturbanti, illeciti. Il Meridione, in particolare la nostra regione, senza un fare eticamente orientato, continuerà a sciupare le proprie risorse.

La “morale” dovrebbe diventare la nuova risorsa, la grande occasione per le popolazioni meridionali in questo periodo di crisi, di appannamento, di grandi trasformazioni. Non si tratta - peraltro, cosa non di poco conto - di invocare la morale nell’azione politica. Bisognerebbe coltivare il progetto ambizioso di farne una ragione, un senso politico, un progetto, uno stile di vita, delle regole valide per tutti, il rispetto, il valore, la credibilità dei ruoli e delle competenze. Una nuova “visione morale” è una grande (certo non la sola) risposta possibile per affrontare una crisi che si annuncia dirompente e per cui sarà facile a chi governa fare pagare i costi ai ceti più disagiati e soprattutto a quel Mezzogiorno che in questi anni ha giocato a suicidarsi e a dare alibi ai “razzisti” esterni ed interni. La “morale” (so bene che ha una sua relatività, storicità, pluralità), coniugata a responsabilità, a progetto, potrebbe aiutare il Sud a inventare nuovi modelli di sviluppo, valori improntati a merito, sobrietà, capacità, a costruire nuove pratiche associative, reti legami e tessuti diversi da quelli che hanno creato la grande degenerazione che ci avvolge. Forse dovremmo utilizzare (ma chi? e come? insieme a chi?) in positivo anche questa crisi per affermare le ragioni delle economie locali, le costruzioni democratiche e dal basso, una nuova vocazione alla solidarietà, per mettere in discussione modelli dominanti che creano “ricchezza” economica (effimera e solo per pochi) e povertà morale, disagio, apatia, infelicità.

“Il Quotidiano della Calabria”, 10 dicembre 2008

Obama, Del Piero ed io


... poi sono arrivate, come nelle favole, la vittoria di Obama e i gol di Del Piero al Bernabeu...

Se, in maniera quasi irriverente e spropositata, accosto due eventi così diversi, incommensurabili e lontani, è perché entrambi mi hanno provocato lunghi, improvvisi, impensati, in fondo sperati, attimi di felicità. La nostra vita è segnata da grandi episodi che interessano e modificano il mondo e anche dai fatti più vicini, più minuti, che riguardano la quotidianità. Siamo fatti di storia e di piccole storie. In una notte, collegato su Sky, ad un certo punto, come tanti nel mondo, ho avuto la certezza che la storia “cominciava” a girare in maniera diversa per tutti noi. Potrà continuare il nostro barzellettiere a dare voce alla comicità profonda che alberga in tutti noi italiani, ma saranno sempre più difficili i piccoli razzismi nostrani e anche, nelle curve degli stadi, diventerà sempre più comico urlare “buuuh” ai calciatori di colore e anche chi non è “figlio” o “amante” o “marito” o “moglie” potrà dire che in America accade diversamente. In una notte, collegato grazie alle cuffie dell’ipod di mio figlio ­ nel posto in cui vivo capita ancora che se ne vada la corrente - ho sentito che la storia della Juve (e di un modo "ideale" di intendere il calcio e lo sport) riprendeva a girare in maniera "giusta" e che, anche Del Piero, in maniera più minuta, dava voce a un desiderio di “rigenerazione”, che in qualche modo, come per Obama, è sempre un “ritorno” a principi, a valori, a modelli, che pure inventati, pure inattuati, magari soltanto proclamati, restano sempre fondanti e appaiono comunque “intramontabili”. Riascoltiamoli i fulminanti 17 minuti (d’ora in poi questo numero potrebbe non essere associato più alla sfortuna) di ringraziamento di Obama, rileggiamoli, per capire di quanta sostanza sia fatto il sogno americano e come la forza della sua vittoria sia legata alla capacità di mettere assieme concretezza e sogno, disagio e speranza, senso del destino individuale e collettivo e passione.

Rare volte, nella storia e nella vita, capita che poche parole ti restituiscano la sensazione di essere parte di un unico destino dell’umanità. Quelle parole ispirate e profetiche, che nascono dalla storia dell’America e delle sue mescolanze, hanno davvero parlato a bianchi e a ispanici, ad afroamericani e ad europei, a gente di diverse tradizioni e anche di differenti religioni. Obama smaschera la mitologia negativa della razza e quella dello scontro di civiltà, ci ricorda che la storia non è finita e che il suo percorso non è segnato. Lo può fare perché all’indietro (e in avanti) ha la “frontiera”, il sogno americano, e perché sa rigenerare, rimettere in moto, ridandogli un nuovo senso, quei principi, che a volte sono inventati, che talora suoneranno retorici, ma parlano di uguaglianza del genere umano, di diritto di tutti alla “felicità”. Il “ce la possiamo fare” diventa realtà perché profondo, autentico, legato a una parte dell’essere umano, che ad un certo punto avverte che deve rinascere, deve chiudere con la sfiducia e con il pessimismo, se vuole continuare la propria esistenza. Il sogno e l’utopia diventano realtà. Cosa ci racconta Del Piero con quei due gol che lo fanno uscire dal Bernabeu tra gli applausi (la scena si ripete a Verona, dove ha segnato un altro gol su punizione) che riescono a mettere, d’accordo, una volta tanto, miracolo del gesto esemplare, fondante, persino tanti antijuventini? Che quando si raggiunge un "punto critico", hai due possibilità: affondare o “risorgere”. Del Piero è l’emblema di una capacità di “ritorno” del campione, perché alla sue spalle ha un modello, un mito - magari inventato, logorato, caduto in disgrazia - che parla di stile, di fatica, di volontà di non soccombere, di capacità di attendere il momento giusto, di non piegarsi alle incomprensioni, e di non trasformare le incomprensioni in lamentela e in rassegnazione. Ha un’idea del gioco e della “fedeltà” alla “causa” che alla fine premiano.

Se Obama ricorda che c’è un momento in cui “cambiare” è necessario, utile, conveniente per tutti e che bisogna contrastare le “gerontocrazie”, i “poteri consolidati”, gli schemi prefissati, Del Piero mostra come “cambiare” possa significare anche “conservare e innovare”, recuperare quanto di meglio la tradizione e il passato ci consegnano non come peso morto, ma come materiali e simboli per “ricostruire", inventare il nuovo. A 34 anni Del Piero (ma bisognerebbe citare Maldini, Nedved e altri campioni) mostra che sono tanti i modi di invecchiare e di non invecchiare e che il mutamento va perseguito per creare condizioni migliori e non per realizzare “arretramenti” o per difendere posizioni acquisite. Il pallone, toccato con estro e delicatezza, e che si infila esattamente dove Del Piero intendeva spedirlo, non è una bella rappresentazione visiva di un’utopia che diventa realtà, proprio perché perseguita con capacita, applicazione, convinzione, passione, senso di concretezza. Ci sarà una ragione per cui Del Piero, nella stessa giornata, compiva 34 anni e segnava uno splendido gol (applaudito dallo stadio del Chievo) e Obama si preparava ad entrare, per la prima volta, nella Casa Bianca? La ragione ha a che fare con la mia fantasia ( e alla mia fantasia debbo dare udienza) o non è anche la “ragione” dell’utopia, che si incarna nelle “picciole” come nelle “grandi cose” e ha udienza sia nei “piccioli luoghi” che nel grande mondo (naturalmente cose e luoghi, grandi e piccoli, si tengono e si sostengono, talvolta)? 

Obama ha vinto perché ha interpretato e rappresentato qualcosa e qualcuno, bisogni ed umori, attese ed inquietudini, magari un sogno. Del Piero, forse, non farà molto per le sorti dell'umanità, ma almeno si pone come un “modello” positivo in un mondo che appare cinico, legato soltanto al danaro, e che non ha più un'etica condivisa e il rispetto dell'altro e delle regole (comprese quelle dello sport). Si chiamava Alex, chissà perché (potenza dei nomi e dei miti), il cucciolo di mio figlio Stefano: mi trafiggeva l’anima col suo sguardo, mi chiedeva aiuto, ed io non potevo fare altro che accompagnarlo nella buona morte. Adesso immagino che è andato, davvero, felice nel paradiso dei cani. Che volete? Avrete capito che la felicità dura un attimo, nasce in una vita di sofferenze. Non mi faccio illusioni. Il buio resta. Profondo. Nel mondo e nel nostro piccolo mondo. Fuori e, forse, dentro di noi: intanto questi grandi, piccoli, diversi, intensi lampi nel buio della notte dicono che sperare è un’arte che può essere praticata e coltivata anche nel silenzio, anche in solitudine, nella vita di ogni giorno, con ogni nostro piccolo gesto. Senza clamore. Tante speranze, mute, silenziose e potenti, forse, sono capaci di generare un Obama. Anche in mezzo alle rovine in cui viviamo, la forza di apprezzare e amare le cose minute potrebbe servire, almeno, a farci prender gusto, a renderci felici, per un attimo, magari, soltanto, per l’inchino di Alex al Bernabeu, comunque un gesto di stile di cui sono capaci soltanto coloro che conoscono, rispettano, assecondano la "fortuna", il talento e la "parte" loro assegnati dalla vita.

Scritto da Vito Teti

La festa di S. Rocco a Gioiosa Jonica - Quarta domenica di settembre

Delle numerose feste che si svolgono in tutto il Mezzogiorno d'Italia onore di S. Rocco (generalmente il 16 agosto) quelle di Gioiosa Ionica (celebrata l'ultima domenica di agosto) è certamente una delle più significative e ricche di specificità che hanno contribuito a renderla nota fuori dai confini locali.


Ancora nella prima metà degli anni Sessanta la festa di S. Rocco a Gioiosa Jonica si svolge secondo le modalità tradizionali già fissate a fine Ottocento e inizio Novecento. La lunga e lenta processione (durava oltre due ore e mezzo) era caratterizzata dalla presenza di alcuni devoti, uomini e donne, che danzavano davanti alla statua del santo per una grazia ricevuta o per domandare la guarigione da qualche malattia. Il ballo votivo avveniva al ritmo di tarantella eseguita da suonatori (in genere fino a sei-sette elementi) dei paesi vicini con diversi strumenti musicali: tamburi, cassa, rullante, triangolo e piatti tradizionali, zampogna a chiave e "a paru", pipite; organetti con o senza tamburello. Nonostante una significativa presenza di devoti dei paesi vicini, il culto e la festa riguardavano essenzialmente gli abitanti di Gioiosa.

A partire dalla fine degli assi Sessanta, per una molteplicità di ragioni e per una serie di grandi trasformazioni socio-culturali che si verificano a livello generale e a livello locale e che qui non possono essere ricordati (si pensi a fenomeni come l'erosione della cultura folklorica tradizionale; il diffondersi della cultura di massa; il grande esodo degli anni Cinquanta, che poi diventa "ritorno" di persone che affermano una diversa identità; il fenomeno del folk revival e un diffuso interesse per le culture tradizionali; l'individuazione della religione popolare come luogo per affermare nuovi bisogni)la processione di S. Rocco e il ballo votivo conoscono profonde modificazioni morfologiche e di significato.

Santu Roccu diventa a partire di quegli anni il fondatore e il garante della nuova identità di nuovi strati sociali, degli emigrati che ritornano. L'invenzione di una "nuove tradizioni", che si legano fortemente al passato, coinvolge anche le migliaia di turisti che d'estate convergono nella zona e numerosi visitatori che accorrono con motivazioni diverse dal passato. Quando comincia la mia osservazione della festa a metà degli anni Ottanta essa ha ormai, come mi raccontano numerose persone del luogo, caratteristiche profondamente diverse dal passato. Il ballo votivo non vede coinvolte soltanto le poche persone che hanno ricevuto una grazia o che domandano l'intervento miracoloso del santo, ma giovani e giovanissimi, uomini e donne, ragazze e ragazzi che affermano nuovi valori ed introducono nuovi comportamenti. Le persone impegnate nel lungo e lento, veloce e frenetico ballo ricordano immediatamente i giovani delle discoteche, dei concerti, degli stadi. Giovani in pantaloncini corti e maglietta, ragazze in minigonna vestite come le rockstar, ragazzi in jeans e fazzoletto alla fronte come Springsteen, mettono in atto comportamenti (balli, parole, gesti, abbracci, forme di vicinanza) che poco hanno a che vedere con le forme devozionali arcaiche. La statua del santo non è l'unico fulcro della processione: esistono tanti "centri" dove si incontrano, si "esibiscono e si "autorappresentano" i diversi partecipanti.

I balli avvengono al suono di suoni e musiche diverse dal passato. Sono praticamente scomparse zampogne e pipite: le comitive di giovani suonatori di tamburi utilizzano soltanto tamburi per banda o elementi di batteria, che sovrastano il suono della banda, un tempo essenziale nella ritualità e nella dinamica processionale. I giovani, organizzati in gruppi, contrariamente ai suonatori del passato, sono quasi tutti di Gioiosa Jonica, spesso emigrati ritornati per ballare e per suonare in onore del santo. La nuova tarantella è il simbolo sonoro della comunità giovanile gioiosana, da una parte ancora partecipe, delle tradizioni dell'universo agro-pastorale del paese e della zona, e dall'altra influenzata dalle nuove espressioni e tendenze musicali.
L'organizzazione e la gestione della processione, nonostante le numerose presenze esterne, è affidata a un "Comitato Organizzatore" (oltre al prete ne fanno parte diversi professionisti del paese ed anche molti giovani, ragazzi e ragazze, studenti e lavoratori) che si occupa di dare un ordine al corteo processionale e di regolare i tempi della processione. I gruppi di amici, che si vedranno anche nelle lunghe e piovose serate dell'inverno, suonano ininterrottamente, in maniera ossessiva, monotona, assordante, camminano lentamente, effettuano lunghe soste, percorrono un breve tragitto in un tempo volutamente dilatato. Per i giovani, però, l'orgoglio di essere protagonisti di una delle "più belle feste della Calabria", il bisogno di affermare una nuova identità di gruppo, sociale, culturale si trasformano in scelta di fare "durare il più a lungo possibile la festa". E come se essi volessero ritardare il ritorno di una quotidianità in cui cessa il loro protagonismo.
La grande folla colorata, sudata, stanca, festante, tumultuante, rumorosa arriva nella piazzetta della chiesa di S. Rocco al crepuscolo. Quando il santo, preceduto dai suonatori più affezionati e dai danzatori più devoti, dal gruppo che "controlla" l'ordine, le "forme" e il tempo della processione, fa l'ingresso nella piazza è ormai buio. In uno spazio ristretto migliaia di persone si accalcano, si muovono, urlano, ballano, alzano le mani verso il cielo. La tensione cresce fino al parossismo. I rumori diventano sempre più confusi, indistinti, assordanti, ossessivi. La piazza è una fiumana in movimento. È un boato. È un terremoto. Un velo di commozione cala sul volto dei presenti. Molti si abbracciano, si toccano, si battono il petto, piangono. I tamburi adesso suonano sempre più veloci e rumorosi. Ogni comitiva di suonatori "batte" gli strumenti per conto proprio. La gente che sta in prossimità della statua solleva in direzione del santo i bambini. L'usanza di offrire i vestiti dei bambini al santo, la spoliazione votiva, l'accostamento del bambino alla statua sono usanze recenti.
L'ingresso viene ritardato dai portantini volutamente. La festa va prolungata quanto più è possibile. S. Rocco viene portato avanti e indietro. Aumentano le invocazioni: «Roccu, Roccu, Roccu, Evviva Santu Roccu». Quando il Santo è ormai sulla soglia della chiesa, la gente lo acclama, lo invoca, lo chiama. La statua viene riportata fuori. Nuovi urli, applausi, suoni di tamburo, nuove lacrime ed emozioni. Il santo entra, finalmente, in chiesa, tra la commozione generale, gli applausi e mille suoni e rumori.

La presenza di persone, protagonisti, modelli, comportamenti esterni non attenua, ma anzi accentua il sentimento d'identificazione e di appartenenza degli abitanti di Gioiosa con un culto, una devozione, un rito che, pure con molte trasformazioni e innovazioni, restano fortemente ancorati alla "tradizione". La "nuova tradizione" in cui vengono accolti e ospitati forestieri e turisti rappresenta un elemento costitutivo di una nuova identità della comunità di Gioiosa.

Un libro di immagini sulla Calabria realizzato da me e da Salvatore Piermarini contiene numerose immagini della comunità e della festa e porta il titolo Le navi che volano (Monteleone 2001) con riferimento alle piccole imbarcazioni che vengono legate, lungo le strade di Gioiosa, da un balcone all'altro, durante la festa per ricordare l'arrivo dal mare del santo. Non è una scelta casuale. La festa di San Rocco, con i suoi legami con la tradizione, con gli elementi della mondo esterno che con essa si combinano in mille modi, con l'incrociarsi di aspetti religiosi, "teatrali", musicali e spettacolari, con l'incontro tra devoti del luogo, emigrati, turisti, tutti diversamente impegnati in una ricerca di presenza e di identità, mi sembra metafora ed emblema di una Calabria antica e moderna, con un forte sentimento della tradizione, dei luoghi, dell'appartenenza e con grande apertura all'esterno e al nuovo.

Scritto da Vito Teti

Le due Europe


Guarderò la finale Germania - Spagna, con intensità e piacere tutto sportivo, come conviene con una partita che si preannuncia bella e combattuta. Lo farò però con distanza, senza patemi d’animo e, come tanti altri, anche con un misto di rammarico e di rimpianto. Non tanto perché una delle due finaliste (meritatamente) è la Spagna, che ci ha eliminato ai calci di rigori, ma perché l’altra è la Germania, la nostra avversaria prediletta, forse l’unica squadra contro la quale, non senza presunzione, giochiamo sempre sicuri di vincere. La squadra che è una sorta di doppio nei cui confronti non nutriamo timori reverenziali e, quindi vinciamo, diversamente da quanto è avvenuto con la Spagna che, questa volta, ci ha messo paura, ci “ha spagnato”.

La sicurezza di battere la Germania (e quindi il dolore di non incontrarla in finale) ha un tempo reale e mitico di fondazione nella leggendaria semifinale dei mondiali del 1970, Italia-Germania, giocata a Città del Messico nello stadio Azteca.

Quel 4 a 3 (dopo i supplementari) ci portò nel cielo, alla fine di una delle più combattute partite mai giocate dall’Italia. Si originò il mito della “partita più bella di sempre”, che ci fece dimenticare persino la sconfitta in finale per 4 a 1 subita dal Brasile di Pelé. Ogni generazione è legata a una canzone, a un film, a una partita. La mia resta legata a quell’incontro calcistico: i caroselli in tutte le città italiane (mi trovavo a Roma, dove studiavo), i bagni nelle fontane e con le buste d’acqua, i giri con le bandiere tricolori svolazzanti nella notte, ci liberavano da una sorta di soggezione nei confronti di quella grande, ordinata, imbattibile nazione, che ai più ricordava il terribile passato nazista. Si sprigionava, anche grazie ai gol di Boninsegna, Riva e Rivera, alla bellezza dei passaggi e dei tocchi di Burnich e Facchetti, Cera e Domenghini, e al dualismo celebre Mazzola-Rivera un postsessantotto gioioso e giocoso, popolare e popolano, come piaceva a Pasolini, a cui invece non piacevano i sessantontini “violenti” e si schierava con i celerini, figli dei ceti popolari del Sud. Si affermò, per fortuna, oltre al desiderio di cambiare il mondo, il piacere del gioco. Politica, festa, musica, riscoperta della dimensione ludica popolare, piacere dello stare insieme nei paesi e nelle città, trovarono forse, in quel periodo, anche grazie al calcio, una sorta di cemento che “salvò” buona parte (non tutta, purtroppo) della generazione del ’68. Non poteva che essere così per i figli dei contadini, dei braccianti, degli emigranti, che avevano visto nella scuola, nel sapere, nello studio una via di riscatto, e avevano appreso a giocare con un pallone di pezza nelle strade di fango dei paesi e negli orti in prossimità dell’abitato.

Nel 1978 si consumò la piccola vendetta della squadra tedesca, quando in semifinale dei mondiali in Argentina bloccò gli azzurri (forse la più bella nazionale di tutti i tempi) sullo zero a zero, impedendo una finale con la squadra di casa (sostenuta dalla terribile dittatura militare) che avevamo già battuto nel girone di qualificazione. Ricordo ancora il pallone che batte contro pali, traverse, gambe, teste dei tedeschi assediati inutilmente. Quattro anni dopo in Spagna, i tedeschi, battuti nella finale pagavano con l’interesse quel gioco solido e difensivo che, soltanto noi, più difensivisti di loro, ma maestri nel contropiede, potevamo contrastare.

Il 2 a 0 dell’Italia alla Germania (con gol di Grosso e di Del Piero) nella semifinale mondiale del 2006 è storia recente. La Germania è lo specchio fedele e distorto della nostra nazionale: tanto lontana e tanto vicina, “amata” e “odiata”, “invidiata” e “detestata” e non è un caso che, alla fine, noi italiani, spesso finiamo, a tifare proprio a favore degli antipatici-rispettati tedeschi.

La nostra sicurezza nei confronti della nazionale tedesca ci ha permesso indulgenza e magnanimità, e forse un senso di compensazione, un senso di rivalsa, nei confronti di chi ci ha guardato sempre dall’alto in basso, grazie a un costante successo economico. La nostra “spavalderia” nei confronti della Germania del pallone è l’altro volto del “timore” (e dell’ “invidia”) per una nazione forte, ordinata, ed efficiente, e che anche a calcio si trova sempre e comunque a giocare per i primi quattro posti. Sette finali mondiali e sei finali europee (per non dire delle semifinali) la Germania è sempre presente, puntuale come Kant quando andava a passeggio nella sua città. Anche quando non ha grandi campioni, senza mai leader trasgressivi e simpatici, la Germania è sempre lì a ricordarci che il gioco è sì estro, fantasia, ma anche organizzazione, freddezza, lucidità, pazienza, solidità e capacità di colpire al momento giusto.

Più semplice e lineare, fino a pochi giorni fa, è stato il rapporto con la Spagna calcistica. La grande ammirazione per il Real Madrid è stata sempre attenuata dalla considerazione che in fondo è una squadra di Club costituita da campioni ricchi e provenienti da tutte le parti del mondo. Gli spagnoli sono stati considerati sempre come dei cugini “poveri”, belli, geniali, ma capaci di sperperare in un attimo il patrimonio acquisito in una vita. Fantasiosi e poco concreti, eternamente incompiuti, sono stati visti da noi con una sorta di benevolo paternalismo. “Vedrete che prima o poi ce la farete”, dicevamo. Ironia ha voluto che la loro compiutezza è passata anche attraverso la nostra sconfitta, proprio ai calci di rigore, dove il nostro migliore calciatore, , Gigi Buffon, è stato indirettamente battuto dal loro portiere Casillas. Può starci una nostra sconfitta dopo circa ottanta anni: certo scoprire, a nostre spese, che l’estro può sposarsi con la concretezza, la fantasia con il “calcolo”, ci crea un certo disappunto. Non so se è un caso che la paura per la Spagna (che mi sembra la causa principale della nostra sconfitta) sia anche il riflesso della generale paura che attanaglia la società italiana, e che la sconfitta sia avvenuta proprio quando l’Italia si sente sempre più insicura e sempre più frantumata e disunita.

Certo per i tifosi dell’Italia scoprire che una nuova squadra si siede al tavolo delle élites calcistiche mondiali è doloroso almeno quanto (per governati e banchieri) il vedersi superare nel Pil e nell’economia, oltre che nella produzione culturale.

L’inedita finale tra Germania e Spagna, in fondo, sembra una sorta di “inveramento”-superamento (una decostruzione a livello calcistico) del paradigma antropologico razziale positivista che a fine Ottocento distingueva tra Latini o Mediterranei, con io mobile, intelligenza individuale, fantasia incontenibile, e gli Arii o i Celti, capaci di sopperire con l’organizzazione alla mancanza di estro e di usare l’intelligenza, magari meno spiccata di quella dei “latini”, in maniera più concreta. La pretesa (e quasi razzistica) distinzione tra popoli stanchi e depressi, adatti a ricordare, e popoli moderni, adatti alla civiltà industriali.

La differenza tra l’ozio e la lentezza e la produttività e l’efficacia? O anche l’ opposizione tra la follia e la genialità dei Cervantes e l’ossessiva puntualità dei Kant? La “movida” (la mobilità, la flessibilità, la teatralità) contro la solidità, la rigidezza, la freddezza?

Posta in questi termini, la nostra scelta (almeno quella dei “meridionali” ) appare scontata. La “simpatia”, la storia, una tradizione “mediterranea” (da non enfatizzare) ci portano verso la Spagna dei palleggiatori fini, in spazi stretti, dei cugini latini, capaci di improvvisare e di giocare con l’estro, con le finte, e di diventare finalmente concreti. La Spagna ci ricorda, anche, il trionfo dell’’82 e l’allegria del suo popolo, le recenti e invidiabili mobilità economiche e vitalità artistico- culturali. 

Poi, però, mi domando: Non siamo vittime di luoghi comuni e di mitologie? Dove collochiamo la musica e la filosofia, Benjamin e Wenders, una tradizione illuminata tedesca, che ha segnato la cultura europea? E i tedeschi, che hanno amato le nostre contrade, protagonisti del Grand Tour e autori di indimenticabili libri di viaggio? E quelli che hanno accolto milioni di italiani e di turchi e trasformato Berlino in una tra le più vivaci città di Europa, creando originali forme di democrazia del basso, non hanno anche qualche buona “ragione” per guadagnarsi la nostra simpatia?

Possiamo, davvero, ridurre il calcio a “specchio” fedele della storia, della civiltà, della mentalità di un popolo? Gli schemi non funzionano sempre nelle partite, e così gli schematismi non si prestano a interpretare fenomeni complessi e dai mille risvolti. Gli spagnoli sono anche un po’ brasiliani, come ci ricorda Senna, nato in Brasile, che ha giocato la sua migliore partita contro l’Italia. E la Germania, con i loro calciatori stranieri naturalizzati tedeschi, è ormai un crogiolo di popoli? Le squadre di calcio (non solo quelle di Club) raccontano storie di mescolanze e costruzioni di nuove identità. Lo sport, il calcio, come le opera d’arte, pur muovendo interessi economici enormi, vanno considerati nella loro libertà e imprevedibilità. Il tifo, gli amori, le amicizie non hanno una “ragione”, non vanno “spiegati”. Da “esterni”, non possiamo che dire, banalmente, “vinca il migliore”.

C’è da sperare in una bella partita di calcio (anche se le finali sono deludenti), senza privilegiare riduttive e frettolose letture sociologiche e antropologiche, senza restare prigionieri di “localismi”, in un periodo in cui dovremmo scoprirci, tutti, abitanti del mondo. Se mai, guardando la finale, possiamo riflettere sul nostro attuale “provincialismo”, sull’essere lontani (nella realtà e con le immagini) da Germania e Spagna, dall’Europa. Anche nel nostro calcio si sono affermate la propensione alla “commedia”, la tendenza a dare la colpa agli altri, l’attesa dell’eroe salvatore, la paura di guardarci e di guardare gli altri. Siamo “tornati” a Lippi (speriamo bene), dimenticando subito il triste, sfortunato, garbato Donadoni. Non siamo forse gli abitanti del paese che guarda sempre all’indietro? Del paese dove lo stesso leader politico, nell’arco di quasi un ventennio, raccontando favole, ha potuto vincere, perdere e rivincere le elezioni badando sempre a se stesso, dribblando i reali bisogni della gente?

Vito Teti "Il Quotidiano della Calabria