Le due Europe


Guarderò la finale Germania - Spagna, con intensità e piacere tutto sportivo, come conviene con una partita che si preannuncia bella e combattuta. Lo farò però con distanza, senza patemi d’animo e, come tanti altri, anche con un misto di rammarico e di rimpianto. Non tanto perché una delle due finaliste (meritatamente) è la Spagna, che ci ha eliminato ai calci di rigori, ma perché l’altra è la Germania, la nostra avversaria prediletta, forse l’unica squadra contro la quale, non senza presunzione, giochiamo sempre sicuri di vincere. La squadra che è una sorta di doppio nei cui confronti non nutriamo timori reverenziali e, quindi vinciamo, diversamente da quanto è avvenuto con la Spagna che, questa volta, ci ha messo paura, ci “ha spagnato”.

La sicurezza di battere la Germania (e quindi il dolore di non incontrarla in finale) ha un tempo reale e mitico di fondazione nella leggendaria semifinale dei mondiali del 1970, Italia-Germania, giocata a Città del Messico nello stadio Azteca.

Quel 4 a 3 (dopo i supplementari) ci portò nel cielo, alla fine di una delle più combattute partite mai giocate dall’Italia. Si originò il mito della “partita più bella di sempre”, che ci fece dimenticare persino la sconfitta in finale per 4 a 1 subita dal Brasile di Pelé. Ogni generazione è legata a una canzone, a un film, a una partita. La mia resta legata a quell’incontro calcistico: i caroselli in tutte le città italiane (mi trovavo a Roma, dove studiavo), i bagni nelle fontane e con le buste d’acqua, i giri con le bandiere tricolori svolazzanti nella notte, ci liberavano da una sorta di soggezione nei confronti di quella grande, ordinata, imbattibile nazione, che ai più ricordava il terribile passato nazista. Si sprigionava, anche grazie ai gol di Boninsegna, Riva e Rivera, alla bellezza dei passaggi e dei tocchi di Burnich e Facchetti, Cera e Domenghini, e al dualismo celebre Mazzola-Rivera un postsessantotto gioioso e giocoso, popolare e popolano, come piaceva a Pasolini, a cui invece non piacevano i sessantontini “violenti” e si schierava con i celerini, figli dei ceti popolari del Sud. Si affermò, per fortuna, oltre al desiderio di cambiare il mondo, il piacere del gioco. Politica, festa, musica, riscoperta della dimensione ludica popolare, piacere dello stare insieme nei paesi e nelle città, trovarono forse, in quel periodo, anche grazie al calcio, una sorta di cemento che “salvò” buona parte (non tutta, purtroppo) della generazione del ’68. Non poteva che essere così per i figli dei contadini, dei braccianti, degli emigranti, che avevano visto nella scuola, nel sapere, nello studio una via di riscatto, e avevano appreso a giocare con un pallone di pezza nelle strade di fango dei paesi e negli orti in prossimità dell’abitato.

Nel 1978 si consumò la piccola vendetta della squadra tedesca, quando in semifinale dei mondiali in Argentina bloccò gli azzurri (forse la più bella nazionale di tutti i tempi) sullo zero a zero, impedendo una finale con la squadra di casa (sostenuta dalla terribile dittatura militare) che avevamo già battuto nel girone di qualificazione. Ricordo ancora il pallone che batte contro pali, traverse, gambe, teste dei tedeschi assediati inutilmente. Quattro anni dopo in Spagna, i tedeschi, battuti nella finale pagavano con l’interesse quel gioco solido e difensivo che, soltanto noi, più difensivisti di loro, ma maestri nel contropiede, potevamo contrastare.

Il 2 a 0 dell’Italia alla Germania (con gol di Grosso e di Del Piero) nella semifinale mondiale del 2006 è storia recente. La Germania è lo specchio fedele e distorto della nostra nazionale: tanto lontana e tanto vicina, “amata” e “odiata”, “invidiata” e “detestata” e non è un caso che, alla fine, noi italiani, spesso finiamo, a tifare proprio a favore degli antipatici-rispettati tedeschi.

La nostra sicurezza nei confronti della nazionale tedesca ci ha permesso indulgenza e magnanimità, e forse un senso di compensazione, un senso di rivalsa, nei confronti di chi ci ha guardato sempre dall’alto in basso, grazie a un costante successo economico. La nostra “spavalderia” nei confronti della Germania del pallone è l’altro volto del “timore” (e dell’ “invidia”) per una nazione forte, ordinata, ed efficiente, e che anche a calcio si trova sempre e comunque a giocare per i primi quattro posti. Sette finali mondiali e sei finali europee (per non dire delle semifinali) la Germania è sempre presente, puntuale come Kant quando andava a passeggio nella sua città. Anche quando non ha grandi campioni, senza mai leader trasgressivi e simpatici, la Germania è sempre lì a ricordarci che il gioco è sì estro, fantasia, ma anche organizzazione, freddezza, lucidità, pazienza, solidità e capacità di colpire al momento giusto.

Più semplice e lineare, fino a pochi giorni fa, è stato il rapporto con la Spagna calcistica. La grande ammirazione per il Real Madrid è stata sempre attenuata dalla considerazione che in fondo è una squadra di Club costituita da campioni ricchi e provenienti da tutte le parti del mondo. Gli spagnoli sono stati considerati sempre come dei cugini “poveri”, belli, geniali, ma capaci di sperperare in un attimo il patrimonio acquisito in una vita. Fantasiosi e poco concreti, eternamente incompiuti, sono stati visti da noi con una sorta di benevolo paternalismo. “Vedrete che prima o poi ce la farete”, dicevamo. Ironia ha voluto che la loro compiutezza è passata anche attraverso la nostra sconfitta, proprio ai calci di rigore, dove il nostro migliore calciatore, , Gigi Buffon, è stato indirettamente battuto dal loro portiere Casillas. Può starci una nostra sconfitta dopo circa ottanta anni: certo scoprire, a nostre spese, che l’estro può sposarsi con la concretezza, la fantasia con il “calcolo”, ci crea un certo disappunto. Non so se è un caso che la paura per la Spagna (che mi sembra la causa principale della nostra sconfitta) sia anche il riflesso della generale paura che attanaglia la società italiana, e che la sconfitta sia avvenuta proprio quando l’Italia si sente sempre più insicura e sempre più frantumata e disunita.

Certo per i tifosi dell’Italia scoprire che una nuova squadra si siede al tavolo delle élites calcistiche mondiali è doloroso almeno quanto (per governati e banchieri) il vedersi superare nel Pil e nell’economia, oltre che nella produzione culturale.

L’inedita finale tra Germania e Spagna, in fondo, sembra una sorta di “inveramento”-superamento (una decostruzione a livello calcistico) del paradigma antropologico razziale positivista che a fine Ottocento distingueva tra Latini o Mediterranei, con io mobile, intelligenza individuale, fantasia incontenibile, e gli Arii o i Celti, capaci di sopperire con l’organizzazione alla mancanza di estro e di usare l’intelligenza, magari meno spiccata di quella dei “latini”, in maniera più concreta. La pretesa (e quasi razzistica) distinzione tra popoli stanchi e depressi, adatti a ricordare, e popoli moderni, adatti alla civiltà industriali.

La differenza tra l’ozio e la lentezza e la produttività e l’efficacia? O anche l’ opposizione tra la follia e la genialità dei Cervantes e l’ossessiva puntualità dei Kant? La “movida” (la mobilità, la flessibilità, la teatralità) contro la solidità, la rigidezza, la freddezza?

Posta in questi termini, la nostra scelta (almeno quella dei “meridionali” ) appare scontata. La “simpatia”, la storia, una tradizione “mediterranea” (da non enfatizzare) ci portano verso la Spagna dei palleggiatori fini, in spazi stretti, dei cugini latini, capaci di improvvisare e di giocare con l’estro, con le finte, e di diventare finalmente concreti. La Spagna ci ricorda, anche, il trionfo dell’’82 e l’allegria del suo popolo, le recenti e invidiabili mobilità economiche e vitalità artistico- culturali. 

Poi, però, mi domando: Non siamo vittime di luoghi comuni e di mitologie? Dove collochiamo la musica e la filosofia, Benjamin e Wenders, una tradizione illuminata tedesca, che ha segnato la cultura europea? E i tedeschi, che hanno amato le nostre contrade, protagonisti del Grand Tour e autori di indimenticabili libri di viaggio? E quelli che hanno accolto milioni di italiani e di turchi e trasformato Berlino in una tra le più vivaci città di Europa, creando originali forme di democrazia del basso, non hanno anche qualche buona “ragione” per guadagnarsi la nostra simpatia?

Possiamo, davvero, ridurre il calcio a “specchio” fedele della storia, della civiltà, della mentalità di un popolo? Gli schemi non funzionano sempre nelle partite, e così gli schematismi non si prestano a interpretare fenomeni complessi e dai mille risvolti. Gli spagnoli sono anche un po’ brasiliani, come ci ricorda Senna, nato in Brasile, che ha giocato la sua migliore partita contro l’Italia. E la Germania, con i loro calciatori stranieri naturalizzati tedeschi, è ormai un crogiolo di popoli? Le squadre di calcio (non solo quelle di Club) raccontano storie di mescolanze e costruzioni di nuove identità. Lo sport, il calcio, come le opera d’arte, pur muovendo interessi economici enormi, vanno considerati nella loro libertà e imprevedibilità. Il tifo, gli amori, le amicizie non hanno una “ragione”, non vanno “spiegati”. Da “esterni”, non possiamo che dire, banalmente, “vinca il migliore”.

C’è da sperare in una bella partita di calcio (anche se le finali sono deludenti), senza privilegiare riduttive e frettolose letture sociologiche e antropologiche, senza restare prigionieri di “localismi”, in un periodo in cui dovremmo scoprirci, tutti, abitanti del mondo. Se mai, guardando la finale, possiamo riflettere sul nostro attuale “provincialismo”, sull’essere lontani (nella realtà e con le immagini) da Germania e Spagna, dall’Europa. Anche nel nostro calcio si sono affermate la propensione alla “commedia”, la tendenza a dare la colpa agli altri, l’attesa dell’eroe salvatore, la paura di guardarci e di guardare gli altri. Siamo “tornati” a Lippi (speriamo bene), dimenticando subito il triste, sfortunato, garbato Donadoni. Non siamo forse gli abitanti del paese che guarda sempre all’indietro? Del paese dove lo stesso leader politico, nell’arco di quasi un ventennio, raccontando favole, ha potuto vincere, perdere e rivincere le elezioni badando sempre a se stesso, dribblando i reali bisogni della gente?

Vito Teti "Il Quotidiano della Calabria