Obama, Del Piero ed io


... poi sono arrivate, come nelle favole, la vittoria di Obama e i gol di Del Piero al Bernabeu...

Se, in maniera quasi irriverente e spropositata, accosto due eventi così diversi, incommensurabili e lontani, è perché entrambi mi hanno provocato lunghi, improvvisi, impensati, in fondo sperati, attimi di felicità. La nostra vita è segnata da grandi episodi che interessano e modificano il mondo e anche dai fatti più vicini, più minuti, che riguardano la quotidianità. Siamo fatti di storia e di piccole storie. In una notte, collegato su Sky, ad un certo punto, come tanti nel mondo, ho avuto la certezza che la storia “cominciava” a girare in maniera diversa per tutti noi. Potrà continuare il nostro barzellettiere a dare voce alla comicità profonda che alberga in tutti noi italiani, ma saranno sempre più difficili i piccoli razzismi nostrani e anche, nelle curve degli stadi, diventerà sempre più comico urlare “buuuh” ai calciatori di colore e anche chi non è “figlio” o “amante” o “marito” o “moglie” potrà dire che in America accade diversamente. In una notte, collegato grazie alle cuffie dell’ipod di mio figlio ­ nel posto in cui vivo capita ancora che se ne vada la corrente - ho sentito che la storia della Juve (e di un modo "ideale" di intendere il calcio e lo sport) riprendeva a girare in maniera "giusta" e che, anche Del Piero, in maniera più minuta, dava voce a un desiderio di “rigenerazione”, che in qualche modo, come per Obama, è sempre un “ritorno” a principi, a valori, a modelli, che pure inventati, pure inattuati, magari soltanto proclamati, restano sempre fondanti e appaiono comunque “intramontabili”. Riascoltiamoli i fulminanti 17 minuti (d’ora in poi questo numero potrebbe non essere associato più alla sfortuna) di ringraziamento di Obama, rileggiamoli, per capire di quanta sostanza sia fatto il sogno americano e come la forza della sua vittoria sia legata alla capacità di mettere assieme concretezza e sogno, disagio e speranza, senso del destino individuale e collettivo e passione.

Rare volte, nella storia e nella vita, capita che poche parole ti restituiscano la sensazione di essere parte di un unico destino dell’umanità. Quelle parole ispirate e profetiche, che nascono dalla storia dell’America e delle sue mescolanze, hanno davvero parlato a bianchi e a ispanici, ad afroamericani e ad europei, a gente di diverse tradizioni e anche di differenti religioni. Obama smaschera la mitologia negativa della razza e quella dello scontro di civiltà, ci ricorda che la storia non è finita e che il suo percorso non è segnato. Lo può fare perché all’indietro (e in avanti) ha la “frontiera”, il sogno americano, e perché sa rigenerare, rimettere in moto, ridandogli un nuovo senso, quei principi, che a volte sono inventati, che talora suoneranno retorici, ma parlano di uguaglianza del genere umano, di diritto di tutti alla “felicità”. Il “ce la possiamo fare” diventa realtà perché profondo, autentico, legato a una parte dell’essere umano, che ad un certo punto avverte che deve rinascere, deve chiudere con la sfiducia e con il pessimismo, se vuole continuare la propria esistenza. Il sogno e l’utopia diventano realtà. Cosa ci racconta Del Piero con quei due gol che lo fanno uscire dal Bernabeu tra gli applausi (la scena si ripete a Verona, dove ha segnato un altro gol su punizione) che riescono a mettere, d’accordo, una volta tanto, miracolo del gesto esemplare, fondante, persino tanti antijuventini? Che quando si raggiunge un "punto critico", hai due possibilità: affondare o “risorgere”. Del Piero è l’emblema di una capacità di “ritorno” del campione, perché alla sue spalle ha un modello, un mito - magari inventato, logorato, caduto in disgrazia - che parla di stile, di fatica, di volontà di non soccombere, di capacità di attendere il momento giusto, di non piegarsi alle incomprensioni, e di non trasformare le incomprensioni in lamentela e in rassegnazione. Ha un’idea del gioco e della “fedeltà” alla “causa” che alla fine premiano.

Se Obama ricorda che c’è un momento in cui “cambiare” è necessario, utile, conveniente per tutti e che bisogna contrastare le “gerontocrazie”, i “poteri consolidati”, gli schemi prefissati, Del Piero mostra come “cambiare” possa significare anche “conservare e innovare”, recuperare quanto di meglio la tradizione e il passato ci consegnano non come peso morto, ma come materiali e simboli per “ricostruire", inventare il nuovo. A 34 anni Del Piero (ma bisognerebbe citare Maldini, Nedved e altri campioni) mostra che sono tanti i modi di invecchiare e di non invecchiare e che il mutamento va perseguito per creare condizioni migliori e non per realizzare “arretramenti” o per difendere posizioni acquisite. Il pallone, toccato con estro e delicatezza, e che si infila esattamente dove Del Piero intendeva spedirlo, non è una bella rappresentazione visiva di un’utopia che diventa realtà, proprio perché perseguita con capacita, applicazione, convinzione, passione, senso di concretezza. Ci sarà una ragione per cui Del Piero, nella stessa giornata, compiva 34 anni e segnava uno splendido gol (applaudito dallo stadio del Chievo) e Obama si preparava ad entrare, per la prima volta, nella Casa Bianca? La ragione ha a che fare con la mia fantasia ( e alla mia fantasia debbo dare udienza) o non è anche la “ragione” dell’utopia, che si incarna nelle “picciole” come nelle “grandi cose” e ha udienza sia nei “piccioli luoghi” che nel grande mondo (naturalmente cose e luoghi, grandi e piccoli, si tengono e si sostengono, talvolta)? 

Obama ha vinto perché ha interpretato e rappresentato qualcosa e qualcuno, bisogni ed umori, attese ed inquietudini, magari un sogno. Del Piero, forse, non farà molto per le sorti dell'umanità, ma almeno si pone come un “modello” positivo in un mondo che appare cinico, legato soltanto al danaro, e che non ha più un'etica condivisa e il rispetto dell'altro e delle regole (comprese quelle dello sport). Si chiamava Alex, chissà perché (potenza dei nomi e dei miti), il cucciolo di mio figlio Stefano: mi trafiggeva l’anima col suo sguardo, mi chiedeva aiuto, ed io non potevo fare altro che accompagnarlo nella buona morte. Adesso immagino che è andato, davvero, felice nel paradiso dei cani. Che volete? Avrete capito che la felicità dura un attimo, nasce in una vita di sofferenze. Non mi faccio illusioni. Il buio resta. Profondo. Nel mondo e nel nostro piccolo mondo. Fuori e, forse, dentro di noi: intanto questi grandi, piccoli, diversi, intensi lampi nel buio della notte dicono che sperare è un’arte che può essere praticata e coltivata anche nel silenzio, anche in solitudine, nella vita di ogni giorno, con ogni nostro piccolo gesto. Senza clamore. Tante speranze, mute, silenziose e potenti, forse, sono capaci di generare un Obama. Anche in mezzo alle rovine in cui viviamo, la forza di apprezzare e amare le cose minute potrebbe servire, almeno, a farci prender gusto, a renderci felici, per un attimo, magari, soltanto, per l’inchino di Alex al Bernabeu, comunque un gesto di stile di cui sono capaci soltanto coloro che conoscono, rispettano, assecondano la "fortuna", il talento e la "parte" loro assegnati dalla vita.

Scritto da Vito Teti