Il PD, il degrado politico e la questione meridionale

Il forte e dolente riferimento da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al degrado morale che la politica meridionale (e non solo) ha conosciuto negli ultimi anni non mi pare abbia avuto nelle “sedi” e nelle “figure” chiamate in causa una risposta adeguata. Tanti consensi e apprezzamenti: pochi comportamenti adeguati e sentiti, tante difese di ufficio e distinguo, forse fondati, ma non utili per affrontare i problemi. Uno dei tratti caratterizzanti il degrado morale e politico che conosciamo è, specie dalle nostre parti, la “retorica”, ma anche la “finzione”. E’ un vizio ormai diffuso quello di condividere a parole i richiami “morali” e “istituzionali” e pensare che comunque riguardino gli altri. La “responsabilità” non abita più dalle nostre parti. La colpa non è mai “nostra”: è sempre di chi ci ha preceduti e di chi ci sta a fianco. Sarebbe invece il caso che il ceto politico e i gruppi dirigenti meridionali (il discorso naturalmente interessa in maniera diversa tutta la nazione) togliessero la testa dalla sabbia, guardassero la realtà per quella che è e non per come la immaginano e la “raccontano”.




La “questione meridionale” e il “meridionalismo” (che, pure con molti limiti, hanno messo in agire una grande tensione etica, progettuale e politica) sono stati cancellati dall’agenda politica per incapacità e inettitudine dei gruppi dirigenti delle regioni del Sud. Certo ci sono state le grandi trasformazioni globali e locali, ma quelli che una volta venivano chiamati “interessi del Mezzogiorno” non sono stati più interpretati da un ceto politico che ha finito col “rappresentare” sempre più se stesso o piccoli gruppi di riferimento, talora contigui alla criminalità, che hanno devastato il paesaggio naturale, antropologico, morale del Sud. I peggiori nemici del Sud sono stati quei meridionali che hanno fornito e forniscono alibi a chi governa e a chi dirige i processi economici per vere e proprie operazioni di ritorsione (vedi i tagli alla scuola ecc.) nei confronti dei ceti più bisognosi, e meno “responsabili” e “colpevoli” delle regioni del Sud.

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La categoria del rimpianto e quella della nostalgia vanno certo “sorvegliate”, ma non dobbiamo nascondere che ad un certo punto il Meridione è stato trasformato in “favola” ed è stata inventata una “questione settentrionale” anche come una sorta di nemesi storica per quanti hanno assistito impotenti alla cancellazione della “questione meridionale”. Il Sud da questione economica e sociale è stato progressivamente trasformato (con la complicità dei gruppi dirigenti locali) in “questione criminale” e adesso c’è il rischio che venga ridotto (in senso negativo) a vera e propria “questione morale”. Certo, che di “questione morale” parli Berlusconi appare un paradosso della storia, tuttavia non si possono tacere l’indifferenza e la supponenza con cui molti gruppi dirigenti hanno assistito alla degenerazione della politica nelle nostre contrade, all’affermarsi di un ceto “politicante” dedito agli affari personali e spesso contiguo alle organizzazioni criminali. Non sono stati i “meridionali” a distruggere le loro spiagge e le loro montagne, a svuotare paesi pieni e a riempire di cemento paesaggi vuoti e ormai inospitali? Non sono stati anche i “meridionali” (certo non tutti e non da soli) a riempire di scorie e di veleni il loro territorio, magari con l’ammiccamento di quanti hanno continuato a pensare che le mafie creano sviluppo o addirittura esprimono valori oppositivi e antagonisti?

Tanto folklorismo deteriore, tanto colore lacrimevole, tanta retorica identitaria non hanno finito con il generare il mito di una superiorità del Sud nel momento storico in cui veniva di fatto espulso dall’agenda della politica? La tendenza alla “lacrima” ruffiana, all’autoassoluzione generalizzata, all’autoesaltazione, all’autogiustificazione non ha lasciato indenni neanche le menti più lucide e pensanti. I retori della “napoletanità”, della “calabresità”, della “sicilianità”, silenziosi rispetto agli scempi di ogni genere, hanno concorso ad “inverare” i peggiori luoghi comuni antimeridionali. Una brutta “profezia” sembra autoavverarsi e i meridionali si ritrovano a fare i conti con la “sporcizia”, la “violenza”, l’incapacità “organizzativa”, l’ “amoralità” loro assegnate come aspetti “razziali” dagli antropologi positivisti.

Le élite intellettuali sono state troppo indulgenti con i vizi del ceto politico e della “società”, degli amministratori e anche del “buon popolo”: non hanno elaborato un pensiero critico e libero, capace di coniugare denuncia e proposta, “opposizione” e progetto. Anche in una situazione di recessione mondiale, che comunque inciderà fortemente sulla nostra vita, continua ad apparire debole e scontata la voce della politica e della cultura del Sud.

Ben vengano i richiami all’autocritica da parte di esponenti politici nazionali, ma il problema resta sempre di individuare chi deve fare autocritica. Chi e con quale legittimità deve dare senso a questa parola evocata in maniera rituale riferendosi sempre agli altri? Come si può osannare Obama a Roma e fare eleggere al Sud i Villari che poi diventano “capri espiatori” di una devastazione più generale? Come si può porre a livello nazionale la necessità della questione morale e non “accorgersi” delle lotte intestine, terribili, devastanti di gruppi dirigenti locali, incapaci, amorali, senza un’idea e un progetto per la loro terra? Non ci si accorge che al Sud c’è un problema di rappresentanza e di democrazia? Qui nessuno rappresenta valori comuni e condivisi, ma soltanto interessi privati e parziali.

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E’ un problema sociale, “totale”, generale, che non riguarda soltanto la “politica”. Certo i fenomeni degenerativi sono diventati più evidenti dove la politica si è affermata senza regole e senza ethos. Provoca amarezza constatare che gli uomini del Pd e della sinistra, nella gestione del potere e nell’esercizio del governo non sono moralmente “migliori”, diversi da quelli di destra e di centro. Inviti e proclami non servono più. Sono urgenti scelte e comportamenti coerenti.

Questo significa, ad esempio, capire che i corrotti e i corruttori non possono più candidarsi a dirigere alcun processo di rinnovamento o di mutamento. Significa che la costruzione di una nuova Calabria non può essere affidata a quanti hanno conti (veri e dimostrati) aperti con la giustizia. Significa che le sorti del Pd non possono essere consegnate a coloro che non lo hanno nemmeno votato. Comporta capacità di ascoltare e di dare voce anche a chi non se la sente di fare un percorso insieme o a fianco dei politicanti impresentabili, in luoghi virtuali dove si gioca (come è evidente) una partita finta e truccata, dove si rischia di essere “contagiati” e “omologati”. I giovani che chiedono riconoscimento dei meriti e fine di logiche familistiche e baronali, perché dovrebbero avvicinarsi a un modo di fare politica che parla soltanto di occupazione di posti, gestione del potere, candidature?

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La favola della “superiorità morale” della sinistra deve finire insieme alla favola di un Sud sfortunato, maltrattato, degradato soltanto per colpa degli altri.

La moralità la si pratica e non la si proclama. Occorrerebbero, davvero, una radicale inversione di tendenza, un grande rivolgimento morale, un grande mutamento culturale prima che “politico”. Bisognerebbe prendere coscienza che la “questione morale” è oggi la grande “questione” che riguarda anche il Sud, che, se non si cambia registro si frantumerà e si spappolerà ulteriormente e le stesse forze politiche imploderanno e si scioglieranno come neve al sole. Senza un nuovo ethos, senza un forte senso di sé, senza una finalità e un progetto questa società si sfarinerà o si terrà insieme soltanto grazie a legami sotterranei, perturbanti, illeciti. Il Meridione, in particolare la nostra regione, senza un fare eticamente orientato, continuerà a sciupare le proprie risorse.

La “morale” dovrebbe diventare la nuova risorsa, la grande occasione per le popolazioni meridionali in questo periodo di crisi, di appannamento, di grandi trasformazioni. Non si tratta - peraltro, cosa non di poco conto - di invocare la morale nell’azione politica. Bisognerebbe coltivare il progetto ambizioso di farne una ragione, un senso politico, un progetto, uno stile di vita, delle regole valide per tutti, il rispetto, il valore, la credibilità dei ruoli e delle competenze. Una nuova “visione morale” è una grande (certo non la sola) risposta possibile per affrontare una crisi che si annuncia dirompente e per cui sarà facile a chi governa fare pagare i costi ai ceti più disagiati e soprattutto a quel Mezzogiorno che in questi anni ha giocato a suicidarsi e a dare alibi ai “razzisti” esterni ed interni. La “morale” (so bene che ha una sua relatività, storicità, pluralità), coniugata a responsabilità, a progetto, potrebbe aiutare il Sud a inventare nuovi modelli di sviluppo, valori improntati a merito, sobrietà, capacità, a costruire nuove pratiche associative, reti legami e tessuti diversi da quelli che hanno creato la grande degenerazione che ci avvolge. Forse dovremmo utilizzare (ma chi? e come? insieme a chi?) in positivo anche questa crisi per affermare le ragioni delle economie locali, le costruzioni democratiche e dal basso, una nuova vocazione alla solidarietà, per mettere in discussione modelli dominanti che creano “ricchezza” economica (effimera e solo per pochi) e povertà morale, disagio, apatia, infelicità.

“Il Quotidiano della Calabria”, 10 dicembre 2008