Paris-Texas Badolato

Dal 9 al 13 settembre Wim Wenders sarà a Badolato e a Scilla per girare un cortometraggio di otto minuti. La notizia è di quelle che creano interesse e aspettative. Per la Calabria, è una buona, simbolica, notizia. Per me diventa quasi il concretizzarsi di una fantasia.

Badolato, uno dei paesi più frequentati da me e più amati, e Wenders, il regista che (insieme a Scorsese) ha influenzato maggiormente il mio modo di guardare e, a volte, anche di scrivere. Badolato e Wenders: il paese e il regista dei miei «falsi movimenti», dei miei «viaggi da fermo», o delle mie «soste movimentate». Ho come l’impressione di averli già “visti” insieme questi miei due “amici”, di essere stato io a farli incontrare.

Apro il mio “Il senso dei luoghi” (2004), dove parlo di Badolato, e leggo: «…Fisso lo sguardo nel punto dove la strada che stiamo percorrendo, la provinciale che scende dalle Serre va incontro alla statale Ionica 116. In prossimità di questo importante incrocio - qui sembrano abbracciare una vecchia e una nuova Calabria - sorgono nuove abitazioni, un supermercato, una Standa, negozi di generi alimentari, un self-service dal sapore americano dove si fermano camionisti stanchi e turisti nottambuli per bere l’ultima birra e comprare l’ultimo pacchetto di sigarette della giornata. Guardo il confondersi, il sovrapporsi, l’accavallarsi di strade, ponti, cavalcavia, linee ferrate. Questo luogo abbracciato dall’alto mi ricorda le immagini di viaggio di qualche film americano, o, se preferite, sembra l’inquadratura di un film di Wenders. Questa visione di Calabria arriva come una cartolina emblematica di una terra in movimento, o come direbbe il regista tedesco di un “falso movimento”».

Chiudo il libro. Con un certo compiacimento. Sento che è ora di tornare a Badolato.

Primi viaggi a Badolato. Alla fine degli anni Settanta. Il pellegrinaggio, quasi religioso, da etnografo, quasi da “archeologo”, in un paese in abbandono. Con i colleghi e gli allievi dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro. Lo spopolamento del paese era iniziato con la tremenda alluvione dell’ottobre 1951: quella che cominciò, insieme all’emigrazione, a cancellare Africo e Casalnuovo, Careri e Canolo, Brancaleone Superiore e Nardodipace, Cassari e tanti altri “paesi presepi” del versante jonico. A Badolato vi era già la tendenza a “scendere”: il terremoto del 1947 aveva spinto alcune famiglie lungo la marina. Il tarlo della fuga e dell’abbandono era in moto e l’alluvione diventa un pretesto per portare a compimento, per dare legittimità, un processo di mobilità già in corso. Nasce un “doppio”, uno dei tanti doppi che si inseguono e si confondono lungo la costa, e il “paese antico” lentamente si svuota.

Provavamo, noi visitatori appassionati, ad elencare le possibili ragioni di una scelta abbastanza traumatica: comodità, servizi, vicinanza al posto di lavoro, alle scuole, alle vie di comunicazione, ai centri commerciali. La risposta che allora ci inventavamo era che non c’era nessuna vera, concreta ragione, per lasciare un angolo di storia e di bellezza e scendere in un posto, tutto sommato, brutto. Considerazioni di intellettuali nostalgici? Resto di questo avviso, adesso che il termine nostalgia, dopo tanta ubriacatura modernista, può essere pronunciato senza essere accusato di passatismo. Adesso che “locale” non suona più come “localismo”. La crisi sta facendo chiarezza e spinge verso nuovi modelli.

Viaggio di stupore, di cordoglio e di speranza. Mimmo Lanciano, giovane studioso di storia locale, a inizio anni Novanta, lancia la provocazione «Badolato paese in vendita», con il sogno di arrestare un esodo che stava portando allo svuotamento e al degrado di uno dei più affascinanti paesi della Calabria. L’appello fa il giro del mondo, attira giornalisti e televisioni, qualche agente immobiliare, società di albergatori e di costruttori. Badolato continuava a svuotarsi.

Viaggi per conoscere e accogliere i nuovi erranti. Il 26 dicembre del 1997, lungo la costa di S. Caterina e di Badolato approda, dopo un lungo viaggio, una carretta carica di profughi, esattamente 835 curdi provenienti dalla Turchia, dall’Iran e dall’Iraq, ma anche di altre etnie. Quello dell’«Ararat» era il sesto sbarco di che a partire da quello iniziale del maggio 1997 in territorio Guardavalle andava segnando diversamente dal passato le marine dello jonio.

Le immagini delle televisioni di tutto il mondo portano nelle case quei corpi ammassati come bestie sulle carrette: uomini con i volti stanchi e la barba lunga, che fanno con la mano il segno della vittoria; donne con le vesti lunghe e il volto semicoperto con in braccio o in mano bambini spaventati e insieme sorridenti. Le immagini della televisione narrano anche la generosa accoglienza delle persone del luogo.

Tante speranze, progetti, iniziative del Cir e di Daniela Trapasso. Sono tornato tante volte a Badolato, in varie occasioni, a partire dal 1999. Ricordo un giorno dell’estate 2000 in compagnia di Vinicio Leonetti, amico giornalista della «Gazzetta del Sud», che ha seguito le vicende dei primi sbarchi. Sono con Felicia, mia moglie, e con Stefano, il mio bambino di un anno (meglio abituarlo, pensavo, penso agli incontri multiculturali) Daniela Trapasso, in una piccola stanza al piano terra del Municipio di Badolato, un antico palazzo restaurato, allora anche sede del Cir, parla, instancabile e appassionata, con un gruppo di sei-sette curdi che la circondano e la incalzano con domande come se fossero impegnati in un ballo di propiziazione. Badolato viene ormai chiamato «Curdolato».

Al bar del paese, i curdi sono seduti attorno a un tavolo su cui fanno bella mostra numerose lattine di birre e di Coca Cola. I curdi, in quel periodo, passano il tempo in una sorta di sospensione e di «attesa». Le parole che i curdi hanno imparato più in fretta sono «domani», «dopodomani», «poi» con riferimento ai ritardi burocratici del nostro governo. Qui «domani» ha ancora una volta il sapore della beffa. I gruppi dirigenti locali e nazionali hanno esasperato e stravolto il senso della lentezza mediterranea; e «domani» può significare domani, tra un anno, mai, come attesta una storia regionale di promesse mai mantenute, di opere pubbliche sempre incompiute, di piani regolatori sempre modificati e mai divenuti operanti, di posti di lavoro sempre proclamati e mai realmente creati.

Comincio, da allora, a visitare e a frequentare periodicamente Badolato. Voglio capire quel luogo, dove i curdi restano impressionati per i tanti funerali. Ad ogni morte, anche qui, chiude una casa, una storia. Ascolto la gente. Registro. Partecipo. Domando e mi interrogo. La gente torna dalla marina e dalle mille Badolato sparse nel mondo per seppellire i defunti, e per le feste di Pasqua. Roth ha scritto che ognuno di noi, dovunque si trovi, appartiene ancora al luogo in cui sono sepolti i padri. Il giorno dei defunti diventa un’occasione di visita al cimitero, ma di ritorno al vecchio abitato. Il vecchio abitato continua a fare parte degli orizzonti, dei ricordi, delle percezioni anche di coloro che sono nati in marina o altrove. Intanto continua a svuotarsi.

Mi accompagna, in questi miei viaggi, nelle mie ricerche, Vincenzo Squillacioti, anima del luogo, studioso di storia locale, persona perbene, direttore e animatore di «Radici» una delle più riuscite riviste di comunità. Con la rivista e l’Associazione promuove indagini, immagina itinerari turistici, organizza presentazioni di libri, manifestazioni culturali, progetta. Il paese d’estate mostra una qualche vitalità, d’inverno è vuoto. Con Eugenio Lijoi, amico regista, originario di S. Andrea, riprendiamo la gente, ascoltiamo i pochi giovani, filmiamo i riti della Settimana Santa, giriamo scene di vita ordinaria. Un piano ambizioso: documentare e raccontare per immagini i processi di spopolamento e le speranze di “ripopolamento”. Giro, con altri amici e colleghi dell’Unical i paesi dell’abbandono: Cleto e Cerenzia, Africo e Ferruzzano. Ascolto. Registro. E’ un’intera geografia che scivola, un’antropologia che si smarrisce. Prima o poi ultimerò anche questi filmati. Qualcuno ci sosterrà con la spesa di una sagra estiva.

L’abbandono è il grande problema della regione, delle aree montane di varie parti d’Italia. Mentre si parla di ricostruzione, crollano altri paesi. La frana svuota Cavallerizzo. Esodo. Dispersioni. Delusione. Speranze. Ricostruzione. Le acque abbandonate a se stesse provocano lutti e disastri: Crotone, Soverato, Bivona, l’autostrada. L’abbandono crea “zone franche” per la criminalità. I fondali marini, le montagne, le colline, i boschi, a quanto pare, sono diventati le pattumiere di Europa. Scorie radiottive. Mafie. Affari. E come se avessimo dato fuoco ai nostri “pozzi pietroliferi”.

Si fa presto a dire: proteggiamo il territorio, quando spuntano arpie fameliche, abili e cinici intercettatori dei benefici dei disastri e delle emergenze. Anche le buone intenzioni, anche le pratiche dell’accoglienza, anche tanti sforzi e generosità, in assenza di politiche dal basso, sostenute dall’alto, di controlli, di regole, di legalità. Rischiano di favorire, involontariamente, lo svuotamento.

Qualcosa non ha funzionato con i curdi, a Badolato. Erano e si sentivano di passaggio. Il paese ha conosciuto tante crisi amministrative. Molti progetti venivano calati dall’alto e dall’esterno. Qualcuno badava, forse, più all’immagine, magari alla propria, che alla sostanza. L’accoglienza rischiava di diventare più una buona intenzione che non una pratica. Bisogna essere sinceri, dire la verità, con la storia dell’ospitalità dei calabresi. Per non trasformarla in leggenda. Chi può dire che ospitare e accogliere non appartengono alla nostra storia e alla nostra cultura, non facciano parte delle nostre forme di rappresentazione? E tuttavia, per evitare la retorica, valori come quelli dell’accoglienza, dell’ospitalità, del dono non possono essere assolutizzati come una sorta di carattere naturale del calabrese. Anche in questo caso la “persuasione” viaggia a rimorchio della retorica. Una sottile linea d’ombra, di confine, nella terra dei grandi contrasti, separa la convinzione dall’enfasi. L’ospitalità non può essere etnicizzata, non può essere sbandierata come merce di consumo, non deve assumere i connotati della spettacolarizzazione. Diceva, all’epoca, Vincenzo Squillacioti: «Ferma restando l’ospitalità dei badolatesi, certe iniziative in loro favore si sono tradotte in un grand bluf. L’ospitalità è stata per alcuni anche interessata».

L’ospitalità la si pratica, non la si inventa e non la si predica. Ospitale si è, non ci si proclama tali. Può diventare un’occasione vera e nobile se i calabresi sanno accogliere se stessi prima degli altri, se avranno la capacità di tenere belli i propri paesi per loro stessi e poi per gli altri. Per fortuna in altri paesi l’ospitalità e l’accoglienza stanno diventando, tra molte difficoltà, una pratica e non uno slogan.

Riace, per molti è il paese dei Bronzi. Io l’ho conosciuto e lo ricordo soprattutto come il paese dei Santi Cosma e Damiano. Alla fine degli anni Settanta il paese veniva raggiunto dai pellegrini delle Serre e dello Jonio. Era una grande festa. Ricordo mastro Mico, che mi accompagna sulla spiaggia di Riace per msotrarmi il luogo in cui sarebbero “sbarcati” i Santi medici, esattamente là dove sono stati trovati i Bronzi. Ricordo le processioni dal paese al Santuario e, da qui, il ritorno in paese. Ricordo le veglie in chiesa con le donne che “dormono” e pregano, stese per terra e le ragazze che arrivano con gli ex voto. Ricordo le salsicce fresche e i fuochi d’artificio, il ballo degli zingari e mastro Micu, devoto e commosso, che afferra i bambini, li avvicina alle statue dei santi e li restituisce ai genitori. La festa cambiava, ma il paese era ancora vivo. Tornavano gli emigrati. Tornavano i giovani. Tutto un mondo mobile narrava di arrivi e di partenze. Qualche volta di ritorni. Lentamente anche il centro di Riace cominciò a svuotarsi. Poi il miracolo. Accadono sempre più raramente dalle nostre parti e bisogna raccontarli. Grazie a Mimmo Lucano, sindaco coraggioso e amante del luogo, che ha favorito, fin da quando non era ancora amministratore, l’arrivo a Riace di immigrati, di rifugiati politici o che richiedevano asilo. Riace è diventato un borgo multietnico: un bel segnale in una terra governata da uomini che vogliono buttare a mare altri uomini, che respingono donne e bambini. Molti stranieri giunti a Riace hanno trovato un alloggio in un centro storico “recuperato”. Si sono sposati con gente del luogo, hanno fatto figli e si sono stabiliti in questo paese che si affaccia sullo Jonio. Non se ne sono più andati. Altri due sindaci della Locride: Ilario Amendolia di Caulonia e Piero Sasso di Stignano hanno creduto in un nuovo paese, capace di fare, di inventare, di accogliere. Grazie al sostegno della Regione Calabria (che ha colto anche il valore simbolico e metaforico dell’evento) gli immigrati lavorano in laboratori artigianali assieme ai giovani del paese. Nei vicoli di Riace sono nati piccoli laboratori dove si lavora il vetro, l’argilla,i tessuti. Le case cadenti del centro storico, abbandonate dagli emigrati calabresi finiti in Germania o a Milano, sono divenuti alloggi che vengono destinati agli immigrati. Sono circa 300 i nuovi abitanti di Calabria venuti da fuori e, quando capita, lavorano, ballano, cantano insieme ai vecchi e ai giovani del paese. Arrivano curiosi e giornalisti da tutta Europa. Il cantiere è aperto, la partita va giocata, non mancano le difficoltà, gli ostacoli, ma come non registrare la bellezza di quanto avviene in questi piccoli centri? E come non segnalare che i tanti paesi dell’interno ormai vivono grazie a immigrati che lavorano nell’edilizia e nelle campagne, a “badanti” che curano gli anziani. L’impensabile, l’imprevedibile è avvenuto. La terra delle partenze è diventata terra degli arrivi. E’ la novità da cogliere, da assumerci, non solo per “dovere”, ma anche per “convenienza”. Per anni avevo immaginato la mia “ruga” piena dei bambini delle persone emigrate che sarebbero tornate. Non è tornato nessuno. Le case sono vuote. I miei bambini hanno come compagni di gioco i figli di romeni nati qui, nuovi paesani, che danno un’altra anima al paese.

Non so se Wenders arriva in Calabria anche dopo aver sentito queste storie. Quello che importa è che dopo le Paris-Texas, le distese americane, il cielo sopra e sotto Berlino, la Lisbona dei Madredeus, la Palermo Shooting, abbia immaginato Badolato e Scilla come luoghi per raccontare il suo eterno viaggiare (direbbe Claudio Magris), il suo desiderio di scoprire l’alterità e la diversità. Cosa racconta “Il Volo” di Wenders, con la sceneggiatura di Eugenio Melloni, e attore protagonista Ben Gazzara e altri attori del luogo? Il soggetto è ispirato alle esperienze di accoglienza verso i profughi e rifugiati. Un paese della costa calabrese quasi spopolato. Per un bambino (forse l’unico) è difficile giocare anche a pallone, vista la mancanza di altri bambini. Nel paese arriva un gruppo di giovani immigrati africani a bordo di un barcone, creando scompiglio nell’amministrazione locale. Si confrontano e si scontrano posizioni diverse discussioni sulla possibilità di accoglierli. Il bambino e il sindaco del paese daranno alla vicenda una svolta decisiva con un finale a sorpresa. Una sorta di “fiaba” che apre alla speranza, ma che sembra voler cogliere molte sollecitazioni che arrivano da tanti paesi in abbandono.

Durante l’estate ho visitato tanti paesi della regioni. Molti all’interno e a rischio abbandono. L’ho fatto per bisogno antico, per amore, per capire cosa resta e cosa cambia. Ho visto, davvero, un villaggio dove vive solo un bambino, ultimo nato negli ultimi dieci anni. Per andare a scuola e a giocare con altri ragazzi, i genitori (nel paese vivono soltanto trenta persone) debbono accompagnarlo due volte al giorno in un paese della costa che dista venti chilometri. Questo paese, come altri, non sembra avere futuro. Intanto bisogna occuparsi anche di quell’unico bambino. Racconto questa storia ai tanti amici e conoscenti che incontro nella piazza di Badolato la mattina del 25 agosto. Tutti mi guardano con curiosità, come se aspettassero che riveli il nome del paese. In giro ci sono, tanti bambini, che attendono di fare un “provino” per il cortometraggio di Wenders. Faccio il bambino e rispondo: «Non vi dico il nome del paese, nemmeno sotto tortura». Non è che consideri i luoghi una riserva, un giocattolo da non fare vedere. Al contrario: sono infastidito dal vedere trattati i paesi come giocattoli, come luoghi esotici. Sono stanco di leggere la Calabria raccontata da giornalisti e osservatori frettolosi, prevenuti, con le idee già chiare ancora prima di essere arrivati, quasi moderni epigoni del Grand Tour. E sono infastidito dai nostrani apocalittici o integrati che, all’uopo, ci spiegano cosa è una Calabria che non hanno mai visitato e ci descrivono paesi mai visti, ossessionati dal mito dell’arcaicità o da quello, complementare, della postmodernità. Salvo rare e belle eccezioni, da ormai quarant’anni ho incontrato pochi nostri moderni descrittori.

Sono tornato a Badolato, allora, in compagnia di mia moglie, e dei miei due bambini, Stefano e Caterina, dodici e dieci anni. Non posso perdere l’occasione di fare vedere ai bambini come “location”, come set cinematografico di uno dei più grandi registi viventi. In fondo anche loro sono abituati a questi luoghi. Il Bar degli artisti, nella grande piazza in cima al paese (nata al seguito della demolizione di alcune abitazioni), è animato come il bar della Pace a Roma. Attorno ai tavolini: fotografi, giornalisti, bambini con i genitori, amministratori, abitanti. Elio Gentile e Patrizia Talarico, esponenti di Calabria Film Commission, che dirigono il casting che si occupa del film, si muovono trafelati, con l’aria intensa e partecipata di chi si sente impegnato in un’impresa che lascerà il segno. Adesso fanno dei sopraluoghi e cercano di individuare di Peppino, il piccolo protagonista maschile e altre figure previste dalla sceneggiatura.

Partecipo a questo gioco con mio figlio. Biondo e con gli occhi azzurri mi sembra perfetto per rappresentare il “tipico” bambino di Calabria. Si diverte e ci divertiamo. Arriva un troupe di TeleJonio. Intervista lo studioso che da anni osserva Badolato. Incontro la compagna di Piero Pelù che si muove come una donna del luogo. Il musicista ha preso casa a Badolato. Abita il paese d’inverno, conosce la gente, ha appreso il dialetto. Pensa che questa nuova lingua (anche quella sonora) possa arricchire la sua arte. Come lui ha fatto Anna Giannizzi, una garbata signora originaria della Puglia, vissuta al Nord. Ha aperto un Bed& Break fast recuperando e unificando due vecchie abitazioni. Ha portato con sé genitori a Badolato e qui li ha sepolti. E’ arrivata con molto entusiasmo. Adesso tema di non farcela: quello che guadagna d’estate non basta per i mesi invernali. Turi Caminiti, presidente del Consiglio Comunale, accoglie, entusiasta, quasi euforico, paesani e forestieri, narra storie, illustra progetti dell’amministrazione. L’arrivo di Wenders è contagioso, suscita speranze, un clima di gioiosa festa, di attesa, di buoni propositi. Il sindaco (da un anno) Nicola Barretta mi dice che del recupero dell’antica Badolato ha fatto un punto centrale del suo programma amministrativo. C’è da augurarsi che sia così e che ce la faccia. Con progetti non invasivi, con recuperi “ragionevoli”, mirati, rispettosi, come suggeriscono gli amici della Radice. Non incontro Daniela Trapasso. L’esperienza dei curdi è finita, ma il Cir funziona a livello regionale, e lei è sempre attiva. Dopo qualche delusione, è impegnata a presentare progetti mirati ad ospitare immigrati e rifugiati. Anche grazie a lei Badolato ha lanciato messaggi che sono stati raccolti e adesso è contagiato da iniziative di altri paesi.

Proprio perché ho criticato e combattuto l’Impero (quello austro-ungarico), diceva Roth, adesso che non c’è più posso averne nostalgia. Soltanto come modello ideale di riferimento. Anche Pasolini aveva nostalgia della civiltà contadina non per ripristinarla, ma per criticare il presente e le devastazioni in atto. Proprio perché ho sempre detto liberamente quello che penso e sono stato, giustamente, critico con certe pratiche politiche, penso che sia doveroso cogliere i segnali positivi che qualche volta (sia pure confusamente) arrivano. Criticare, denunciare, indignarsi hanno un senso si aprono alla proposta e alla speranza. Altrimenti meglio non scrivere, meglio appartarsi, meglio rinunciare.

La pellicola costerà 183.700 mila euro e la Regione Calabria, che ne è coproduttrice, partecipa con una quota quantificata in 70.000 euro. Un’inezia rispetto a sprechi enormi registrati in tutti i settori della vita pubblica, un’inezia a confronto di spese per finanziare manifestazioni folkloristiche e deteriori, che non danno alcun ritorno di immagine. Ben poca cosa se si pensa che per molte feste si spendono somme di gran lunga più elevate per spettacoli scadenti e inutili. E’ apprezzabile che gli eventuali ricavati saranno reinvestiti in progetti che hanno a che fare con l’accoglienza e inserimento dei profughi e dei richiedenti asilo sul territorio, coniugandolo allo sviluppo socio-economico delle comunità locali. La Calabria è stata la prima Regione italiana a dotarsi di una legge per promuovere l’accoglienza. In questa Italia dei leghismi, dei localismi, dei razzismi non è poca cosa. Certo le operazioni di immagini (quelle di qualità, ben fatte, poco costose) sono sempre apprezzabili, utili a condizione che seguano azioni politiche e iniziative incisive e mirate. L’accoglienza potrebbe restare uno slogan, un’occasione mancata, in assenza di un grande piano di recupero e valorizzazione del paesaggio, dei paesi, dei luoghi.

Incontro finalmente Vincenzo Squillacioti. Gioia reciproca. Era in giro ad accompagnare una troupe di rai 2 nei vicoli, a mostrare palazzi e basi, mulini e fontane, chiese e forgie. Qual è la situazione? Stringe le spalle, come fa l’uomo saggio, che è vede la realtà e pensa che non bisogna arrendersi. Ha fatto un ultimo censimento, casa per casa, famiglia per famiglia. “Sopra” abitano non più di 390 persone, forse 300-350. La popolazione residente del paese è di 3276: la gente continua ad emigrare. Soprattutto i giovani. La nuova emigrazione. Intanto è nata una Badolato “tre”, un Villaggio dei danesi, sulla collina di Vallina, in prossimità della 106, al confine con Isca. Cento-centoventi villini a schiera che guardano il mare. I danesi sono arrivati già l’anno scorso, hanno acquistato la casa tramite agenzia. Un mese d’estate e poi hanno ricevuto la visita non gradita di qualcuno che ha svuotato le loro abitazioni. Si sentono i primi mugugni. Il paese si svuota, il paesaggio si scheggia, si frantuma. Il nuovo non fa vivere l’antico. Interno e marine non comunicano, non sono collegati. Ben vengano, dice Vincenzo, queste iniziative, le manifestazioni musicali e culturali, ma poi d’inverno il paese si svuota. Mi dice: «I Bed& Break fast a Badolato Superiore ormai pullulano: non c’è soltanto quello di Anna Giannuzzi, ce ne sono altri tre o quattro, ma lavorano soltanto un mese o due al massimo durante l’anno. Ce ne sono pure in marina. In Marina c’è pure (ristrutturato) un decente albergo a tre stelle: Ma neanche in Marina si lavora tutto l’anno. In novembre da queste parti è un morire. E così sino a maggio. Attenzione, però: non va meglio neanche a Soverato. Neanche col mercatino dell’antiquariato l’ultima domenica di ogni mese: ci va poca gente che cerca l’oggettino desiderato». E allora? Vincenzo non ha soltanto risposte, ha avanzato anche proposte:

«Ci vuole un turismo di tipo culturale e didattico, per richiamare gente tutto l’anno. Ma ci vuole pure un’offerta qualificata e organizzata, in un contesto in cui funzionino i servizi essenziali, e non solo quelli. Ovviamente ci vuole anche la possibilità di arrivare a Badolato, a Isca, a S. Caterina, in treno e in automobile. Un Museo “diffuso” e possibilmente comprensoriale, pubblicizzato in tutta Europa, anche via internet, creerebbe posti di lavoro stabili e costituirebbe un volano per un tipo di economia dovuta alla ricettività soprattutto».

Creare strutture stabili, centri permanenti, itinerari culturali. Guide. Scuole. Ricerche. Formazione. Aggregazione e lavoro per tanti giovani. Oltre l’effimero estivo, anche quando di qualità. La Radice ha presentato alla Regione un progetto di percorsi culturali all’aperto: i frantoi, i mulini, i palmenti, le carcare, le fornaci, le cascate, il paesaggio, le fontane-abbeveratoi, i calvari, le torri d’avvistamento, le torri campanarie, le cascate, i cenobi basiliani, i ruderi delle opere difensive, le porte medioevali, gli scavi (dove ci sono), le botteghe artigianali e gli innumerevoli oggetti della civiltà contadina e artigiana (La Radice ne possiede già centinaia).

Il Comune ha assicurato la donazione di palazzi nobiliari antichi. Si attendono risposte dalla Regione Il turismo culturale. La cultura. Ne parlano tanti, tutti, per scrivere un “gran romanzo” delle cose da fare. Predrag Matvejevic ricorda, contro tante retoriche identitarie e piagnistei sul Mediterraneo, che l’immagine che offre oggi il mare nostrum, non è per nulla rassicurante. L’Unione europea, del resto, si è compiuta senza tener conto del Mediterraneo: un’Europa separata dalla «culla dell’Europa». I parametri con i quali al Nord si osservano il presente e l’avvenire del Mediterraneo non concordano sempre con quelli del Sud. Il Mediterraneo, nota lo scrittore, si presenta come uno stato di cose, non riesce a diventare un vero progetto. Questo vale per l’Italia intera e per la Calabria in particolare. Un’identità dell’essere, forte e intensa, non riesce a trovare un’identità del fareconveniente e adeguata. La “retrospettiva” continua più di una volta ad avere la meglio sulla prospettiva.

Badolato è un paese metafora dell’abbandono, della rovina, della fuga, delle speranze, dei sogni, dei rimorsi, delle nostalgie, delle fantasie di tutta la Calabria, dell’intero Mezzogiorno. E’ un borgo medievale di struggente bellezza, dagli inconfondibili lineamenti paesaggistici ed architettonici. Eppure muore, come tanti altri paesi dell’interno. Il grande tema – a cui è legato quello del mare sporco, del dissesto idrogeologico, della devastazione del paesaggio – è quello dello spopolamento. Ripopolare un paese è processo impegnativo, costante, richiede passioni e fantasie, strategie, progetti. Richiede un impegno dei “locali”, che spesso (il problema è generale) appaiono rassegnati, assuefatti, delegano a politici inaffidabili, impresentabili.

Saluto Vincenzo, che non è riuscito a trattenerci a pranzo, ma ci ha offerto degli ottimi panini. Il mare di Isca ci aspetta. Mentre prendo la 106, penso a quanto scrivevo ne “Il senso dei luoghi”, pensando a Wenders prima che arrivasse.

«Le cento “Paris-Texas” qui si chiamano Soverato Marina, Marina di Davoli, S. Andrea Ionio Marina, Isca Marina, Badolato Marina, S. Caterina dello Ionio Marina, Guardavalle Marina, Monasterace Marina, Riace Marina, Caulonia Marina, Roccella Jonica, Marina di Gioiosa Jonica, Siderno, Locri, Ardore Marina, Bovalino, e poi Bianco, S. Ilario Marina, Africo, Brancaleone. Lungo le marine si è verificata la ricostruzione e la reinvenzione dei paesi dell’interno. Più volte ho pensato a questi posti come a una sorta di non luogo, di luoghi senz’anima e senza identità, ma molte volte, poi, mi accorgo che anche questi posti anonimi tendono ad affermarsi come luoghi. Per molti versi sembrerebbero i paesi dell’interno, sempre più vuoti, i veri non luoghi della Calabria, ridotti ad ombre, a spazi vuoti, a crogiuolo di case disabitate».

Continuano a sorgere villaggi. Il cemento avanza, stravolge, distrugge mentre versiamo lacrime di gioia e di dolore per la bellezza del paesaggio. Il paesaggio, purtroppo, mi appare ancora più sfrangiato, devastato. Le “rovine”, come scrivevo giorni addietro, su questo giornale, a volte sovrastano la bellezza. La Calabria diventerà l’eccezionale set per storie normali? Un luogo di Angeli che volano, come ne “Il cielo sopra Berlino”. O un luogo di rovine postmoderne del dopocatastrofe? Come in “Fino alla fine del mondo”. “Nel corso del tempo”, le immagini di Wenders, sono sicuro, ci aiuteranno almeno a riflettere, ad assumerci responsabilità, a vedere con altro occhio i luoghi che non vogliamo e non sappiamo guardare. A coltivare l’arte di “andare in città”, come Alice, a metterci in gioco, a farci osservare e a limitare la pratica dell’autosservazione sterile, che si trasforma in autocompiacimento assolutorio. E comunque, benvenuto Wim.

“Il Quotidiano della Calabria”, 6 settembre 2009

Terra di bellezze e di rovine

«La Calabria è essenzialmente il paese delle rovine: la fisionomia geologica del suo territorio, i monumenti degli uomini e dei secoli fan risaltare in ogni passo le tracce di questa caratteristica malaugurata. […]La grandezza della Calabria sta tutta nelle sue rovine…». Così scriveva alla metà dell’Ottocento sul “Poliorama Pittoresco” un attento e pensoso osservatore delle “magnifiche rovine” di Soriano. Olindo Malagodi, in viaggio nei paesi calabresi devastati dal terremoto del 1905, nota: «Questo paese tanto bello e tanto triste», «questa terra così bella e piena di rovine e di dolori». Giuseppe Isnardi parla della «bellezza superba» dell’ambiente naturale che circonda i tristi paesi della regione. In Calabria grande e amara, Repaci innalza un inno alle bellezze dei luoghi, ma non dimentica povertà e latifondo, frane e miseria. La “bellezza” è stata associata a fertilità, ricchezza naturale, prosperità: a volte incastonata nell’ideologia del sublime, del maestoso, del “magico”, altre volte circondata da sentimenti di velata melanconia, da nostalgie, rimpianti, prose e versi indimenticabili. Non sono mancate retoriche (ancora attuali) intorno a una terra «paradiso», Eden o paese delle meraviglie incontaminato. Le rovine (della natura e del passato, se è vero che il termine e il concetto segnano il pensiero, la filosofia, la storia dell’arte, l’archeologia e l’estetica dell’Occidente) sono state associate a sfasciume, degrado del territorio, «povertà naturale», dissesto, ma anche a memoria, segni del passato e di una storia antica e “gloriosa”.


Bellezze e rovine non si escludono, ma si richiamano. Non soltanto nella percezione dei romantici e degli esteti delle rovine, anche nella “realtà”. Non “bellezze o rovine”, ma “bellezze e rovine”. Autori del passato anticipano quanto ci dicono studiosi del paesaggio e storici delle catastrofi, come Emanuela Guidoboni. La bellezza e le rovine fanno parte di una stessa vicenda “naturale”, geoantropica e storica. Ciò che appare affascinante e suggestivo (continui cambiamenti del paesaggio, “salti” dalla montagna al mare, succedersi di montagne, colline, strapiombi e dirupi con visioni struggenti) è un carattere naturale che a volte si presenta con il volto della distruzione, sprigiona una carica distruttiva che segna l’antropologia, la mentalità, la religiosità, l’immaginario, la mitologia, il temperamento, la melanconia delle popolazioni. Una «melanconia da catastrofe» influenza la vita di popolazioni costrette ad abbandonare i luoghi e a ricostruire nuovi siti, impegnate in continue e interminabili riparazioni, in fughe senza fine. Il problema non è privilegiare un termine, o enfatizzarlo, o “negarlo”: è capire che la “bellezza” naturale è a rischio, precaria, incerta, instabile, “in moto”. “Riguardare” (non solo al passato ma al presente e al futuro) la rovina, significa custodire la bellezza.

Gli interventi dopo le catastrofi, le mancate o insensate ricostruzioni, sono più devastanti dei guasti provocati dalla “natura”. Alvaro ricorda (Un treno nel Sud) come la Calabria fornisca «sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione; le riparazioni appaiono puerili di fronte alla furia improvvisa degli elementi, costano molto allo Stato, da non lasciare margine alle opere fondamentali». E ancora: «Sulle catastrofi della Calabria, si sono formate fortune imponenti». Nel suoViaggio in Italia, Guido Piovene nota: «Le pagine più colorite della letteratura economica sulla Calabria sono quelle che narrano questi disordinati tentativi di riassestarla; le loro conclusioni sono utili anche per noi. La Calabria vi è definita un cimitero d’opere pubbliche, arrestate a metà, quando il danaro dello Stato finiva. I resti delle opere pubbliche, ringoiate dalla natura, sono variamente detti accampamenti abbandonati, rottami di un naufragio, sfasciume di miliardi».

Gli ultimi anni narrano più che di «sfasciume naturale» dello «sfasciume di miliardi». Un cimitero d’opere pubbliche: interminabili colate di cemento; dighe mai terminate; depuratori mai costruiti o non funzionanti; fabbriche sorte con il miraggio della ricchezza e dismesse; letti di fiumi deposito di detriti e immondizie; montagne di sabbia scarnificate e dissanguate da ruspe impietose. Da noi, ricorda ancora Alvaro, «tutto accade lentamente, o non accade mai. Perché tutto è provvisorio. Perché tutto si può aspettare all’infinito. E molte cose si riducono a favole».

Mentre nel passato l’incompiutezza appariva legata all’insicurezza e a vicende catastrofiche, oggi appare figlia della tendenza all’arricchimento veloce. In una terra sempre mobile e pericolante, sempre soggetta ad aggiustamenti e a riparazioni, la filosofia del pubblico intervento ha contribuito ad alimentare clientele, famiglie, clan politici.

E così tutto sembra governato dalla provvisorietà, dall’idea che nulla è durevole. Trionfa la logica del «meglio oggi l’uovo che domani la gallina». Accontentarsi, perché domani potrebbe andare peggio. Niente finisce mai, davvero, perché a niente viene dato un tempo, una scadenza. «Domani» indica sempre un tempo vago, insicuro. Le costruzioni vengono lasciate incompiute. Si rimanda a tempi migliori, sperando che poi i figli in qualche modo le ultimeranno. Non accade più come con la prima emigrazione: gli emigrati partivano per fare un po’ di soldi, tornavano e acquistavano un podere, avviavano la costruzione della casa, ripartivano, fino a quando non riuscivano ad ultimarla, magari dopo dieci-quindici anni. Alla fine le case linde, pulite, finite, colorate, con il balcone e il portone che suscitavano l’invidia e l’ironia dei “signori” rappresentavano una novità in paesi di case fatiscenti e anguste e modificano il paesaggio urbano. Oggi gli scheletri di cemento, alzati e non finiti, pilastri scarni, vaganti senza un tempo e senza una meta, si innalzano come una sorta di ipoteca sul futuro, come un desiderio di controllare il tempo e quello che verrà, in realtà raccontano un presente di rovina, la rovina del presente, una rovina immanente e persistente. Le case bene arredate all’interno sono inguardabili da fuori. Si pensa che il dentro riguardi noi, l’esterno riguardi soltanto gli altri, visti come “ostili”. Non verranno terminate quelle case: i figli se ne sono andati, se ne andranno, non torneranno.

Una storia di lunga durata segnata da catastrofi, abbandoni, precarietà può essere, certo, invocata per spiegare la pratica dell’incompiutezza. Ma non bisogna cercare alibi per gli scempi che si perpetuano qui ed ora. Le drammatiche alluvioni degli ultimi anni (Crotone, Soverato, Bivona), che hanno provocato decine di morti, il crollo di alcune case di Cavallerizzo a cui sono seguiti l’abbandono dell’antico sito e tanti dolori, le frane di quest’ultimi mesi che hanno isolato paesi, demolito l’autostrada, colpito abitati e cimiteri, strade ferrate e grandi arterie ci mettono di fronte a un presente di rovine i cui responsabili sono noti e individuabili. Pianti, lutti, funerali, commozioni, analisi, riflessioni, promesse che «non accadrà mai più», avvertenze di tecnici (che parlano a catastrofe avvenuta), impegni solenni dei politici. Tutto come prima.

Una recente indagine promossa dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Calabria fa il quadro preciso e drammatico dei disastri ambientali prodotti negli ultimi decenni. Il paesaggio si presenta come quello di un “the dey after”. Ogni 150 metri di costa emerge un illecito edilizio: villette a schiera come palafitte, camping e villaggi turistici dentro l’alveo dei fiumi o sulla sabbia delle spiagge, costruzioni mai terminate, colline e montagne sventrate. La regione è la terra degli ecomostri; per meglio dire è un ecomostro con buona pace di quanti costruiscono retoriche della bellezza, che pure esiste, ma è sempre più deturpata, violentata, devastata.

La vicenda di Reggio Calabria, come viene ricostruita in una relazione istituzionale, pubblica e ufficiale (Relazione Conclusiva della Commissione d’Indagine istituita dal Consiglio Comunale di Reggio Calabria, letta in aula il 18 giugno scorso dal presidente coordinatore, consigliere Nuccio Barillà) è davvero emblematica (ne ha parlato Tonino Perna su questo giornale). La retorica della “città bella e gentile” e l’enfasi sulla “città metropolitana” e sulla città della Fata Morgana, vengono polverizzate da un contesto di devastazioni ambientali, abusi edilizi, “illegalità legalizzate”. Una fotografia inquietante, un check-up, fatto di dati, denunce, audizioni, rapporti, testimonianze. Tutto documentato. Non invettive generiche e denunce di maniera, a basso costo, in cui sono esperti tanti nostri “maestri pensatori” che parlano per sentito dire e che si limitano a denunce “letterarie” tanto innocue quanto sterili. Vengono indicati, con coraggio, fatti e responsabilità.

La relazione individua anche le crepe nella struttura burocratica e le responsabilità amministrative. Ripercorre storie di “scaricabarile” e di illegalità, con le pratiche nascoste dentro i cassetti mentre avanza il mattone selvaggio. La stessa Direzione Investigativa Antimafia, ricorda la relazione, per anni occupa e poi si fa assegnare un edificio abusivo. E ancora: pagine inquietanti sugli inciuci e i conflitti tra Enti, sulle opere modificate sulla base di interessi privati, o che vengono spostate di luogo senza l’approvazione in Consiglio Comunale della variante. Ne escono a pezzi gli ordini professionali, le università, i tecnici, i geologi. Nuccio Barillà, promotore di questa iniziativa, è stato assessore nella Giunta del Sindaco della Primavera di Reggio, Italo Falcomatà, ed è protagonista con Legambiente di tante battaglie, a livello locale e nazionale, per l’ambiente e per la legalità. Ama in maniera profonda la sua città, la sua terra, i piccoli paesi. Un amore che non lo porta a non chiudere gli occhi, a non stare silenzioso. Le forze politiche sono indaffarate in risse per decidere candidature, spartizioni, clientele prossime venture. E’ più comodo sbandierare immagini di grandezza, raccontare favole e bugie, rinviare sempre a domani.

Come accade per la bellezza, anche l’atteggiamento nei confronti delle rovine (intese questa volta come reperti, monumenti, resti, reliquie materiali) oscilla tra indifferenza e tutela, distruzione e riuso “appropriato”, abbandono e protezione, impiego strumentale o risorsa di memoria. Le rovine – da includere a pieno titolo quelle dimenticate e invisibili, quelle silenziose e nascoste, quelle non considerate e non scoperte da rovinologi, quelle che oggi riemergono grazie a strane vendette della natura e una nuova sensibilità che si va affermando anche tra la gente - suscitano sensazioni e atteggiamenti che vanno dall’attrazione alla rimozione, dallo stupore all’inquietudine, dalla cura all’incuria, dalla persuasione alla retorica. Ad alcuni parlano, ad altri non dicono nulla. Nella regione vengono spesso sepolti e cancellati resti del passato per edificare case private o edifici pubblici o strade.

Si fa retorica sul passato per poi distruggerne gli antichi reperti. Alcune soprintendenze sono spesso costrette a contrastare privati cittadini e pubbliche amministrazioni che tendono ad occultare con ruspe e colate di cemento ruderi, tombe, resti archeologici. I ruderi, specie quelli che non sembrano avere un volto nobile, quelli che non hanno tutela e sguardi amorevoli, subiscono spesso rimozione e distruzione. I miei viaggi in Calabria negli ultimi anni si sono tradotti in scoperta di devastazioni e d’incuria, di scempi e di omissioni. Sia per la natura sia per quello che restava delle costruzioni dell’uomo. Chateaubriand (prima ancora di Simmel e di Benjamin) distingueva tra rovine del tempo e rovine degli uomini. Spesso le due rovine viaggiano insieme. E bisogna parlare anche delle rovine dovute al restauro. Spesso i recuperi e le tutele (non esiste un accordo su cosa si intenda per tutela) provocano danni più devastanti delle distruzioni. Prevale a volte il cemento, si affermano interessi nell’ uso di materiali e tecniche di intervento che di fatto stravolgono e cancellano le rovine. Certi restauri e recuperi distruggono ulteriormente la rovina, la rendono altra da sé, dalla sua storia, dalla stessa memoria.

Ho avuto modo di rivedere, anche questa estate, i contrasti e gli atteggiamenti ambivalenti nei confronti della bellezza e delle rovine. Le bellezze, i paesaggi, il mare e le montagne della Calabria? Sono commoventi. Ho fatto splendidi tuffi sia nelle acque limpide dello Ionio che del Tirreno. Ho visto spiagge e acque pulite, montagne e boschi incantevoli. Ho assistito a mille iniziative, anche di qualità, organizzate nei paesi che hanno voglia di vivere. L’amore per questa terra però mi porta a dire che ho visto devastazioni delle spiagge e case costruite nell’acqua, sporcizie e carcasse di macchine lungo i letti dei fiumi, siti archeologici abbandonati alle spine e alle ruspe, restauri e recuperi che aggiungono rovine a rovine, manifestazioni “effimere” e scadenti che non incidono minimamente sul “vuoto” dei mesi invernali, sul rischio spopolamento di interi paesi.

E come se le popolazioni distruggessero di notte e all’improvviso quello che faticosamente conquistano ogni giorno. La retorica trionfa sulla persuasione. Le contraddizioni e i contrasti non trovano soluzione. La memoria evocata non è quasi mai accompagnata da consapevolezza, da desiderio di non ripetere gli errori, da forme di riguardo e di prevenzione. L’elogio sdolcinato delle bellezze naturali appare quasi una sorta di scongiuro e un alibi per non scorgere i rischi immanenti.

Chi dovrebbe invitare alle regole, fare rispettare le norme edilizie, elaborare piani antisismici e di tutela? «In una cultura in cui i presidenti della Repubblica elogiano la corruzione, considerata alla stregua di un “male necessario”, ed entrano in rapporto confidenziali con i delinquenti, è assai difficile evitare che gli impresari edili usino ferro e cemento ben al di sotto del pattuito nei contratti, obbligarli a rispettare le leggi, a sostenere gli alti costi della sicurezza in vista di un ipotetico e vago terremoto che tanto danneggerebbe gli altri e non loro». Così scrive Orhan Pamuk che percorre le strade della sua Istanbul, colpita da un devastante terremoto alla fine degli anni Novanta. Da noi le cose non vanno meglio.

Il recente terremoto che ha colpito l’Abruzzo ha provocato – come altri devastanti terremoti del passato – distruzioni, morti, ma anche ansie, denuncie, riflessioni, meditazioni. Bernard-Henri Lévy ha ricordato come quest’ultimo terremoto conferma le considerazioni di Walter Benjamin sulla rovina come presente. Il pensatore tedesco nelle “Tesi della filosofia della Storia”, alla nona tesi, mette in scena il famoso Angelo della storia, ispirato all’Angelus Novus di Klee, che avanza verso il futuro a ritroso, con gli occhi rivolti al passato, le ali gonfiate da un terribile vento che inesorabilmente lo aspira indietro e che vede ammonticchiarsi, ai propri piedi, sotto i propri passi, un gigantesco ammasso di rovine che salgono verso il cielo e sono ciò in cui si trasforma costantemente, incessantemente, quasi a getto continuo, il presente. Il presente si accumula soltanto nella forma della rovina: è un accatastamento di rovine. Il divenire-rovina, il disastro – scrive Lévi – non ha colpito però alla cieca, sceglie i propri bersagli e ne risparmia altri. «Se gli edifici sono crollati è perché erano costruiti male. Se erano costruiti male, è perché erano stati fabbricati, molto spesso, con calcestruzzo composto di un miscuglio di sabbia, pietrisco e cemento dosati male». Il futuro appare più perituro del passato: il vero passato è la modernità, non l’arcaismo, scrive Lévi e critica la critica della modernità (la speculazione immobiliare neocapitalista che deturpa il mondo) portata avanti a suo tempo da Pasolini.

La nostra regione è un luogo emblematico di una rovina sempre ereditata e immanente, sempre annunciata, sempre “costruita”. Non è un destino naturale e una maledizione inevitabile: è il mancato rispetto della natura, l’incapacità di riguardarla e di controllarla. La classe politica ha immense responsabilità, ma costruttori, imprenditori, tecnici, ingegneri, architetti, geometri, geologi, istituzioni addette al controllo e alla vigilanza, intellettuali, cittadini non sono senza macchia e senza colpe. Troppe volte silenziosi, complici, miopi. E così buona parte del territorio è saccheggiata, devastata, inquinata, avvelenata da mafie o da gruppi che operano fuori da ogni regola, da ogni controllo. Dire queste cose, forse, è poco “estivo” e vacanziero, genera apprensione, suona come allarmismo. Non me la sento, però, di condividere l’ottimismo e le retoriche imperanti, a cui puntualmente succedono vittimismo e catastrofismo interessati. Tanto più che il presidente del Consiglio, assieme ai suoi ministri, sta preparando piani che stravolgeranno definitivamente il paesaggio, distruggeranno i beni archeologici e culturali, alimenteranno uno scenario di disastri e di sciagure.

In questo quadro di desolazione non mancano segnali in controtendenza. Gli assessorati all’Urbanistica, all’Ambiente e alla Pubblica Istruzione della Regione Calabria, negli ultimi tempi, pure tra difficoltà, hanno introdotto culture e pratiche positive per la tutela, valorizzazione, promozione dell’ambiente e del paesaggio. Occorre insistere con un’azione mirata, convinta, coordinata. C’è da vigilare perchè ogni comune protegga il proprio territorio da devastazioni e appetiti e che ogni cittadino senta come costitutivi della propria personalità il paesaggio, i fiumi, i boschi, le case.

La rovina del passato è storia, memoria, simbolo, a volte costruzione identitaria, monumento, simbolo che ammonisce. Bisogna interpretarla, “riguardarla”, trasformarla in risorsa. E’ possibile auspicare un diverso senso dei luoghi e un diverso senso delle rovine per coltivare, davvero, la bellezza e scongiurare nuove e inquietanti devastazioni?

"Il Quotidiano della Calabria", 20 agosto 2009

La Settimana Santa in Calabria e quel legame con l’Abruzzo

Si sono svolti in tutta la regione, tra giovedì e sabato, i riti, le rappresentazioni, le processioni che raccontano e rinnovano la Passione e la Morte di Cristo, il dolore e il pianto di Maria. Molti paesi sono famosi per ritualità con forti elementi di drammatizzazione e di “spettacolarizzazione”. Spesso, però, è proprio in piccoli centri, in paesi appena popolati, in villaggi delle aree interne la narrazione della Morte-Resurrezione di Cristo avviene in forma “persuasa”, non “consumistica”, “sentita” e non “ostentata” (naturalmente riti e rappresentazioni prevedono parole, gesti, canti, recite, “parti”, “ruoli” con una componente “teatrale”). Quest’anno tali riti hanno incontrato e raccontato morti, pianti, distruzioni che sono entrati, attraverso la televisione e i resoconti dei giornali, nelle nostre case, nel nostro sguardo, nella nostra anima.


I riti della Passione e Morte di Cristo e del cordoglio della Madonna difficilmente sono stati separati (anche dalle nostre parti) dalle morti, dal dolore, dalla desolazione, dalla disperazione, anche dalla speranza e dalla dignità nella sofferenza, delle popolazioni dell’Abruzzo. «Siamo tutti abruzzesi», abbiamo ripetuto con la testa e con il cuore. Lo siamo per umana vicinanza, per senso profondo di solidarietà con chi soffre, per abitudine antica a partecipare al lutto degli altri.

Noi calabresi abbiamo molte, profonde, storiche ragioni per sentirci abruzzesi, per immedesimarci nel dramma di quanti stanno piangendo i loro morti, le loro case, le loro cose. Inutile nasconderci, fare finta di nulla: quello che è accaduto (ed era in parte temuto e atteso) in Abruzzo poteva accadere da noi. Insieme all’Abruzzo, la nostra regione è quella a più alto rischio sismico, quella dove da anni ormai esperti, sismologi, storici (con indicatori diversi) paventano il peggio. La storia delle due regioni, nella lunga durata, è simile per le catastrofi conosciute, per le ricorrenti distruzioni di abitati, per le vicende di ricostruzione sullo stesso “posto” o in luoghi vicini.

Gli amici de L’Aquila con cui mi sono messo in contatto o che sono stati rintracciati da amici comuni continuano a ripetere la stessa cosa: «L’Aquila non esiste più». E’ la percezione e la sensazione di fine del mondo e anche la consapevolezza che, anche nella migliore delle ipotesi (della più rapida e più eccellente ricostruzione) nulla sarà come prima. C’è un «prima» e un «dopo» il terremoto, evento catastrofico che segna, con una grande frattura, la vita delle persone e la storia dei luoghi colpiti. Nulla è stato come prima a Messina e Reggio Calabria dopo il terremoto del 1908, nulla è stato come prima nel Vibonese dopo il sisma del 1905, e nulla è stato come prima nei tanti centri della Calabria meridionale dopo il «terribile flagello» del 1783, che cancellò per sempre intere città, distrusse tesori architettonici e artistici, provocò decine di migliaia di morti, modificò il paesaggio (e potremmo ricordare i terremoti del 1659, del 1638 e andare indietro nel tempo).

Con dolore e sgomento, anche con tanta certa angoscia, ho visto le immagini di paesi e villaggi crollati, sventrati, «bombardati», ho accompagnato con lo sguardo le persone aggirarsi come ombre e come spettri tra le macerie, ho immaginato il loro stato stuporoso che non fa intravedere un futuro. Ho avuto la sensazione di un «già visto». Certo l’impatto delle immagini è potente, “emotivo”, “veritiero”, ma ho avuto l’impressione di rivedere le terribili scene descritte e raccontate dagli osservatori dei terremoti calabresi del passato: boati, rombi, crolli, città e paesi sepolti, morti e feriti, lutti, patologie, solitudine, melanconia, disperazione, speranza dei superstiti.

Il boato della terra che trema e l’urlo della fiumara e della montagna che frana fanno parte del nostro «inconscio collettivo», sono una memoria sotterranea, che, quasi con intento esorcistico, tentiamo di tenere sepolta. E difatti tendiamo a cancellare e a rimuovere la storia di una «terra in moto» che ha segnato e informato la mentalità, l’organizzazione dello spazio, le forme della devozione e i rapporti sociali. L’oblio che ha un valore rigenerativo e fondante, non è sempre utile e non opportuno. Gli stessi riti della Settimana Santa narrano anche una storia di catastrofi e riflettono una storia segnata dal terremoto.

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I riti della Settimana si concludono con l’ Affruntata (o Confrunta, o Sbelata), la rappresentazione drammatica dell’incontro tra il Cristo risorto e La Madonna Addolorata. A Vibo Valentia e a S. Gregorio d’Ippona, a Rombiolo e a S. Onofrio, a Maierato e ad Arena (lunedì dopo Pasqua), a Dasà (martedì dopo Pasqua) e a Soriano, a Francavilla Angitola e a Filadelfia, a Chiaravalle Centrale e S. Vito sullo Ionio, ad Acquaro e a Dinami, a S. Andrea Apostolo sullo Ionio e a Gioiosa Ionica, a Caulonia e a Grotteria, a Roccella Ionica e Siderno Marina, a S. Giorgio Morgeto e a Seminara, a Mammola, a Platì e ad Ardore (e l’elenco è incompleto) l’ «incontro» viene “rappresentato” e drammatizzato con una complessità di elementi e di varianti che è difficile riassumere. In quasi tutti i paesi S. Giovanni fa la spola tra la chiesa (o la piazza o lo slargo) dove è sistemata la statua di Maria Addolorata e quella dove è collocata la statua del Cristo Risorto. La statua di S. Giovanni viene trasportata dai portantini (i viaggi in genere sono tre), con passo svelto, quasi di corsa, in un’atmosfera gioiosa e di attesa. La Madonna si mostra incredula. San Giovanni si affretta a comunicare a Cristo l’atteggiamento della Madre e la necessità che Le vada incontro. Al terzo viaggio San Giovanni si dirige verso la Madonna insieme a Cristo risorto. La Madre finalmente si convince dell’avvenuta Resurrezione e incomincia a correre verso il Figlio. Quando le statue sono ormai vicine, Maria va «avanti e indietro» per tre volte. E’ ancora incredula: non sa se avvicinarsi o allontanarsi. Un congregato tira il drappo nero della Madonna, che appare vestita a festa in genere d'azzurro. Gli attimi che precedono la “svelazione” e l’incontro sono carichi di attenzione, tensione ed emozione. Il rito deve svolgersi secondo modalità previste dalla tradizione. In caso di “cattiva riuscita” incomberebbe sulla comunità una qualche disgrazia (guerra, carestia, pestilenza, terremoto). Prima dell’incontro, nell’ «ora cruciale del mezzogiorno», viene realizzata una sorta di «sospensione del tempo». Come se tutto, il mondo e la vita possano finire. Come se il destino della comunità dipenda dalla riuscita di quell’evento.

Al momento dell’incontro delle statue che provengono da due chiese diverse, collocate in luoghi separati e spesso in conflitto, la gente si abbandona in un applauso liberatorio. Molte persone si inginocchiano, baciano a terra, si battono il petto, piangono. Sono evidenti l’ethos e il pathos di un rito di rifondazione e di rinascita. Dopo l'incontro, comincia la processione per le vie dell’abitato. Cristo cammina in mezzo a Maria, non più Mater Dolorosa, ma Mater Gloriosa, e a S. Giovanni.

Se durante la Settimana Santa (fino alle fasi iniziali dell’Affruntata) Maria appare modello di sofferenza e di dolore e Cristo riassume e rappresenta tutte le morti individuali, con l’Affruntata viene narrata il trionfo della vita sulla morte. La commemorazione della vicenda di Cristo (come ricorda efficacemente Luigi Lombardi Satriani) libera anche nell’orizzonte storico, «gli uomini dalla loro precarietà e dall’angoscia ad essa connessa, inserendoli in una strategia della speranza, essenziale per la continuazione dell’esistenza».

Ho osservato nel corso degli anni ho avuto modo di osservare quasi tutte le affruntate calabresi: sono rimasto sempre toccato e affascinato. Colpito da quelle di piccoli centri come Filogaso, Zammarò, S. Vito sullo Ionio, Badolato e Gioiosa Ionica dove, prima dell’incontro, si crea un silenzio di attesa, un’ atmosfera di sospensione, a cui segue una sorta di boato, di “rumore” indefinibile. Ho pensato spesso anche ad una sorta di rievocazione drammatica della paura del terremoto, a cui segue una sorta di urlo liberatorio per uno scampato pericolo.

I riti della Settimana Santa e della Pasqua giocano ancora un ruolo fondamentale per la riorganizzazione-ridefinizione simbolica dello spazio cittadino e per il collegamento di luoghi separati. Con un incontro sacro e paradigmatico, luoghi e storie sparse, a seguito di catastrofi (non si dimentichi l’emigrazione), si ricompongono, si presentano e si percepiscono come unità. Le statue che corrono ansiose per incontrarsi raccontano anche l’ansia, l’angoscia e il bisogno d’incontro dei paesi che hanno conosciuto lutti collettivi, terremoti, alluvioni, disgregazioni, fughe, frammentazioni, delocalizzazioni, sdoppiamenti. La “mobilità” del rito riflette anche l’antropologia degli abitanti di una terra inquieta, mobile, in fuga, in viaggio, ballerina.

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I riti della Settimana Santa e di Pasqua presentano, pertanto, una stretta relazione con le vicende sismiche. A Savelli, domenica delle Palme, le persone si recano al cimitero per trovare i defunti. E’ il giorno in cui commemorano il terribile sisma della vigilia delle Palme del 1638. Tra il Reventino e il Lametino, si registrano 30.000 morti su una popolazione che sicuramente non raggiungeva le 500.000 unità. Il terremoto che raggiunse l’undicesimo grado MRG provocò il crollo quasi totale delle costruzioni in muratura nell’area tra Lamezia e la Valle del Crati, con epicentro individuabile tra Conflenti e Scigliano, dove morirono 753 persone su una popolazione totale di circa 5125. Dai paesi distrutti, in un periodo di grande mobilità della popolazione, le persone cercano siti più sicuri. Gruppi di persone provenienti da Scigliano e da Carpanzano (popolazione maschile) attraversano la Sila e raggiungono il paesino di Scalazaporri, di appena 30 abitanti, che diventano ben presto 335 e il paesino prende il nome di Savelli.

A Soriano Calabro, ogni anno il 7 febbraio, ricorrenza del terremoto del 1783, la statua della Madonna del Rosario (denominata «Madonna del Flagello») viene portata in processione attorno alle «magnifiche rovine» del Convento di S. Domenico e poi nei luoghi in cui perirono centinaia di persone a seguito del crollo di tutte le case. La statua della Madonna viene poggiata su un altarino mobile. Il padre priore dei domenicani ricorda il sisma, i fedeli recitano una litania, e il rosario. Dopo la benedizione viene intonato il canto dei defunti. Dal volto di molte donne scorrono le lacrime. Dei fedeli si inginocchiano e pregano. Altri si battono in maniera composta il petto. Il lutto permane. La memoria è viva e non artefatta o indotta. Il ricordo non viene sollecitato, nasce da un passato che non passa. Non è difficile immaginare che su un’esperienza collettiva di morte s’inseriscono tante storie individuali di dolore e di sofferenze. Il giorno di Pasqua, nel rito dell’Affruntata, la Madonna Rosario corre verso il Figlio Risorto.

Sono numerosi i culti e i riti nati nella regione a seguito di un terremoto. I santi patroni e la Madonna (con diverse denominazione) proteggono innanzitutto dai terremoti.

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I riti “tramandano” memoria delle vicende storiche, le persone tendono a dimenticare. Non conoscono la loro storia e, forse, per questo non si proteggono opportunamente da rischi catastrofici del presente. Perché tanta smemoratezza mentre non facciamo altro che tessere retoriche della memoria? Perché tante incurie e devastazioni del paesaggio mentre ripetiamo puntualmente e sterilmente che è la nostra risorsa?

Sappiamo bene che i materiali e le tecniche costruttive dei vecchi abitati, il degrado e l’abbandono dei centri storici, la maniera scriteriata e incontrollata di costruire, le cementificazioni incontrollate, le nuove costruzioni a casaccio e senza criterio che hanno ferito il territorio, l’esistenza di faglie franose (come abbiamo visto quest’anno) rendono da noi fragile, debole, indifeso il paesaggio, i paesi, i centri urbani.

Bisogna intervenire prima, avere riguardo dei luoghi, curare i paesi, costruire secondo criteri antisismici. Il rischio sismico non può essere rimosso, il terremoto non può essere prevenuto con precisione, ma ci sono mille modi per renderlo meno rovinoso, più controllabile, più gestibile. Occorre tutelare, prevenire, informare.

La protezione civile (che ha svolto tempestivamente il proprio compito) dovrebbe agire, “proteggere”, prima e non dopo. L’efficienza e la solidarietà, le competenze e il pronto intervento vorremmo vederli in atto prima delle catastrofi. Siamo stanchi di sentire ad ogni tragedia parole rituali, promesse di circostanza, dichiarazioni di buone intenzioni, impegni al rispetto delle regole, progetti di recupero e di risanamento e poi vedere che tutto continua come prima. Ben venga un decreto legge contro i protagonisti di turpi e inqualificabili atti di sciacallaggio, ma non si dimentichino gli sciacalli che quotidianamente depredano il territorio, il paesaggio, le montagne e le coste, non visti, con il silenzio e la complicità di chi dovrebbe controllare.

Tutto questo richiede una nuova filosofia, un diverso modello di sviluppo, un nuovo patto con il territorio, con il paesaggio, con i paesi; richiede una nuova etica che badi alla tutela e non allo sperpero, che progetti e non improvvisi. Richiede un impegno con noi stessi, un’assunzione di responsabilità a cui non siamo più abituati. Richiede un amore non proclamato, ma praticato, per i luoghi. Scelte di “civiltà” e non economicistiche. La Regione e gli enti pubblici dovrebbero fornirsi di strumenti adeguati, fare un grande piano di risanamento, investire sul recupero (quando possibile) dei centri storici, sulla demolizione degli ecomostri e di case pericolanti e cadenti. Si abbandonino i miraggi delle grandi opere, le idee di costruzioni e lavori pubblici e privati senza regole, senza concessioni e licenze edilizie, senza un’attenzione alla storia, alla mentalità, al vissuto, al senso dello spazio, al radicamento, all’antropologia delle persone.

Adesso, in Abruzzo, il cammino sarà faticoso, lungo, doloroso. Adesso si aprirà, spero con serietà e tenendo conto delle urgenze e delle esigenze delle popolazioni, il dibattito se andare verso il modello «new town» o se «ricostruire» gli antichi centri storici. Le due “scelte” non sono incompatibili. Bisogna valutare caso per caso, storia per storia, luogo per luogo. Non tutto va abbandonato, non tutto va «risanato» e recuperato. Gli scempi compiuti in Calabria e le innumerevoli modalità di ricostruzione sperimentate nei secoli (in Calabria come in Abruzzo) hanno molto da suggerire su cosa si potrebbe fare e su cosa andrebbe assolutamente evitato. Abbiamo una storia di «città nuove» sorte in Calabria a seguito dei continui terremoti (dalle illuministiche città del dopo 1783 ai «paesi baracche» di periodi più recenti, ai «doppi» invivibili lungo le coste, alla nuova Cavallerizzo,che è un caso di costruzione, ancora in corso, da considerare con attenzione) che ci aiutano a capire splendori, limiti, difficoltà delle ricostruzioni e anche dolore e ragioni delle persone che non vogliono abbandonare l’antico sito. Il paese abbandonato rimorde e non viene mai del tutto seppellito. Spero che l’invito alla «new town» (da non escludere in alcune circostanze) non diventi uno slogan o una formula magica, buona sempre e comunque, e non si traduca dalle nostre parti in svuotamento dei paesi interni, in abbandono dei centri storici, in stravolgimento di secolari forme insediative, in fuga dalla montagna, in «delocalizzazione» insensata e immotivata, in nuove forme di cementificazione e di devastazione, in ulteriore intasamento delle marine.

Che il dramma e il dolore dell’Abruzzo servano almeno di lezione. Alla politica e alle istituzioni in primo luogo, e all’intera società, a tutti noi. Gli abitanti dei paesi interni, che si svuotano e sono a rischio abbandono, che franano e bruciano, quelli dei centri costieri che rischiano di essere travolti dai fiumi e dal mare, non possono più rendersi responsabili di incurie e distruzioni, non debbono cedere all’arte dell’arrangiarsi e consolarsi col pensiero che «a noi non capiterà mai», non debbono dare retta a grandi e piccoli devastatori, a quanti prosperano sulle catastrofi e non hanno alcun interesse per prevenirle o limitarne i danni. Non possono distrarsi, i cittadini, magari per piccole e illusorie convenienze. Ho visto che in provincia de L’Aquila l’unico paese rimasto in piedi è quello dove un privato aveva acquistato delle case e le aveva risanate e ristrutturate, rinforzate, per adibirle a “case albergo” e per avviare varie attività che hanno creato occupazione, trattenuto anche i giovani e attirato forestieri e turisti. E’ un’indicazione da considerare assieme a tante altre. In questa terra di frammentazioni e di lacerazioni, tutti i cittadini dovrebbero infondere nella vita quotidiana, nei gesti e negli atti di ogni giorno, la stessa tensione, la stessa passione, lo stesso senso del sacro, la stessa abilità, la stessa capacità organizzativa, la stessa inventiva e fantasia, la stessa tensione, la stessa pignoleria che rivelano quando sono impegnati nelle ritualità comunitarie.

I riti della Settimana Santa e della Pasqua. Quando non sono ridotti a colore, a folklorismo sterile e deteriore, a formalismo e ad esibizione localistica, hanno molto da comunicare anche ai laici. Bisognerebbe “viverli” forse con maggiore intensità, osservarli con il gusto dell’interrogazione, con atteggiamento di rispetto e di riguardo, interpretarli nel loro profondo messaggio religioso ma anche nella loro dimensione sociale e storica. Parlano di una Morte e di una Resurrezione esemplari, ma anche della morte e della vita nei nostri paesi, della morte e della vita dei nostri paesi.

“Il Quotidiano della Calabria”, 12 aprile 2009

La laurea ad honorem a Saverio Strati


Caro Matteo,



in merito alla questione, sollevata in questi giorni sul “Il Quotidiano”, relativa alla concessione dei benefici della cosiddetta legge Bacchelli a Saverio Strati, mi fa piacere comunicare che il Dipartimento di Filologia dell’Unical ha già avviato, da molto tempo, la procedura necessaria a conferire a Saverio Strati la “Laurea magistrale ad honorem”. Presto la proposta giungerà in Facoltà e potrà avviarsi ad essere realizzata. Credo che con questa iniziativa l’Università tenga fede alla sua missione originaria cui non era estranea la valorizzazione del patrimonio culturale calabrese in un contesto di dialogo con il mondo degli studi europei e internazionali. Accanto all’iniziativa per Strati, infatti, altre iniziative, diverse dal conferimento di lauree ad honorem, sono in corso presso il Dipartimento di Filologia rivolte verso importanti letterati calabresi come Lorenzo Calogero e Mario La Cava.

Fin qui l’attività accademica. Come studioso e come intellettuale manifesto la mia soddisfazione e il mio “piacere” per il fatto che il giornale abbia “ripreso” (grazie all’interessamento di Vincenzo Ziccarelli e con un articolo di Franco Dionisalvi) ad occuparsi, in maniera seria e concreta, di Saverio Strati. Dico “ripreso” perché vale la pena ricordare che siamo stati noi ad occuparci di Strati sulle pagine del giornale in occasione del suo ottantesimo compleanno. Per conto mio ho fatto quanto nelle mie possibilità perché il più grande scrittore calabrese vivente venisse non solo ricordato, ma anche riconosciuto e ripensato come un autore fondamentale per comprendere la storia e l’antropologia della nostra regione, a cui egli ha dato, attraverso la scrittura, voce lettararia in un contesto nazionale ed europeo. Ogni anno inserisco uno o più romanzi dello scrittore nei corsi di Etnologia, ma i libri sono praticamente introvabili e gli studenti debbono ricorrere necessariamente alle fotocopie. La Mondadori, che pubblica “di tutto e di più”, ha pensato bene di non ripubblicare i libri di uno scrittore tradotto all’estero, in Francia e in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti, amato da generazioni di italiani e calabresi, vincitore di numerosi e importanti premi tra cui il Supercampiello. Strati, uomo schivo, appartato, orgoglioso, lontano da salotti, dalle effimere mode letterarie, negli ultimi decenni è accompagnato da una sorta di marginalizzazione ad opera di superficiali critici letterari, sempre innamorati dei “grandissimi” scrittori in auge, funzionali al grande supermarket dell’editoria.

Ci saranno altre occasioni per parlare della narrativa di Strati, dei suoi celebri racconti e romanzi, del suo linguaggio innovativo, della sua scrittura densamente antropologica, della sua capacità di narrare la grande trasformazione conosciuta dalla Calabria negli anni cinquanta-settanta del Novecento. Avremo modo di “rileggere” ancora le sue storie che appartengono ad un contesto letterario alto, all’intero universo meridionale e mediterraneo. Con questa lettera mi permetto di suggerire al giornale, da te diretto, di promuovere una raccolta di adesioni per sollecitare l’approvazione della legge Bacchelli a favore dello scrittore.

Dovremmo uscire, “noi calabresi”, dal vezzo di ignorare i nostri grandi e illustri autori in vita per poi celebrarli (magari male e retoricamente) quando sono scomparsi. Non facciamo altro che parlare di risorse identitarie e poi dimentichiamo quegli autori di rilevanza “nazionale” ed europea che ci consegnano un’identità ampia, plurale, dinamica della regione, colta nei suoi splendori e anche nei suoi limiti. Propongo, infine, alla Giunta Regionale di farsi promotrice di iniziative, alte e qualificate, volte alla diffusione e alla valorizzazione delle opere di Strati. Sarebbe un bel segnale se una delegazione della Regione si recasse in visita di cortesia e di ringraziamento presso la sua abitazione in Toscana, e decidesse assieme a lui adeguate iniziative culturali ed editoriali con finalità concrete. Si potrebbe, ad esempio, proporre la pubblicazione, concordando con lui tempi e modalità, di un’opera inedita. Ho avuto modo, nel corso di incontri istituzionali (tendenti alla promozione degli scrittori calabresi) di parlare di queste iniziative a Domenico Cersosimo, vicepresidente della Giunta Regionale, ed ho ricevuto grande attenzione e ampia disponibilità. E’ necessario diventare operativi e non perdere più tempo. Strati è autore che va letto in tutte le scuole calabresi e non solo. I beni culturali non sono soltanto quelli materiali, ma anche quelli materiali e simbolici. Strati è un “bene” identitario da “riconoscere” se vogliamo davvero che la nostra regione riscopri, rinnovi e inventi una vocazione mediterranea ed europea.

Vito Teti
Direttore Dipartimento di Filologia dell’Unical

Frana, metafora di crolli annunciati

La Calabria frana. Frana, in forme antiche e in forme nuove, ormai da decenni. Nell’indifferenza più totale. Spesso nel compiacimento dei gruppi dirigenti. Perché qui da noi, come ricordava Alvaro, chi governa e chi comanda ha costruito fortune sulle catastrofi naturali e sulle disgrazie della gente. Frana la Calabria e la frana appare metafora di crolli annunciati. Muoiono persone, ma scompaiono anche paesi, centri storici antichi, e anche le costruzioni della modernità. Di una modernità creata in maniera dissennata e senza un senso di compiutezza e di progettualità. Da anni si sprecano energie, miliardi, discorsi sul ponte da fare o da non fare e intanto i paesi, che dovrebbero essere collegati, chiudono, si sgretolano, scendono a valle. Le frane sono il segno (la causa e l’effetto) di uno svuotamento più generale, dell’indifferenza nei confronti del territorio. Qui da noi prosperano i retori delle bellezze naturali, che spesso sono i responsabili o i complici delle devastazioni. Si elucubra sulla vocazione turistica della regione, ma le strade che dovrebbero portare i turisti sono impercorribili; ci si riempie la bocca con la California d’Italia, ma i luoghi simbolici del turismo e della bellezza (prima Soverato e, adesso, Tropea, “la perla del Tirreno”) crollano per l’incuria e le inadempienze degli uomini. Non c’è calabrese che non si commuova per la bellezza delle sue spiagge e delle montagne e intanto abbiamo permesso che questi luoghi venissero riempiti di veleni di ogni genere. La tendenza all’autodistruzione di tanti calabresi lascia davvero sgomenti. 


La Calabria che frana, nei mesi invernali, è l’altro volto della Calabria che brucia nei mesi estivi. Lo scrivo da anni, ripetendo e, forse, annoiando, nei miei libri e nei tanti articoli apparsi su questo giornale. Lo ha ricordato, con riferimento agli incendi, Mario Minervino in suo lavoro appena uscito. E non abbiamo fatto che aggiornare il grido, le denuncie, gli allarmi che arrivano da lontano.

Lo scrivevano i meridionalisti, che sapevano ascoltare le parole dei contadini. Nitti a inizio Novecento riporta quanto gli dice un contadino di Rossano: «Qui abbiamo un Dio, che quando piove ci porta a mare, e quando non piove secca il mondo. Questo anno non ha piovuto da sei mesi e siamo tutti disoccupati e in miseria». Lo sapevano i nostri scrittori. Perri scrive: « Una volta cominciate le piogge non si sapeva come sarebbe andata a finire; perchè in Calabria, o il tempo è secco, e allora bisogna mettere fuori tutti i Santi delle chiese per vedere un po’ d’acqua; o piove, e specialmente quando piove con lo scirocco, non la finisce più». Un “paradiso abitato dai diavoli” venivano detti Napoli, il Sud, la nostra regione. Abbiamo distrutto e devastato il Paradiso e sono prosperati, cresciuti in quantità e in qualità, i diavoli.

Frana la Calabria, ma è una frana più vasta quella che preoccupa. E’la frana di una classe politica decrepita, che non vuole cedere il passo. E’ la frana di quei partiti che si permettono il lusso di creare e alimentare divisioni e lacerazioni in un territorio (come il Vibonese) già frammentato e martoriato. E’ la frana dei gruppi dirigenti, del mondo delle imprese, dei tecnici, degli intellettuali che assistono, apatici, indifferenti, complici, alla devastazione di tutta la regione. E’ la frana dei sogni e delle speranze. E’ anche la frana della pietas e della compassione. E’ la frana che segnala la più totale mancanza di “religione”, di un qualsiasi tessuto connettivo e comunitario. Quando chi governa, chi gestisce i fondi, chi dovrebbe salvaguardare e valorizzare il territorio si sveglierà, forse, sarà troppo tardi.

Assistiamo sgomenti al ripetersi di strazi conosciuti, a pianti tante volte ascoltati, a funerali che provocano dolore e disagio. Le cronache di oggi assomigliano troppo a quelle di ieri e di avantieri per non pensare che qui c’è una tendenza a ripetere gli errori di sempre, per non capire che tutto cambia a parole e niente cambia davvero.

Nel 1951 era toccato ai paesi dell’Aspromonte, del versante jonico, delle Serre: ad Africo, a Casalnuovo, a Brancaleone, a Badolato, a Ragonà, a Nardodipace. Esodi, trasferimenti di abitati, dispersioni. Nelle cronache dell’epoca si possono leggere le dichiarazioni dei politici che gridavano “mai più!”. La stessa promessa all’inizio degli anni settanta dinnanzi alle rovine di Roghudi, di Chorio, e ancora di Nardodipace. Di nuovo rovine e dispersioni, nascita di doppi inabitabili e inospitali. Fortune di gruppi malavitosi che si affermano grazie al controllo dell’edilizia pubblica e privata, preludio alla nascita del controllo delle armi e delle droghe.

E’ di cinque anni fa il crollo di Cavallerizzo. Non si verificano morti grazie alla vigilanza delle popolazioni, ma il paese viene abbandonato. Si disse ancora che non si sarebbero più verificati crolli come quello di Cavallerizzo. Adesso Bertolaso, il responsabile della Protezione civile, oggi con un nuovo ruolo, torna per prendere atto di quello che sapeva, che tutti sapevamo, che lui stesso aveva denunciato: essere la regione terra in bilico, sfarinata, a rischio geologico, e anche a forte rischio sismico. Cosa si fa tra un annuncio e una catastrofe sempre imminente e incombente? Convegni, libri, analisi in occasione del centenario del terremoto del 1905 e di quello del 1908 e intanto la regione è la prima in assoluto per rischio terremoti e l’ultima per prevenzione.

Rispetto al passato, siamo in grado di prevedere, di monitorare il territorio, di seguire l’andamento delle piogge e l’evoluzione delle faglie. Si sa tutto e non si fa niente. Ci sono i soldi e le competenze per contrastare le devastazioni della pioggia e del fuoco, non c’è la volontà, non c’è nemmeno la capacità di spendere. Gli amministratori e i politici ripetono le stesse cose ma intanto si stenta ad avviare - nonostante l’impegno di tecnici di grande competenza come Salvatore Orlando e la presenza in giunta di Domenico Cersosimo - i Por che dovrebbero proteggere la montagna, difendere i boschi, arrestare lo svuotamento dell’interno. Dove è l’inghippo? Perché non si procede speditamente, senza tenere conto degli appetiti di mille questuanti, che invocano i soliti interventi a pioggia e frammentati, che non servano a questa terra che ha bisogno di un’idea e di un progetto unitari?

Gli amministratori di centinaia di comuni grandi e piccoli chiedono, a ragione, lo stato di calamità, fondi straordinari, nuovi sussidi. Nessuno spiega, tuttavia, mai come sono stati spesi i soldi avuti, nessuno si presenta con un piano di difesa e di tutela del territorio. Nessuno spiega perché vengono sventrate le montagne, devastati i fiumi, chiuse le vie naturali delle acque. Senza una ragione, senza una finalità, senza un utile, che non sia l’arricchimento veloce di ceti e gruppi di potere famelici, insaziabili, disposti a tutto.

Gli ordini delle professioni che si occupano del territorio, ad ogni catastrofe, ricordano che i loro allarmi non vengono ascoltati, che gli amministratori sono insensibili, ma non dicono mai perché tanti tecnici sono totalmente subalterni al potere politico, perché firmano progetti e piani di opere improbabili, perché si rendono responsabili di una cementificazione selvaggia che genera frane e sconquassi. Chi firma il progetto di ponti, di palazzi, di case che crollano? Chi controlla le mille opere incompiute? Chi rende possibili le varianti delle varianti e le varianti delle varianti delle varianti? All’infinito. Senza realizzare mai nulla, se non la creazione di economie e di mentalità illegali.

Si ripete, con una ritualità stucchevole, che il territorio è la nostra ricchezza e invece sappiamo che è la ricchezza di mafie, `ndranghete, clienti, costruttori, tecnici contigui alla criminalità, al malaffare, ai procacciatori di fondi e di finanziamenti europei. Non c’è metro quadrato che non venga controllato dalla criminalità e le cronache recenti hanno parlato di costruzioni non in regola, di cemento che manca nei pilastri, di opere incomplete e arrangiate, di ponti costruiti senza criterio, di colline e montagne sventrate soltanto per fare profitti. La creazione della stazione unica appaltante, voluta dalla Giunta Regionale, è una notizia in controtendenza. Bisogna renderla operativa. Bisogna che si muovano lungo questa strada anche le province, i comuni, oserei dire anche i “privati”. La legalità, la moralità, le regole, la capacità di progettare e di inventare pensando al bene comune, alle risorse naturali e umane, diventeranno mai un patrimonio condiviso, un codice etico praticato? Cesseranno di essere soltanto slogan, formule liturgiche, scongiuri di maniera?

C’è ancora qualcuno (i partiti? il sindacato? la chiesa? le università? le imprese?) in grado di assumere impegni, di caricarsi di responsabilità, senza promettere, senza annunciare, senza attendere, semplicemente mettendo in atto quelle azioni, quegli interventi, quelle iniziative che ogni cittadino perbene e di buon senso conosce e che, da lungo tempo, da troppo tempo, ormai si attende?

"Il Quotidiano della Calabria”, 31 gennaio 2009