La Settimana Santa in Calabria e quel legame con l’Abruzzo

Si sono svolti in tutta la regione, tra giovedì e sabato, i riti, le rappresentazioni, le processioni che raccontano e rinnovano la Passione e la Morte di Cristo, il dolore e il pianto di Maria. Molti paesi sono famosi per ritualità con forti elementi di drammatizzazione e di “spettacolarizzazione”. Spesso, però, è proprio in piccoli centri, in paesi appena popolati, in villaggi delle aree interne la narrazione della Morte-Resurrezione di Cristo avviene in forma “persuasa”, non “consumistica”, “sentita” e non “ostentata” (naturalmente riti e rappresentazioni prevedono parole, gesti, canti, recite, “parti”, “ruoli” con una componente “teatrale”). Quest’anno tali riti hanno incontrato e raccontato morti, pianti, distruzioni che sono entrati, attraverso la televisione e i resoconti dei giornali, nelle nostre case, nel nostro sguardo, nella nostra anima.


I riti della Passione e Morte di Cristo e del cordoglio della Madonna difficilmente sono stati separati (anche dalle nostre parti) dalle morti, dal dolore, dalla desolazione, dalla disperazione, anche dalla speranza e dalla dignità nella sofferenza, delle popolazioni dell’Abruzzo. «Siamo tutti abruzzesi», abbiamo ripetuto con la testa e con il cuore. Lo siamo per umana vicinanza, per senso profondo di solidarietà con chi soffre, per abitudine antica a partecipare al lutto degli altri.

Noi calabresi abbiamo molte, profonde, storiche ragioni per sentirci abruzzesi, per immedesimarci nel dramma di quanti stanno piangendo i loro morti, le loro case, le loro cose. Inutile nasconderci, fare finta di nulla: quello che è accaduto (ed era in parte temuto e atteso) in Abruzzo poteva accadere da noi. Insieme all’Abruzzo, la nostra regione è quella a più alto rischio sismico, quella dove da anni ormai esperti, sismologi, storici (con indicatori diversi) paventano il peggio. La storia delle due regioni, nella lunga durata, è simile per le catastrofi conosciute, per le ricorrenti distruzioni di abitati, per le vicende di ricostruzione sullo stesso “posto” o in luoghi vicini.

Gli amici de L’Aquila con cui mi sono messo in contatto o che sono stati rintracciati da amici comuni continuano a ripetere la stessa cosa: «L’Aquila non esiste più». E’ la percezione e la sensazione di fine del mondo e anche la consapevolezza che, anche nella migliore delle ipotesi (della più rapida e più eccellente ricostruzione) nulla sarà come prima. C’è un «prima» e un «dopo» il terremoto, evento catastrofico che segna, con una grande frattura, la vita delle persone e la storia dei luoghi colpiti. Nulla è stato come prima a Messina e Reggio Calabria dopo il terremoto del 1908, nulla è stato come prima nel Vibonese dopo il sisma del 1905, e nulla è stato come prima nei tanti centri della Calabria meridionale dopo il «terribile flagello» del 1783, che cancellò per sempre intere città, distrusse tesori architettonici e artistici, provocò decine di migliaia di morti, modificò il paesaggio (e potremmo ricordare i terremoti del 1659, del 1638 e andare indietro nel tempo).

Con dolore e sgomento, anche con tanta certa angoscia, ho visto le immagini di paesi e villaggi crollati, sventrati, «bombardati», ho accompagnato con lo sguardo le persone aggirarsi come ombre e come spettri tra le macerie, ho immaginato il loro stato stuporoso che non fa intravedere un futuro. Ho avuto la sensazione di un «già visto». Certo l’impatto delle immagini è potente, “emotivo”, “veritiero”, ma ho avuto l’impressione di rivedere le terribili scene descritte e raccontate dagli osservatori dei terremoti calabresi del passato: boati, rombi, crolli, città e paesi sepolti, morti e feriti, lutti, patologie, solitudine, melanconia, disperazione, speranza dei superstiti.

Il boato della terra che trema e l’urlo della fiumara e della montagna che frana fanno parte del nostro «inconscio collettivo», sono una memoria sotterranea, che, quasi con intento esorcistico, tentiamo di tenere sepolta. E difatti tendiamo a cancellare e a rimuovere la storia di una «terra in moto» che ha segnato e informato la mentalità, l’organizzazione dello spazio, le forme della devozione e i rapporti sociali. L’oblio che ha un valore rigenerativo e fondante, non è sempre utile e non opportuno. Gli stessi riti della Settimana Santa narrano anche una storia di catastrofi e riflettono una storia segnata dal terremoto.

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I riti della Settimana si concludono con l’ Affruntata (o Confrunta, o Sbelata), la rappresentazione drammatica dell’incontro tra il Cristo risorto e La Madonna Addolorata. A Vibo Valentia e a S. Gregorio d’Ippona, a Rombiolo e a S. Onofrio, a Maierato e ad Arena (lunedì dopo Pasqua), a Dasà (martedì dopo Pasqua) e a Soriano, a Francavilla Angitola e a Filadelfia, a Chiaravalle Centrale e S. Vito sullo Ionio, ad Acquaro e a Dinami, a S. Andrea Apostolo sullo Ionio e a Gioiosa Ionica, a Caulonia e a Grotteria, a Roccella Ionica e Siderno Marina, a S. Giorgio Morgeto e a Seminara, a Mammola, a Platì e ad Ardore (e l’elenco è incompleto) l’ «incontro» viene “rappresentato” e drammatizzato con una complessità di elementi e di varianti che è difficile riassumere. In quasi tutti i paesi S. Giovanni fa la spola tra la chiesa (o la piazza o lo slargo) dove è sistemata la statua di Maria Addolorata e quella dove è collocata la statua del Cristo Risorto. La statua di S. Giovanni viene trasportata dai portantini (i viaggi in genere sono tre), con passo svelto, quasi di corsa, in un’atmosfera gioiosa e di attesa. La Madonna si mostra incredula. San Giovanni si affretta a comunicare a Cristo l’atteggiamento della Madre e la necessità che Le vada incontro. Al terzo viaggio San Giovanni si dirige verso la Madonna insieme a Cristo risorto. La Madre finalmente si convince dell’avvenuta Resurrezione e incomincia a correre verso il Figlio. Quando le statue sono ormai vicine, Maria va «avanti e indietro» per tre volte. E’ ancora incredula: non sa se avvicinarsi o allontanarsi. Un congregato tira il drappo nero della Madonna, che appare vestita a festa in genere d'azzurro. Gli attimi che precedono la “svelazione” e l’incontro sono carichi di attenzione, tensione ed emozione. Il rito deve svolgersi secondo modalità previste dalla tradizione. In caso di “cattiva riuscita” incomberebbe sulla comunità una qualche disgrazia (guerra, carestia, pestilenza, terremoto). Prima dell’incontro, nell’ «ora cruciale del mezzogiorno», viene realizzata una sorta di «sospensione del tempo». Come se tutto, il mondo e la vita possano finire. Come se il destino della comunità dipenda dalla riuscita di quell’evento.

Al momento dell’incontro delle statue che provengono da due chiese diverse, collocate in luoghi separati e spesso in conflitto, la gente si abbandona in un applauso liberatorio. Molte persone si inginocchiano, baciano a terra, si battono il petto, piangono. Sono evidenti l’ethos e il pathos di un rito di rifondazione e di rinascita. Dopo l'incontro, comincia la processione per le vie dell’abitato. Cristo cammina in mezzo a Maria, non più Mater Dolorosa, ma Mater Gloriosa, e a S. Giovanni.

Se durante la Settimana Santa (fino alle fasi iniziali dell’Affruntata) Maria appare modello di sofferenza e di dolore e Cristo riassume e rappresenta tutte le morti individuali, con l’Affruntata viene narrata il trionfo della vita sulla morte. La commemorazione della vicenda di Cristo (come ricorda efficacemente Luigi Lombardi Satriani) libera anche nell’orizzonte storico, «gli uomini dalla loro precarietà e dall’angoscia ad essa connessa, inserendoli in una strategia della speranza, essenziale per la continuazione dell’esistenza».

Ho osservato nel corso degli anni ho avuto modo di osservare quasi tutte le affruntate calabresi: sono rimasto sempre toccato e affascinato. Colpito da quelle di piccoli centri come Filogaso, Zammarò, S. Vito sullo Ionio, Badolato e Gioiosa Ionica dove, prima dell’incontro, si crea un silenzio di attesa, un’ atmosfera di sospensione, a cui segue una sorta di boato, di “rumore” indefinibile. Ho pensato spesso anche ad una sorta di rievocazione drammatica della paura del terremoto, a cui segue una sorta di urlo liberatorio per uno scampato pericolo.

I riti della Settimana Santa e della Pasqua giocano ancora un ruolo fondamentale per la riorganizzazione-ridefinizione simbolica dello spazio cittadino e per il collegamento di luoghi separati. Con un incontro sacro e paradigmatico, luoghi e storie sparse, a seguito di catastrofi (non si dimentichi l’emigrazione), si ricompongono, si presentano e si percepiscono come unità. Le statue che corrono ansiose per incontrarsi raccontano anche l’ansia, l’angoscia e il bisogno d’incontro dei paesi che hanno conosciuto lutti collettivi, terremoti, alluvioni, disgregazioni, fughe, frammentazioni, delocalizzazioni, sdoppiamenti. La “mobilità” del rito riflette anche l’antropologia degli abitanti di una terra inquieta, mobile, in fuga, in viaggio, ballerina.

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I riti della Settimana Santa e di Pasqua presentano, pertanto, una stretta relazione con le vicende sismiche. A Savelli, domenica delle Palme, le persone si recano al cimitero per trovare i defunti. E’ il giorno in cui commemorano il terribile sisma della vigilia delle Palme del 1638. Tra il Reventino e il Lametino, si registrano 30.000 morti su una popolazione che sicuramente non raggiungeva le 500.000 unità. Il terremoto che raggiunse l’undicesimo grado MRG provocò il crollo quasi totale delle costruzioni in muratura nell’area tra Lamezia e la Valle del Crati, con epicentro individuabile tra Conflenti e Scigliano, dove morirono 753 persone su una popolazione totale di circa 5125. Dai paesi distrutti, in un periodo di grande mobilità della popolazione, le persone cercano siti più sicuri. Gruppi di persone provenienti da Scigliano e da Carpanzano (popolazione maschile) attraversano la Sila e raggiungono il paesino di Scalazaporri, di appena 30 abitanti, che diventano ben presto 335 e il paesino prende il nome di Savelli.

A Soriano Calabro, ogni anno il 7 febbraio, ricorrenza del terremoto del 1783, la statua della Madonna del Rosario (denominata «Madonna del Flagello») viene portata in processione attorno alle «magnifiche rovine» del Convento di S. Domenico e poi nei luoghi in cui perirono centinaia di persone a seguito del crollo di tutte le case. La statua della Madonna viene poggiata su un altarino mobile. Il padre priore dei domenicani ricorda il sisma, i fedeli recitano una litania, e il rosario. Dopo la benedizione viene intonato il canto dei defunti. Dal volto di molte donne scorrono le lacrime. Dei fedeli si inginocchiano e pregano. Altri si battono in maniera composta il petto. Il lutto permane. La memoria è viva e non artefatta o indotta. Il ricordo non viene sollecitato, nasce da un passato che non passa. Non è difficile immaginare che su un’esperienza collettiva di morte s’inseriscono tante storie individuali di dolore e di sofferenze. Il giorno di Pasqua, nel rito dell’Affruntata, la Madonna Rosario corre verso il Figlio Risorto.

Sono numerosi i culti e i riti nati nella regione a seguito di un terremoto. I santi patroni e la Madonna (con diverse denominazione) proteggono innanzitutto dai terremoti.

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I riti “tramandano” memoria delle vicende storiche, le persone tendono a dimenticare. Non conoscono la loro storia e, forse, per questo non si proteggono opportunamente da rischi catastrofici del presente. Perché tanta smemoratezza mentre non facciamo altro che tessere retoriche della memoria? Perché tante incurie e devastazioni del paesaggio mentre ripetiamo puntualmente e sterilmente che è la nostra risorsa?

Sappiamo bene che i materiali e le tecniche costruttive dei vecchi abitati, il degrado e l’abbandono dei centri storici, la maniera scriteriata e incontrollata di costruire, le cementificazioni incontrollate, le nuove costruzioni a casaccio e senza criterio che hanno ferito il territorio, l’esistenza di faglie franose (come abbiamo visto quest’anno) rendono da noi fragile, debole, indifeso il paesaggio, i paesi, i centri urbani.

Bisogna intervenire prima, avere riguardo dei luoghi, curare i paesi, costruire secondo criteri antisismici. Il rischio sismico non può essere rimosso, il terremoto non può essere prevenuto con precisione, ma ci sono mille modi per renderlo meno rovinoso, più controllabile, più gestibile. Occorre tutelare, prevenire, informare.

La protezione civile (che ha svolto tempestivamente il proprio compito) dovrebbe agire, “proteggere”, prima e non dopo. L’efficienza e la solidarietà, le competenze e il pronto intervento vorremmo vederli in atto prima delle catastrofi. Siamo stanchi di sentire ad ogni tragedia parole rituali, promesse di circostanza, dichiarazioni di buone intenzioni, impegni al rispetto delle regole, progetti di recupero e di risanamento e poi vedere che tutto continua come prima. Ben venga un decreto legge contro i protagonisti di turpi e inqualificabili atti di sciacallaggio, ma non si dimentichino gli sciacalli che quotidianamente depredano il territorio, il paesaggio, le montagne e le coste, non visti, con il silenzio e la complicità di chi dovrebbe controllare.

Tutto questo richiede una nuova filosofia, un diverso modello di sviluppo, un nuovo patto con il territorio, con il paesaggio, con i paesi; richiede una nuova etica che badi alla tutela e non allo sperpero, che progetti e non improvvisi. Richiede un impegno con noi stessi, un’assunzione di responsabilità a cui non siamo più abituati. Richiede un amore non proclamato, ma praticato, per i luoghi. Scelte di “civiltà” e non economicistiche. La Regione e gli enti pubblici dovrebbero fornirsi di strumenti adeguati, fare un grande piano di risanamento, investire sul recupero (quando possibile) dei centri storici, sulla demolizione degli ecomostri e di case pericolanti e cadenti. Si abbandonino i miraggi delle grandi opere, le idee di costruzioni e lavori pubblici e privati senza regole, senza concessioni e licenze edilizie, senza un’attenzione alla storia, alla mentalità, al vissuto, al senso dello spazio, al radicamento, all’antropologia delle persone.

Adesso, in Abruzzo, il cammino sarà faticoso, lungo, doloroso. Adesso si aprirà, spero con serietà e tenendo conto delle urgenze e delle esigenze delle popolazioni, il dibattito se andare verso il modello «new town» o se «ricostruire» gli antichi centri storici. Le due “scelte” non sono incompatibili. Bisogna valutare caso per caso, storia per storia, luogo per luogo. Non tutto va abbandonato, non tutto va «risanato» e recuperato. Gli scempi compiuti in Calabria e le innumerevoli modalità di ricostruzione sperimentate nei secoli (in Calabria come in Abruzzo) hanno molto da suggerire su cosa si potrebbe fare e su cosa andrebbe assolutamente evitato. Abbiamo una storia di «città nuove» sorte in Calabria a seguito dei continui terremoti (dalle illuministiche città del dopo 1783 ai «paesi baracche» di periodi più recenti, ai «doppi» invivibili lungo le coste, alla nuova Cavallerizzo,che è un caso di costruzione, ancora in corso, da considerare con attenzione) che ci aiutano a capire splendori, limiti, difficoltà delle ricostruzioni e anche dolore e ragioni delle persone che non vogliono abbandonare l’antico sito. Il paese abbandonato rimorde e non viene mai del tutto seppellito. Spero che l’invito alla «new town» (da non escludere in alcune circostanze) non diventi uno slogan o una formula magica, buona sempre e comunque, e non si traduca dalle nostre parti in svuotamento dei paesi interni, in abbandono dei centri storici, in stravolgimento di secolari forme insediative, in fuga dalla montagna, in «delocalizzazione» insensata e immotivata, in nuove forme di cementificazione e di devastazione, in ulteriore intasamento delle marine.

Che il dramma e il dolore dell’Abruzzo servano almeno di lezione. Alla politica e alle istituzioni in primo luogo, e all’intera società, a tutti noi. Gli abitanti dei paesi interni, che si svuotano e sono a rischio abbandono, che franano e bruciano, quelli dei centri costieri che rischiano di essere travolti dai fiumi e dal mare, non possono più rendersi responsabili di incurie e distruzioni, non debbono cedere all’arte dell’arrangiarsi e consolarsi col pensiero che «a noi non capiterà mai», non debbono dare retta a grandi e piccoli devastatori, a quanti prosperano sulle catastrofi e non hanno alcun interesse per prevenirle o limitarne i danni. Non possono distrarsi, i cittadini, magari per piccole e illusorie convenienze. Ho visto che in provincia de L’Aquila l’unico paese rimasto in piedi è quello dove un privato aveva acquistato delle case e le aveva risanate e ristrutturate, rinforzate, per adibirle a “case albergo” e per avviare varie attività che hanno creato occupazione, trattenuto anche i giovani e attirato forestieri e turisti. E’ un’indicazione da considerare assieme a tante altre. In questa terra di frammentazioni e di lacerazioni, tutti i cittadini dovrebbero infondere nella vita quotidiana, nei gesti e negli atti di ogni giorno, la stessa tensione, la stessa passione, lo stesso senso del sacro, la stessa abilità, la stessa capacità organizzativa, la stessa inventiva e fantasia, la stessa tensione, la stessa pignoleria che rivelano quando sono impegnati nelle ritualità comunitarie.

I riti della Settimana Santa e della Pasqua. Quando non sono ridotti a colore, a folklorismo sterile e deteriore, a formalismo e ad esibizione localistica, hanno molto da comunicare anche ai laici. Bisognerebbe “viverli” forse con maggiore intensità, osservarli con il gusto dell’interrogazione, con atteggiamento di rispetto e di riguardo, interpretarli nel loro profondo messaggio religioso ma anche nella loro dimensione sociale e storica. Parlano di una Morte e di una Resurrezione esemplari, ma anche della morte e della vita nei nostri paesi, della morte e della vita dei nostri paesi.

“Il Quotidiano della Calabria”, 12 aprile 2009