Terra di bellezze e di rovine

«La Calabria è essenzialmente il paese delle rovine: la fisionomia geologica del suo territorio, i monumenti degli uomini e dei secoli fan risaltare in ogni passo le tracce di questa caratteristica malaugurata. […]La grandezza della Calabria sta tutta nelle sue rovine…». Così scriveva alla metà dell’Ottocento sul “Poliorama Pittoresco” un attento e pensoso osservatore delle “magnifiche rovine” di Soriano. Olindo Malagodi, in viaggio nei paesi calabresi devastati dal terremoto del 1905, nota: «Questo paese tanto bello e tanto triste», «questa terra così bella e piena di rovine e di dolori». Giuseppe Isnardi parla della «bellezza superba» dell’ambiente naturale che circonda i tristi paesi della regione. In Calabria grande e amara, Repaci innalza un inno alle bellezze dei luoghi, ma non dimentica povertà e latifondo, frane e miseria. La “bellezza” è stata associata a fertilità, ricchezza naturale, prosperità: a volte incastonata nell’ideologia del sublime, del maestoso, del “magico”, altre volte circondata da sentimenti di velata melanconia, da nostalgie, rimpianti, prose e versi indimenticabili. Non sono mancate retoriche (ancora attuali) intorno a una terra «paradiso», Eden o paese delle meraviglie incontaminato. Le rovine (della natura e del passato, se è vero che il termine e il concetto segnano il pensiero, la filosofia, la storia dell’arte, l’archeologia e l’estetica dell’Occidente) sono state associate a sfasciume, degrado del territorio, «povertà naturale», dissesto, ma anche a memoria, segni del passato e di una storia antica e “gloriosa”.


Bellezze e rovine non si escludono, ma si richiamano. Non soltanto nella percezione dei romantici e degli esteti delle rovine, anche nella “realtà”. Non “bellezze o rovine”, ma “bellezze e rovine”. Autori del passato anticipano quanto ci dicono studiosi del paesaggio e storici delle catastrofi, come Emanuela Guidoboni. La bellezza e le rovine fanno parte di una stessa vicenda “naturale”, geoantropica e storica. Ciò che appare affascinante e suggestivo (continui cambiamenti del paesaggio, “salti” dalla montagna al mare, succedersi di montagne, colline, strapiombi e dirupi con visioni struggenti) è un carattere naturale che a volte si presenta con il volto della distruzione, sprigiona una carica distruttiva che segna l’antropologia, la mentalità, la religiosità, l’immaginario, la mitologia, il temperamento, la melanconia delle popolazioni. Una «melanconia da catastrofe» influenza la vita di popolazioni costrette ad abbandonare i luoghi e a ricostruire nuovi siti, impegnate in continue e interminabili riparazioni, in fughe senza fine. Il problema non è privilegiare un termine, o enfatizzarlo, o “negarlo”: è capire che la “bellezza” naturale è a rischio, precaria, incerta, instabile, “in moto”. “Riguardare” (non solo al passato ma al presente e al futuro) la rovina, significa custodire la bellezza.

Gli interventi dopo le catastrofi, le mancate o insensate ricostruzioni, sono più devastanti dei guasti provocati dalla “natura”. Alvaro ricorda (Un treno nel Sud) come la Calabria fornisca «sempre l’impressione d’una terra pericolante in continua riparazione; le riparazioni appaiono puerili di fronte alla furia improvvisa degli elementi, costano molto allo Stato, da non lasciare margine alle opere fondamentali». E ancora: «Sulle catastrofi della Calabria, si sono formate fortune imponenti». Nel suoViaggio in Italia, Guido Piovene nota: «Le pagine più colorite della letteratura economica sulla Calabria sono quelle che narrano questi disordinati tentativi di riassestarla; le loro conclusioni sono utili anche per noi. La Calabria vi è definita un cimitero d’opere pubbliche, arrestate a metà, quando il danaro dello Stato finiva. I resti delle opere pubbliche, ringoiate dalla natura, sono variamente detti accampamenti abbandonati, rottami di un naufragio, sfasciume di miliardi».

Gli ultimi anni narrano più che di «sfasciume naturale» dello «sfasciume di miliardi». Un cimitero d’opere pubbliche: interminabili colate di cemento; dighe mai terminate; depuratori mai costruiti o non funzionanti; fabbriche sorte con il miraggio della ricchezza e dismesse; letti di fiumi deposito di detriti e immondizie; montagne di sabbia scarnificate e dissanguate da ruspe impietose. Da noi, ricorda ancora Alvaro, «tutto accade lentamente, o non accade mai. Perché tutto è provvisorio. Perché tutto si può aspettare all’infinito. E molte cose si riducono a favole».

Mentre nel passato l’incompiutezza appariva legata all’insicurezza e a vicende catastrofiche, oggi appare figlia della tendenza all’arricchimento veloce. In una terra sempre mobile e pericolante, sempre soggetta ad aggiustamenti e a riparazioni, la filosofia del pubblico intervento ha contribuito ad alimentare clientele, famiglie, clan politici.

E così tutto sembra governato dalla provvisorietà, dall’idea che nulla è durevole. Trionfa la logica del «meglio oggi l’uovo che domani la gallina». Accontentarsi, perché domani potrebbe andare peggio. Niente finisce mai, davvero, perché a niente viene dato un tempo, una scadenza. «Domani» indica sempre un tempo vago, insicuro. Le costruzioni vengono lasciate incompiute. Si rimanda a tempi migliori, sperando che poi i figli in qualche modo le ultimeranno. Non accade più come con la prima emigrazione: gli emigrati partivano per fare un po’ di soldi, tornavano e acquistavano un podere, avviavano la costruzione della casa, ripartivano, fino a quando non riuscivano ad ultimarla, magari dopo dieci-quindici anni. Alla fine le case linde, pulite, finite, colorate, con il balcone e il portone che suscitavano l’invidia e l’ironia dei “signori” rappresentavano una novità in paesi di case fatiscenti e anguste e modificano il paesaggio urbano. Oggi gli scheletri di cemento, alzati e non finiti, pilastri scarni, vaganti senza un tempo e senza una meta, si innalzano come una sorta di ipoteca sul futuro, come un desiderio di controllare il tempo e quello che verrà, in realtà raccontano un presente di rovina, la rovina del presente, una rovina immanente e persistente. Le case bene arredate all’interno sono inguardabili da fuori. Si pensa che il dentro riguardi noi, l’esterno riguardi soltanto gli altri, visti come “ostili”. Non verranno terminate quelle case: i figli se ne sono andati, se ne andranno, non torneranno.

Una storia di lunga durata segnata da catastrofi, abbandoni, precarietà può essere, certo, invocata per spiegare la pratica dell’incompiutezza. Ma non bisogna cercare alibi per gli scempi che si perpetuano qui ed ora. Le drammatiche alluvioni degli ultimi anni (Crotone, Soverato, Bivona), che hanno provocato decine di morti, il crollo di alcune case di Cavallerizzo a cui sono seguiti l’abbandono dell’antico sito e tanti dolori, le frane di quest’ultimi mesi che hanno isolato paesi, demolito l’autostrada, colpito abitati e cimiteri, strade ferrate e grandi arterie ci mettono di fronte a un presente di rovine i cui responsabili sono noti e individuabili. Pianti, lutti, funerali, commozioni, analisi, riflessioni, promesse che «non accadrà mai più», avvertenze di tecnici (che parlano a catastrofe avvenuta), impegni solenni dei politici. Tutto come prima.

Una recente indagine promossa dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Calabria fa il quadro preciso e drammatico dei disastri ambientali prodotti negli ultimi decenni. Il paesaggio si presenta come quello di un “the dey after”. Ogni 150 metri di costa emerge un illecito edilizio: villette a schiera come palafitte, camping e villaggi turistici dentro l’alveo dei fiumi o sulla sabbia delle spiagge, costruzioni mai terminate, colline e montagne sventrate. La regione è la terra degli ecomostri; per meglio dire è un ecomostro con buona pace di quanti costruiscono retoriche della bellezza, che pure esiste, ma è sempre più deturpata, violentata, devastata.

La vicenda di Reggio Calabria, come viene ricostruita in una relazione istituzionale, pubblica e ufficiale (Relazione Conclusiva della Commissione d’Indagine istituita dal Consiglio Comunale di Reggio Calabria, letta in aula il 18 giugno scorso dal presidente coordinatore, consigliere Nuccio Barillà) è davvero emblematica (ne ha parlato Tonino Perna su questo giornale). La retorica della “città bella e gentile” e l’enfasi sulla “città metropolitana” e sulla città della Fata Morgana, vengono polverizzate da un contesto di devastazioni ambientali, abusi edilizi, “illegalità legalizzate”. Una fotografia inquietante, un check-up, fatto di dati, denunce, audizioni, rapporti, testimonianze. Tutto documentato. Non invettive generiche e denunce di maniera, a basso costo, in cui sono esperti tanti nostri “maestri pensatori” che parlano per sentito dire e che si limitano a denunce “letterarie” tanto innocue quanto sterili. Vengono indicati, con coraggio, fatti e responsabilità.

La relazione individua anche le crepe nella struttura burocratica e le responsabilità amministrative. Ripercorre storie di “scaricabarile” e di illegalità, con le pratiche nascoste dentro i cassetti mentre avanza il mattone selvaggio. La stessa Direzione Investigativa Antimafia, ricorda la relazione, per anni occupa e poi si fa assegnare un edificio abusivo. E ancora: pagine inquietanti sugli inciuci e i conflitti tra Enti, sulle opere modificate sulla base di interessi privati, o che vengono spostate di luogo senza l’approvazione in Consiglio Comunale della variante. Ne escono a pezzi gli ordini professionali, le università, i tecnici, i geologi. Nuccio Barillà, promotore di questa iniziativa, è stato assessore nella Giunta del Sindaco della Primavera di Reggio, Italo Falcomatà, ed è protagonista con Legambiente di tante battaglie, a livello locale e nazionale, per l’ambiente e per la legalità. Ama in maniera profonda la sua città, la sua terra, i piccoli paesi. Un amore che non lo porta a non chiudere gli occhi, a non stare silenzioso. Le forze politiche sono indaffarate in risse per decidere candidature, spartizioni, clientele prossime venture. E’ più comodo sbandierare immagini di grandezza, raccontare favole e bugie, rinviare sempre a domani.

Come accade per la bellezza, anche l’atteggiamento nei confronti delle rovine (intese questa volta come reperti, monumenti, resti, reliquie materiali) oscilla tra indifferenza e tutela, distruzione e riuso “appropriato”, abbandono e protezione, impiego strumentale o risorsa di memoria. Le rovine – da includere a pieno titolo quelle dimenticate e invisibili, quelle silenziose e nascoste, quelle non considerate e non scoperte da rovinologi, quelle che oggi riemergono grazie a strane vendette della natura e una nuova sensibilità che si va affermando anche tra la gente - suscitano sensazioni e atteggiamenti che vanno dall’attrazione alla rimozione, dallo stupore all’inquietudine, dalla cura all’incuria, dalla persuasione alla retorica. Ad alcuni parlano, ad altri non dicono nulla. Nella regione vengono spesso sepolti e cancellati resti del passato per edificare case private o edifici pubblici o strade.

Si fa retorica sul passato per poi distruggerne gli antichi reperti. Alcune soprintendenze sono spesso costrette a contrastare privati cittadini e pubbliche amministrazioni che tendono ad occultare con ruspe e colate di cemento ruderi, tombe, resti archeologici. I ruderi, specie quelli che non sembrano avere un volto nobile, quelli che non hanno tutela e sguardi amorevoli, subiscono spesso rimozione e distruzione. I miei viaggi in Calabria negli ultimi anni si sono tradotti in scoperta di devastazioni e d’incuria, di scempi e di omissioni. Sia per la natura sia per quello che restava delle costruzioni dell’uomo. Chateaubriand (prima ancora di Simmel e di Benjamin) distingueva tra rovine del tempo e rovine degli uomini. Spesso le due rovine viaggiano insieme. E bisogna parlare anche delle rovine dovute al restauro. Spesso i recuperi e le tutele (non esiste un accordo su cosa si intenda per tutela) provocano danni più devastanti delle distruzioni. Prevale a volte il cemento, si affermano interessi nell’ uso di materiali e tecniche di intervento che di fatto stravolgono e cancellano le rovine. Certi restauri e recuperi distruggono ulteriormente la rovina, la rendono altra da sé, dalla sua storia, dalla stessa memoria.

Ho avuto modo di rivedere, anche questa estate, i contrasti e gli atteggiamenti ambivalenti nei confronti della bellezza e delle rovine. Le bellezze, i paesaggi, il mare e le montagne della Calabria? Sono commoventi. Ho fatto splendidi tuffi sia nelle acque limpide dello Ionio che del Tirreno. Ho visto spiagge e acque pulite, montagne e boschi incantevoli. Ho assistito a mille iniziative, anche di qualità, organizzate nei paesi che hanno voglia di vivere. L’amore per questa terra però mi porta a dire che ho visto devastazioni delle spiagge e case costruite nell’acqua, sporcizie e carcasse di macchine lungo i letti dei fiumi, siti archeologici abbandonati alle spine e alle ruspe, restauri e recuperi che aggiungono rovine a rovine, manifestazioni “effimere” e scadenti che non incidono minimamente sul “vuoto” dei mesi invernali, sul rischio spopolamento di interi paesi.

E come se le popolazioni distruggessero di notte e all’improvviso quello che faticosamente conquistano ogni giorno. La retorica trionfa sulla persuasione. Le contraddizioni e i contrasti non trovano soluzione. La memoria evocata non è quasi mai accompagnata da consapevolezza, da desiderio di non ripetere gli errori, da forme di riguardo e di prevenzione. L’elogio sdolcinato delle bellezze naturali appare quasi una sorta di scongiuro e un alibi per non scorgere i rischi immanenti.

Chi dovrebbe invitare alle regole, fare rispettare le norme edilizie, elaborare piani antisismici e di tutela? «In una cultura in cui i presidenti della Repubblica elogiano la corruzione, considerata alla stregua di un “male necessario”, ed entrano in rapporto confidenziali con i delinquenti, è assai difficile evitare che gli impresari edili usino ferro e cemento ben al di sotto del pattuito nei contratti, obbligarli a rispettare le leggi, a sostenere gli alti costi della sicurezza in vista di un ipotetico e vago terremoto che tanto danneggerebbe gli altri e non loro». Così scrive Orhan Pamuk che percorre le strade della sua Istanbul, colpita da un devastante terremoto alla fine degli anni Novanta. Da noi le cose non vanno meglio.

Il recente terremoto che ha colpito l’Abruzzo ha provocato – come altri devastanti terremoti del passato – distruzioni, morti, ma anche ansie, denuncie, riflessioni, meditazioni. Bernard-Henri Lévy ha ricordato come quest’ultimo terremoto conferma le considerazioni di Walter Benjamin sulla rovina come presente. Il pensatore tedesco nelle “Tesi della filosofia della Storia”, alla nona tesi, mette in scena il famoso Angelo della storia, ispirato all’Angelus Novus di Klee, che avanza verso il futuro a ritroso, con gli occhi rivolti al passato, le ali gonfiate da un terribile vento che inesorabilmente lo aspira indietro e che vede ammonticchiarsi, ai propri piedi, sotto i propri passi, un gigantesco ammasso di rovine che salgono verso il cielo e sono ciò in cui si trasforma costantemente, incessantemente, quasi a getto continuo, il presente. Il presente si accumula soltanto nella forma della rovina: è un accatastamento di rovine. Il divenire-rovina, il disastro – scrive Lévi – non ha colpito però alla cieca, sceglie i propri bersagli e ne risparmia altri. «Se gli edifici sono crollati è perché erano costruiti male. Se erano costruiti male, è perché erano stati fabbricati, molto spesso, con calcestruzzo composto di un miscuglio di sabbia, pietrisco e cemento dosati male». Il futuro appare più perituro del passato: il vero passato è la modernità, non l’arcaismo, scrive Lévi e critica la critica della modernità (la speculazione immobiliare neocapitalista che deturpa il mondo) portata avanti a suo tempo da Pasolini.

La nostra regione è un luogo emblematico di una rovina sempre ereditata e immanente, sempre annunciata, sempre “costruita”. Non è un destino naturale e una maledizione inevitabile: è il mancato rispetto della natura, l’incapacità di riguardarla e di controllarla. La classe politica ha immense responsabilità, ma costruttori, imprenditori, tecnici, ingegneri, architetti, geometri, geologi, istituzioni addette al controllo e alla vigilanza, intellettuali, cittadini non sono senza macchia e senza colpe. Troppe volte silenziosi, complici, miopi. E così buona parte del territorio è saccheggiata, devastata, inquinata, avvelenata da mafie o da gruppi che operano fuori da ogni regola, da ogni controllo. Dire queste cose, forse, è poco “estivo” e vacanziero, genera apprensione, suona come allarmismo. Non me la sento, però, di condividere l’ottimismo e le retoriche imperanti, a cui puntualmente succedono vittimismo e catastrofismo interessati. Tanto più che il presidente del Consiglio, assieme ai suoi ministri, sta preparando piani che stravolgeranno definitivamente il paesaggio, distruggeranno i beni archeologici e culturali, alimenteranno uno scenario di disastri e di sciagure.

In questo quadro di desolazione non mancano segnali in controtendenza. Gli assessorati all’Urbanistica, all’Ambiente e alla Pubblica Istruzione della Regione Calabria, negli ultimi tempi, pure tra difficoltà, hanno introdotto culture e pratiche positive per la tutela, valorizzazione, promozione dell’ambiente e del paesaggio. Occorre insistere con un’azione mirata, convinta, coordinata. C’è da vigilare perchè ogni comune protegga il proprio territorio da devastazioni e appetiti e che ogni cittadino senta come costitutivi della propria personalità il paesaggio, i fiumi, i boschi, le case.

La rovina del passato è storia, memoria, simbolo, a volte costruzione identitaria, monumento, simbolo che ammonisce. Bisogna interpretarla, “riguardarla”, trasformarla in risorsa. E’ possibile auspicare un diverso senso dei luoghi e un diverso senso delle rovine per coltivare, davvero, la bellezza e scongiurare nuove e inquietanti devastazioni?

"Il Quotidiano della Calabria", 20 agosto 2009