Italia e Calabria, crisi di identità lunga 150 anni

Non c'è molto da festeggiare, nel 2011, per i centocinquantanni dell'Unità d'Italia: c'è da pensare. Potremmo, forse, domandarci qual è l'idea che abbiamo dell'Italia. Il mio senso di "appartenenza" ha avuto, nell'infanzia, è legato al luogo-paese, alle rughe e gli orti, alla mia confraternita religiosa. Sentivo vagamente della Calabria, non sapevo di appartenere a un "territorio regionale". La dilatazione, estensione, prosecuzione del mio paese si chiamava Toronto, dove viveva mio padre, e dove partivano i miei compagni di giochi e di scuola. E anche Roma, Torino e Milano, dove vivevano parenti e paesani che tornavano l'estate. Torino e la Juventus; la Carpano e Nencini; il "Corriere dei Piccoli" e i fumetti. Alle medie ho cominciato a capire che esisteva un luogo Calabria, dove ero nato e vivevo. Col sessantotto - quello dei figli dei braccianti, dei contadini, degli emigranti - ho imparato a sentirmi "americano" e "antiamericano", "paesano" di Dylan e della beat generation. Ho scoperto l'esistenza dei Nord e dei Sud, dei centri e delle periferie, dell'Africa esterna e dell' «Africa interna», delle «nostre Indie di qui» (il Meridione e la Calabria).


Nel tempo ho scoperto gli autori meridionalisti: Salvemini e Nitti, Alvaro e Strati, Silone e Levi. Ho letto (e scritto) dei "briganti" trucidati, dei paesi distrutti, della "conquista" militare del Sud, dei paesi che si svuotavano per fame. Mi sono sentito, a ragione, meridionale e calabrese. Ho scoperto, anche, "forestieri", grandi intellettuali e studiosi (Zanotti Bianco, Isnardi, Pavese) che hanno capito e amato la Calabria. Ho ascoltato i racconti di coloro che hanno partecipato alla Prima Guerra Mondiale e si sentivano italiani. E i racconti dei contadini che occupavano la terra e degli emigrati che tornavano e cambiavano il mondo. Il mio senso di "appartenenza" si dilatava, si arricchiva. Diventavo "italiano" anche per la letteratura e per il cinema, per la lingua e per l'arte, per il calcio e per la musica: per quello che l'attuale governo sta distruggendo e smantellando. Italiano per i legami di affetto, stima e amicizia che mi legano ad altri italiani. Ho amato e amo Milano e Torino, Bologna e Venezia, Napoli e Genova e ho colto le mille linee che legano la Calabria a queste città. L'identità comporta addizioni e sottrazioni. Sentirmi qui e altrove, nei luoghi e fuori luogo, appaesato o straniero dovunque, è un'avventura sperimentata nel tempo.
Nel 1993 ho pubblicato "La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale": un inquietante razzismo antimeridionale, risalente almeno alla fine dell'Ottocento, si andava diffondendo al Nord, con finalità politiche, nel periodo in cui in Europa e nel mondo esplodevano terribili conflitti "etnici". Immaginavo, allora, che i ceti politici, gli intellettuali, le tante persone illuminate del Sud riuscissero a dare risposte politiche, economiche e sociali, all'altezza della sfida dei tempi. Ho pensato che ai riti "arcaici" e postmoderni di Bossi si potesse rispondere con una tradizione culturale alta, quella dei Gioacchino da Fiore e dei Campanella, dei Vico e dei Croce, dei Telesio e dei Padula, di coloro che, per dirla con Alvaro, hanno saputo fornire apporti decisivi alla cultura nazionale ed europea. Avevo sperato che i sogni di libertà e di giustizia di briganti, contadini e braccianti potessero essere continuati da gruppi capaci, finalmente, di affrontare la "questione meridionale" come problema nazionale. Non è stato così. Abbiamo (adopero un "noi" da cui mi sento fuori) contribuito, invece, a favorire l'invenzione della "questione settentrionale". Ci siamo spesi per affermare "napolitaneità", "calabresità", "mediterraneità", mentre le bellezze erano sciupate e i paesaggi devastati da mafie e politicanti. Troppi silenzi. Mille complicità. Abbiamo permesso che politicanti e criminali alimentassero gli stereotipi antimeridionali e gli egoismi del Nord. Gli slogan razzisti dei leghisti alla fine si sono tradotti in una sorta di "maledizione" che si è avverata. La frammentazione, lo sfarinamento, la mutazione dell'Italia non sono soltanto minacciate ma anche quotidianamente praticate, e non solo al Nord. Caduti nelle trappole della Lega, molti immaginano di uscirne inventando leghismi meridionali. Gli abitanti della Calabria hanno infinite ragioni per protestare e sentirsi espropriati, ma hanno, ormai, anche elementi per riflettere, per evitare autoassoluzioni generiche, per non incolpare sempre gli altri, per trovare in casa propria le ragioni della "disunità" d'Italia e anche della "disunità" dei loro paesi. Non convincono gli autori che fanno iniziare la storia del Sud con l'Unità d'Italia, dimenticando vicende più antiche e il Risorgimento meridionale, che è stato tradito e non sopporta altri tradimenti. Scrivere la storia "vera", complicata, dolorosa del passato non significa creare revisionismi illiberali e autoassolutori che spingono alle divisioni. Sono inquietanti i libri che considerano gli 'ndranghetisti eredi dei briganti. Sentirsi italiani e calabresi, oggi, comporta, forse, essere "antitaliani" e "anticalabresi": lontani da questa classe politica, da questi gruppi dirigenti, da una borghesia collusa e criminale. Perché amo luoghi e genti, rivendico tutto il diritto di rifiutare la melmosa "calabresità" che dovrebbe mettere assieme carnefici e vittime, gente onesta che vive con difficoltà e faccendieri che prosperano anche sulle catastrofi. L'identità basata su terra, sangue, origine fonda separatismi e "razzismi" e, come vediamo, stragi e tragedie. Su queste norme e regole "identitarie" fondano il loro consenso la criminalità che fa politica e la "politica" diventata criminale. Se continuiamo a distruggere la regione e ad autodistruggerci, non avremo più risorse da consegnare all'Italia che vogliamo. L'appartenenza a un luogo, a una nazione, al mondo non è un destino, non può essere una prigione, è una conquista e un processo senza fine e senza confini. Inseguire il "senso" di essere "calabrese" e "italiano", di ogni luogo e di "nessun luogo altrove", con "persuasione". Vivere i luoghi senza il peso delle origini, senza dover ogni giorno fare dichiarazioni di appartenenza o inventare "identità contro".

Scritto da Vito Teti (“Il Quotidiano della Calabria”, 31 dicembre 2010, p. 1 e p. 19

Che diventi uno spazio ludico e festivo

Lo «stress» da «contesto mafioso»


Anni addietro un giornalista di un importante periodico inglese, in una corrispondenza da Reggio Calabria, notava come le persone sembrassero colpite da una forma particolare da «stress», uno stress dovuto al «contesto mafioso» in cui erano costretti a vivere e operare. L’articolo appariva in un periodo in cui i magistrati reggini (già allora) lamentavano quotidianamente di non poter celebrare i processi per mancanza di uomini e mezzi. Attentati e avvertenze erano segnalati in tutta la regione.

I politici locali del tempo, al governo e all’opposizione, fecero a gara per rispondere al giornale inglese, inneggiando a una città “normale” o addirittura “eccezionale”. La reazione di «lesa calabresità», la retorica identitaria e la difesa d’ufficio del “noi” contro gli “altri” coinvolsero anche alcuni studiosi e cittadini per bene. Di fronte alla realtà più inquietante, qualcuno sa trovare ragioni per difendere l’indifendibile.

Emerge, inattesa, la tendenza “difensiva” dell’identità, per cui di “noi” e “tra di noi” possiamo dire le cose più terribili, mentre se le stesse cose vengono sostenute da “forestieri” allora, ci si irrigidisce, ci si offende.

Ammettiamolo. Esiste uno «stress» da «contesto ambientale». Mi sono occupato a lungo del motivo del «calabrese melanconico» (un’elaborazione che risale almeno al Cinquecento) e ho cercato di mostrare come la melanconia sia talora una proiezione dello sguardo melanconico di chi osserva, spesso la rappresentazione di un universo segnato da catastrofi che generano morti, lutti, depressione, insicurezza, sfiducia nel presente e nel futuro, prolungate pratiche funebri, senso che tutto è accaduto e che nulla possa mutare, rassegnazione al peggio e a tutte le disgrazie. Ho “narrato” la «melanconia da catastrofe», da terremoto, da malaria, da alluvioni, frane, abbandono e spostamenti di paesi e ancora la melanconia da isolamento e da luoghi chiusi, e poi da emigrazione. All’interno di questa storia di lunga durata ho individuato la ’ndrangheta come l’ultima grande catastrofe che ha colpito la società, ricordando le conseguenze nefaste che provoca nella vita quotidiana delle persone, modificandone la psicologia e la percezione di sé.

Vivere in luoghi controllati dalla criminalità; entrare tranquilli soltanto nei locali “autorizzati” dalla criminalità organizzata; camminare con la paura di essere uccisi nel corso dei quotidiani conflitti; ascoltare nella notte le bombe che devastano le case o il rumore delle macchine incendiate; percepire che un negozio è stato bruciato e immaginare che quelli vicini non hanno subito la stessa sorte perché i proprietari pagano il pizzo; andare, per necessità, nei locali gestiti dalla ’ndrangheta; partecipare a riti religiosi e vedere come protagonisti gli ’ndranghetisti del luogo. Tutto questo e altro ancora (sistema delle clientele, delle raccomandazioni, voto di scambio, ecc.) non determinano stress, amarezza, apatia, sconforto, voglia di scappare, senso di vergogna, irritazione o accettazione per evitare il peggio?
La melanconia da ’ndrangheta

Spesso incontri studiosi e intellettuali di tutte le città del mondo. La domanda ti arriva attesa e improvvisa, rituale e amara: «E la ’ndrangheta come sta?».

Vorresti scomparire, sprofondare, perché ti senti chiamato in causa. E giù a dover spiegare che non tutti i calabresi sono ’ndranghetisti, che la regione ha tante cose belle, mille positività, e a scoprire che ripeti quei luoghi comuni che rimproveri agli altri. Avresti voluto parlare di mondo, di cultura, di scrittura ed eccoti impegnato in interminabili discussioni sulla criminalità, con argomentazioni che gli interlocutori non capiscono.

La ’ndrangheta ci crea stress e melanconia perché ci ruba tempo, ci sottrae l’ombra, ci rovina l’immagine. Sono in molti a domandare: ma perché parlate sempre di ndrangheta? Ribaltiamo la domanda. Non siamo noi a occuparci di ’ndrangheta: è la ’ndrangheta che si occupa, violentemente, di noi, della nostra vita, del nostro futuro, del nostro territorio che ci consegna avvelenato, inquinato, degradato: è la ’ndrangheta che prosciuga passione e che ci incattivisce. Non penso che le altre parti del mondo siano tanti paradisi; credo che il conflitto e il dolore facciano parte della vita in tutti posti, ma soltanto in questa zona di Occidente dobbiamo sperimentare un surplus di fatica, di angoscia, di inquietudine: dobbiamo avere una carica ulteriore di attenzione e di tensione.

Solo, da queste parti, bisogna ripensare, ossessivamente, la propria identità dalla mattina alla sera, ogni giorno. Le angosce non dipendono soltanto dalla presenza ’ndranghtetista, ma essa ha amplificato tutti i nostri difetti, ha alimentato i nostri peggiori istinti, ha incrementato il nostro atavico tasso di conflittualità. Ci ha fiaccati, resi più insensibili. Ci inquieta perché ci restituisce il lato peggiore di noi e a volte siamo costretti a verificare che siamo “riflessi” e “racchiusi” nella sua immagine. E’ un doppio inquietante dell’intera società e i “doppi” spesso si “assomigliano”.

Soltanto da noi, capita di andare nelle edicole e ascoltare qualcuno che chiedendo un giornale domanda all’edicolante: «Quantu furù li morte?», quanti morti ammazzati in prima pagina? Un misto di cinismo e d’ ironia, di abitudine al delitto, alle uccisioni, una sordida rassegnazione. La ’ndrangheta (sostenuta dalla malapolitica) ci prosciuga le energie, i sentimenti, ci costringe a occuparci di lei, ci limita nel pensare, ci ruba l’anima, ci devasta l’immagine.

L’immagine e il senso di noi. Non sono stati soltanto gli “uomini d’onore” a farne scempio. Hanno collaborato attivamente faccendieri, uomini politici, amministratori, tecnici, professionisti distruggendo anche l’immagine fisica, oltre che morale, della regione. Hanno sciupato paesaggi, risorse, bellezze, devastato marine, colline, montagne, boschi, e magari poi hanno chiamato gli Oliverio Toscani per fotografarci belli, giovani, contenti e sorridenti. Non so se esistono i reati di creazione di stress prolungato, di “offesa” dell’immagine, di distruzione della bellezza, della fiducia e della speranza. Se sì, i calabresi dovrebbero costituirsi parte civile nei tanti processi dove la “zona grigia” ha dato il meglio di sé. 
Solidarietà, impegno, festa gioiosa

Matteo Cosenza ha avuto il merito civile e la sensibilità culturale di promuovere la manifestazione del 25 settembre a Reggio e quello più grande di alimentare un dibattito (e un’iniziativa non facile) con impegno e apertura. In un precedente intervento ho avvertito contro i rischi di unanimismi di maniera e di adesioni rituali, ho suggerito come le “inclusioni” necessarie debbano avvenire senza liturgie interessate, con “distinzione” di ruoli ed evitando un “noi” in cui tutti, a parole, si riconoscono e cercano spazio. Non “la notte in cui le vacche sono nere e prospera la zona grigia”, ma l’alba della chiarezza, delle adesioni motivate e convinte, delle coerenze e degli impegni precisi. Molti intervenuti (ricordo Ciroma, Paride Leporace, Franco Crispini, Giovanni Iuffrida), hanno fornito elementi di riflessione importanti per costruire “bene” un’iniziativa ormai carica di attese e di aspettative, insolite in una Calabria generalmente sonnolenta e indifferente. Le adesioni di persone, associazioni, amministrazioni e gruppi credibili hanno aiutato a fare superare perplessità e diffidenze. Non si può stare a guardare: ognuno deve fare la propria parte. Dipende da noi dare a questa manifestazione un carattere di rottura, un senso alto, popolare, dal basso, senza “padrini”, primi della classe, dipendenti da telecamera.

Una rondine non fa primavera, ma senza la prima rondine non arriveranno nemmeno le altre, nemmeno la primavera. Bisogna accoglierla, curarla, accompagnarla. Riprendo una suggestiva proposta di Paride Leporace: partecipare alla manifestazione, con indignazione, con dolore, con senso della solidarietà, ma anche appropriandoci della tarantella, una tradizione musicale e di danza che avvicina tanti giovani. La tarantella, il ballo, i pellegrinaggi a Polsi sono nati prima della ’ndrangheta: sganciamoli dalle strumentalizzazioni degli ’ndranghetisti, di quanti hanno ancora un atteggiamento neoromantico nei confronti di un’organizzazione che non ha (non ha mai avuto) nulla di oppositivo, ma ha praticato sempre la cultura della morte. La ’ndrangheta e, in maniera diversa, certi politici (cupi, preoccupati di se stessi, seriosi, irascibili, conflittuali) hanno rafforzato l’immagine di una Calabria lugubre e luttuosa. Hanno scelto il buio e l’oscurità, la notte e le tenebre. Si dica “no" alla malapolitica, alle clientele, ai “capobastoni”, e si avanzino proposte concrete, ma non si creino falsi nemici, bersagli facili, non si alimenti la pericolosa e sterile contrapposizione Sud-Nord. Il Nord non va confuso con la Lega e il leghismo. La manifestazione resti rigorosamente “no ’ndrangheta” e non si pensi a una lotta contro lo Stato. Si scenda in piazza per vicinanza ai magistrati e alle forze dell’ordine: la solidarietà non va inquinata da rivendicazioni localistiche tipiche di altre stagioni e di temperie politiche completamente diverse, che hanno prodotto, tra l’altro, macerie ancora non rimosse.

Mi piacerebbe vedere striscioni colorati e creativi. Sogno scolaresche e ragazze che ricordino, con i loro cori, che la ’ndrangheta è l’estremizzazione di esclusioni che le donne subiscono quotidianamente nelle case e nella società.

Diventi questa iniziativa di solidarietà e di opposizione, di “pietas” e di testimonianza, anche uno spazio ludico e festivo. Come gli antichi Carnevali. “Rivolta” (“No ’ndrangheta”) e “festa” (“Sì alla cultura della vita e basta con la cultura della morte”). Mi sono occupato in passato dei conflitti, dei contrasti, della doppiezza della nostra terra. Le “due” Calabrie non sono separabili, sono a volte confuse. Per passare dall’ una all’altra, da quella angusta a quella ariosa, da quella lugubre a quella gioiosa, da quella triste a quella carnevalesca, da quelle che rifiuta a quella che accoglie, basta poco, bastano convinzione e persuasione. Sono sufficienti, talora, piccoli gesti, simbolici ed esemplari. Diano la loro vicinanza, donne e uomini, artisti, musicisti, pittori, attori, registi, scenografi, grafici, scrittori, registi, tutti coloro che hanno saputo raccontare mille e lontane Calabrie, con linguaggi antichi e nuovi. Ci aiutino a disegnare, colorare, contaminare, mescolare un mondo nuovo. Vorrei vedere suonare assieme, con le loro musiche, i cantastorie e i suonatori del Poro, quelli dell’Aspromonte e delle Serre, i musicisti tradizionali, con i loro tamburelli, gli organetti, le zampogne, la fisarmonica, le pepite, la lira, i ragazzi e le ragazze dei fiati della Piana, le bande musicali di tanti paesi, i gruppi rock, etnorock, di musica “leggera”. Vorrei camminare con i giovani della mia Università, con le classi dei miei figli, con i colleghi che amano la didattica e la ricerca, non protestano solo per i loro interessi e non bussano alle porte degli assessorati. Vorrei vedere gli editori distribuire libri sulla Calabria e sugli scrittori calabresi e di tutte le parti del mondo. Vorrei abbracciare tanta gente perbene, silenziosa, che finalmente non sta più zitta, e anche tanti operatori e fotografi che filmino, a futura memoria, come un possibile nuovo inizio, un’altra Calabria che ha anche una tradizione nobile, di lunga durata e che è stata soffocata nel tempo. Mi piace immaginare che con questa Calabria potrebbero camminare, contenti, Rocco Gatto e Giuseppe Valarioti, i tanti coraggiosi e onesti, sognatori una Calabria migliore, uccisi dalla ’ndrangheta. Manifestiamo anche per non dimenticare.

A quanti si troveranno a partecipare per “dovere” e in maniera “liturgica” più che per convinzione, a coloro che sono abituati a “passarelle” sterili e ad esibizioni di maniera, si mostri un altro modo di affermare la “presenza”. Si faccia avanti una Calabria pacifica e legale, che non tollera di essere identificata con la violenza e che, anche nella lotta contro la criminalità, riesce a essere migliore, più efficace, più convinta, più vera dei suoi gruppi dirigenti e del suo impresentabile e inossidabile ceto politico (che potrebbe cogliere l’occasione per mettersi da parte, indietro). Si faccia in modo che le telecamere debbano per forza essere attratte dalla Calabria vivace e che vuole vivere. Si mandi all’Italia il messaggio, il sogno, la speranza di un’altra Calabria, di una terra ferita, ma non vinta, in rovina, ma con la volontà di ricostruire anche sulle macerie, che desidera, sia pure in maniera confusa, di non essere più area geografica da cancellare (come vorrebbe Brunetta) ma parte costitutiva, attiva, di una nuova Italia, dell’Europa, del Mediterraneo. Una manifestazione, certo, cambia ben poco. Non risolve i problemi. Eppure bisogna cogliere gli attimi favorevoli, le occasioni che possono assumere un valore simbolico e fondante. Cominciare a sperare che qualcosa di nuovo potrebbe accadere, sta già accadendo. Se non ora quando? Il tempo sta davvero scadendo.

Scritto da Vito Teti (“Il Quotidiano della Calabria”, domenica 19 settembre 2010, p. 1 e p. 24)

La Calabria diversa risponda alla denuncia di Carteri

La “denuncia” che Gianni Carteri ha fatto ieri su questo giornale (“Una Locride irredimibile in mano ai paraninfi”), è di quelle che scuotono, provocano indignazione e amarezza, senso d’impotenza e anche un’ incontrollabile “ribellione”. Conosco Carteri da molti anni, ci incontriamo e ci sentiamo spesso: penso di non abusare della parola amicizia per indicare il nostro legame umano e intellettuale. Carteri è uno degli studiosi più raffinati, appassionati, lucidi della nostra terra. I suoi scritti su Pavese e su Alvaro hanno aperto nuovi percorsi di studio e di ricerca, hanno squarciato silenzi anche a livello nazionale e tra la critica più attenta e avvertita. Per lui, come per tanti altri, la scrittura è “salvezza” e per la Calabria un arricchimento. Pure condizionato da una malattia (policitemia) grave e progressiva, Carteri è instancabile organizzatore di eventi culturali, appassionato uomo di scuola, autore di libri importanti e freschi, di articoli e saggi, che diventano, spesso, “poesia”. Adesso, con grande dignità, con pacatezza, con il garbo lo stile sobrio a lui abituali, senza inveire, si “denuda” e ci racconta la sua dolorosa vicenda.


Una malattia che lo accompagna da oltre venticinque anni e che lui affronta con forza, coraggio, senza mai lamentarsi, aiutato dalla scrittura e da una fede che una madre bella e piena di spiritualità ha saputo coltivare. E ci racconta di una vicenda kafkiana di cui è protagonista. A dispetto di cartelle cliniche e di evidente stato di aggravamento, una commissione medica di Locri non riconosce la sua patologia e non gli concede il diritto alle cure e alle assistenze di cui avrebbe bisogno.

Non chiede favori, non ha santi protettori, detesta i favori di ´ndranghetisti, politicanti, operatori sanitari, non chiede “piaceri”, lui che un grande senso della pietas, ma, con coraggio e dignità, si offre come testimone per denunciare il grande degrado e la devastazione morale della nostra terra. Nella regione con il debito sanitario più alto del mondo occidentale, dei falsi e mille invalidi, dei morti che risultano vivi e dei vivi che muoiono di malasanità, delle truffe miliardarie, dei dirigenti asserviti e che vendono l’anima, Gianni Carteri è costretto a raccontare il suo “calvario”, puntando il dito, senza malanimo, contro politicanti e funzionari arroganti, sempre pronti a dire sì, purché a chiedere siano amici o amici degli amici. Non si sente né vittima né perseguitato, né unico, ma si offre come uno dei tanti “ultimi”, ignorati, senza “santi protettori”. Quello che vive e testimonia Carteri riguarda tanti, gli indifesi, coloro che hanno la pretesa di rispettare procedure e regole, la temerarietà di non chiedere favori, l’ardire di affermare la cultura dei diritti e dei doveri. Carteri si consola, almeno, con la scrittura e resta un “privilegiato” perché ha la possibilità, la forza, il senso civico ed etico per dare voce ai tanti dimenticati ed esclusi, di cui nulla sappiamo e che spesso vivono e muoiono senza che possano dare testimonianza della loro solitudine e del loro dolore. Mi auguro che, dopo tante promesse e tanti proclami, abbia, per casi come questi, qualcosa da dire, da rispondere, da accertare il Presidente della Giunta Regionale e Commissario alla Sanità?

Non penso di andare fuori tema se alla vicenda emblematica di Carteri associo quella, ugualmente, emblematica di Saverio Strati.

Il 16 agosto lo scrittore ha compiuto ottantasei anni. Questo giornale lo ha ricordato, come fa da almeno sei anni quando io stesso ho fatto gli auguri allo scrittore. Strati, dopo la grande mobilitazione del “Quotidiano”, gli intereventi di Vincenzo Ziccarelli, Matteo Cosenza, Annarosa Macrì, Pasquino Crupi e tanti altri, la presa di posizione di qualche uomo politico, si è visto riconoscere prima un “vitalizio provvisorio” da parte del Consiglio Regionale della Calabria e poi ha potuto usufruire della Legge Bacchelli. La Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Unical, ha approvato l’inverno scorso (non ho sotto mano verbali e le date e vado a memoria) il conferimento di una laurea ad honorem allo scrittore. Una decisione (necessariamente) unanime, che ha visto grandi adesioni e che è avvenuta con motivazioni che collocano lo scrittore nel paesaggio della letteratura europea del Novecento. Strati non chiede nulla. Non ama titoli e parate: è uomo sobrio e schivo. Una laurea ad honorem non aggiunge nulla alla sua grandezza e probabilmente, quando l’avrà, se l’avrà, non potrà nemmeno ritirarla. Il problema non è Strati. Ancora una volta il problema è di una Calabria (in questo caso di un’università calabrese) che vorrebbe riconoscersi, rileggersi, trovare un’anima anche attraverso figure “simboliche” come Strati e che invece è vilipesa, ignorata, trascurata dall’altra Calabria (ombrosa e sotterranea) e da coloro che consentono, rafforzano, alimentano questo inquietante “stato delle cose”. Il ministro Gelmini, quello che si premura di avvertire qualche università privata a non negare la laurea ad honorem a Bossi, notissimo studioso, grande statista e benemerito pacifista, cultore dell’unità nazionale e delle civiltà italiche, il ministro Gelmini, dunque, (se le informazioni sono esatte) dal 9 maggio 2009 non trova il tempo per firmare la proposta della Facoltà di Lettere e del Senato Accademico dell’Unical. Ha firmato di tutto (tagli, cancellazione di scuole e di docenti ecc.), ma non ha trovato un secondo per firmare un “titolo” simbolico a un grande autore italiano riconosciuto tale per altro dallo stesso governo. Ho fatto, anche con disagio e controvoglia, doverosi e istituzionali interventi con esponenti politici di tutti gli schieramenti. Nulla. Capisco. Quelli della maggioranza sembrano impegnati a portare avanti la grande “rivoluzione culturale” di cui parlano quotidianamente e quelli di opposizione sono indaffarati a “farsi” fuori reciprocamente, a “fare fuori” la Calabria, a mantenere sempre una “collocazione” utile anche “dopo la catastrofe”.

Questa Calabria “politicante”, arruffona, affarista, arrogante, grigia, compiacente, collusa, apatica, dedita agli affari, alle nomine, alle consulenze, agli incarichi, alle consorterie e alle mafie, questa Calabria che avvelena paesaggi, devasta coste e montagne, ci invade con “mascherati” e “sbandieratori”, questa orrenda Calabria non ha nulla da dire e da riconoscere ai Gianni Carteri, alla gente normale, agli ammalati, ai non raccomandati, agli ultimi, ai giovani, ai Mimmo Lucano, ai magistrati reggini che scoperchiano quotidianamente altarini. Sogno di fine estate. La denuncia di Carteri può diventare occasione, minima e simbolica, perché, se esiste, batta un colpo (d’indignazione e di proposta) una Calabria diversa, che non si rassegna, che non ci sta, che è stanca di ascoltare favole e menzogne da qualsiasi parte provengano?

“Il Quotidiano della Calabria”, sabato 21 agosto 2010

La scomparsa di un grande poeta

Ciccio, Francesco, Mazzè, il maestro, il poeta, l’amico se ne è andato in una calda giornata di luglio, nella sua casa di S. Nicola da Crissa, dove era nato nel 1927.


Aveva compiuto, grazie ai sacrifici del padre “mastro Raffaele”, gli studi tra Vibo e Spoleto, per poi diventare, ancora giovanissimo, e per sempre, il maestro Mazzè. Quarant’anni di attività svolta nelle scuole del suo paese con grande passione, competenza, e partecipazione, ma anche con gioiosità proficua, iniziando al sapere e alla vita generazioni di allievi. Sono stato suo alunno nella quarta e quinta elementare alla fine degli anni Cinquanta e da lui sono stato preparato per gli esami di ammissione alle medie. Ho un ricordo bello, vivo, fondante di quegli anni. L’immagine di un maestro che, col sorriso, la battuta, l’ironia, i paradossi, ti faceva amare i libri, le letture, la scuola. Iniziammo in quegli anni un legame intenso che, fino all’altro giorno, si sarebbe arricchito e sarebbe stato improntato a stima, amicizia, affetto. Era generoso, ospitale, accogliente, il mio maestro, e anche orgoglioso delle mie ricerche e dei miei studi, e dei miei libri, e aveva il dono della convivialità, dello scherzo, interpretando la migliore e più bella tradizione carnevalesca del nostro paese.

Leggeva molto e ha insegnato la matematica, l’inglese, il francese a giovani e meno giovani della comunità. Non fui molto sorpreso quando tanti anni addietro mi regalò la sua prima raccolta di poesie, che avevo avuto modo di sentirgli recitare nei bar, nelle cantine, nelle case, nelle piazze.

L’originalità, la forza, la potenza dei suoi versi, ora ironici ed amari, ora sarcastici e di denuncia, ora lirici ora burleschi, sono state sottolineate da critici letterari e da autori come Sharo Gambino e Pasquino Crupi. E’ stato una figura che ha allietato la vita di un paese che, lentamente, diventava vuoto e si scopriva triste, e per questo era stimato, amato, riconosciuto e ben voluto. Di solito, nessuno è profeta in patria, ma nell’agosto del 2004 l’Amministrazione Comunale di S. Nicola gli diede il “Nicolino d’oro”, un riconoscimento a coloro che hanno portato il nome del paese fuori dai suoi confini. Conoscitore di proverbi e di termini dialettali stava da anni lavorando a un dizionario sannicolese-italiano. Nel 2003, su mia proposta, ha ricevuto a Gioia Tauro un significativo premio di poesia dialettale da una Giuria di esperti, presieduta da Pasquino Crupi. Nella motivazione da me scritta ho sottolineato come nel tempo egli, quasi inevitabilmente e con grande spontaneità, come capita agli artisti nati, abbia trasferito sulla carta la propria versatilità, la propria ironia, la propria capacità di guardare il mondo con un misto di disincanto e di umana pietà. Rijù pe’ no’ mu ciangiu è la sua penultima raccolta di poesie dialettali, dopo le tante prove offerte in volumi o in riviste che lo hanno fatto conoscere ad un vasto pubblico. Mazzè si rivela poeta della vita quotidiana, che osserva nei suoi paradossi, rivelandone il carattere grottesco. La sua satira colpisce, come con un fioretto, personaggi e figure della vita d’ogni giorno, ma anche uomini politici, indicandone vizi, difetti, ipocrisie. La sua denuncia a sfondo sociale, che colpisce duramente anche personaggi della vita politica nazionale, non ha tanto connotazioni politiche, ma oserei dire prepolitici. Il suo, uno sguardo quasi irriverente e carnevalesco, tipico dell’antico mondo contadino che dissacrando tende a rappresentare il punto di vista dell’uomo semplice.

Le favole in versi, le storie, i fatti da lui raccontati hanno la capacità di farci ridere degli altri e di noi stessi, ma anche di fare riflettere, di interrogare, in maniera profonda, ma senza drammatizzazioni esasperate. Le “storie” e le invenzioni di Mazzè si aprono poi a esiti impensati. La sua ironia, come in un giallo con conclusione a sorpresa, assume contorni lirici, anche di tenerezza: si veda “La chiesola di campagna”, intrisa di nostalgia per un piccolo mondo antico scomparso. Viceversa, altre volte, partendo da situazioni liriche e quasi nostalgiche lentamente, con i suoi versi, giunge ad un umorismo che fa piazza pulita di finzioni, luoghi comuni, retoriche. Si leggano le poesie “Visita alla Madonna” e “La funtana de la chiazza”, dove con una partenza e un andamento lirico giunge poi a una conclusione amara, quasi irriverente, quasi a sottolineare che la vita dell’uomo è fatta di contrasti, di contraddizioni, di ipocrisie che è bene conoscere e guardare con un misto di condanna. tenerezza, indulgenza, amore.

Mazzè narra con grande pietas, e con comprensione i difetti degli uomini, le malefatte dei politici. Di particolare intensità sono poi i versi dedicati al mangiare e al vino, un vero e proprio inno al cibo, ma soprattutto alla vita, alla convivialità, a quella dimensione dello stare insieme che si va smarrendo.

Questi contenuti diventano quasi un patrimonio collettivo grazie a una facilità nel verseggiare, a una capacità di creare rime, di inventare metafore, a un linguaggio che affonda le radici in una tradizione popolare che diventa colta e in una tradizione colta che rielabora il linguaggio popolare. Non c’è monotonia nei versi di Mazzè, che cambia registro, metrica, ritmo, mostrando di avere assorbito sia la tradizione poetica calabrese, sia quella colta. La rima e la composizione musicale non sono ricercate e artefatte, appaiono naturali e spontanee, come nella migliore tradizione. Le sue poesie sono insieme testi musicali, cantati e suonati (egli era un bravissimo suonatore di fisarmonica e componeva la musica dei suoi versi. Mazzè si collega, con una sua elaborazione originale, con un percorso personalissimo, fatto di lettura e di conoscenza della vita di ogni giorno, alla migliore tradizione della poesia dialettale. Vengono in mente Donnu Pantu, Vincenzo Ammirà, Bruno Pelaggi, Giovanni Patari. Mazzè conferma come il dialetto (egli adopera quello del suo paese e dell’area delle Serre e del Tirreno vibonese) sia tutt’altro che una lingua morta, ma resti “espressione” vitale, rinnovabile, insuperabile per esprimere sentimenti profondi, immagini e metafore difficilmente trasferibili, traducibili, nella lingua italiana. Il dialetto per lui è una ricchezza da tutelare, un codice espressivo attuale, una lingua viva, una grande risorsa. Mazzè rappresenta una delle voci più vive e attuali della poesia dialettale calabrese e, probabilmente, meridionale. Merita una diversa fortuna critica, che di certo non tarderà ad arrivare: bisognerà tornare, con pacatezza e competenza, sui suoi versi, per collocarlo in un posto alto nella poesia dilettale meridionale degli ultimi trent’anni, in ambiti più originali di quelli di tanti osannati e celebrati, ma a volte scadenti, poeti locali.

La vita è fatta di appuntamenti rimandati, di “poi ci vediamo”, di adesso vengo a trovarvi, e in genere tutto finisce in sensi di colpa e in rammarico per le nostre inadempienze, per l’impossibilità di fare tutto, di stare in tanti posti e di badare a tutto. Mi aveva invitato di recente a pranzo e volevo andare per domandargli storie e fatti di paese, ascoltarlo, aggiornarmi sulle sue ultime produzioni. Sono riuscito a vederlo tre giorni prima che morisse. Era felice di vedermi. Ed ero felice. Abbiamo parlato di poesia e anche della necessità di pubblicare, in maniera critica e filologica, le sue opere edite e le tante inedite. Indicava ai figli dove erano custoditi i quaderni per mostrarmeli. Era il nostro addio e forse la sua consegna. Ritalba e Nicola, i due amati figli che gli sono stati accanto fino all’ultimo, si assumeranno, certamente, il compito di raccogliere, custodire, pubblicare le sue opere. La mia memoria non contiene tutti i ricordi che ho di lui. Potrei scrivere storie e racconti e, col tempo, spero di potermi occupare più di quanto non abbia potuto fare mentre era in vita. La fontana della Piazza, adesso apparirà più triste, si sentirà più sola e cosi i vicoli, le case, le cose, le parole, i nomi del paese. Piangerà lacrime di acqua, ma l’acqua è fonte di memoria. I luoghi e le storie di Ciccio Mazzè torneranno sempre per costruire la storia identitaria, letteraria, sociale, culturale delle nostre comunità. Con l’affetto dell’alunno bambino e con la stima dell’amico studioso adulto, grazie maestro e buon viaggio.

“Il Quotidiano della Calabria”, sabato 24 luglio 2010

La bellezza del calcio e la banalità del tifo

Non vedevo l’ora che iniziassero i mondiali. Non ho visto l’ora che terminassero. Amo profondamente il calcio e capisco le sue valenze spettacolari e mediatiche, e tuttavia cominciavo ad avere una crisi di rigetto, a subire una pericolosa assuefazione, constatando quanto sia labile la “linea d’ombra” che separa la bellezza del calcio dalla banalità del tifo, la magia del pallone dalla magia mediatica. Ho seguito, quasi tutte le partite, con attenzione e coinvolgimento: 64 partite e 32 giorni (escludendo preparativi ed attese) costituiscono un evento esaltante, unico, irripetibile, ma anche un periodo di “narcosi”, di “anestesia”. Mi venivano in mente narratori come Osvaldo Soriano e Sandro Onofri, maestri nel raccontare la dimensione sociale, popolare, ludica, “evasiva”, ma anche identitaria, epica ed eroica del pallone: la magia di farci tornare bambini e di farci sognare. Altre storie. Le interminabili chiacchiere televisive, le aperture dei telegiornali con le domande al polpo Paul e ai polpi Costanzo e Galeazzi (una prova generale per il modello Minzolini?), hanno attutito il piacere di guardare le partite, peraltro poco esaltanti. La metafisica delle vuvuzelas o le teorie meccaniche su Jubulani, il folklorismo magico-religioso alla Maradona: la globalizzazione del magismo arcaico e postmoderno e la rinuncia alla “razionalità”.


Si può “prevedere” il futuro? E il “tempo” potrà essere osservato con la contemporaneità di passato, presente e futuro? Forse, ma queste prospettive hanno a che fare con la scienza e non con la superstizione. Mi sono simpatici gli scaramantici spargitori di sale, quelli che toccano ferro e parti delicate, chi fa le corna o si affida ai propri piccoli rituali, ma ritengo questo “folklore” come elemento del gioco, del divertimento, dello stare assieme. E’ improbabile che la “mano di Dio” possa occuparsi di Maradona o di Suarez.

E poi sarebbe bello, davvero, conoscere il futuro? Vi immaginate se avessimo saputo, in anticipo, che Rubben si sarebbe fumato clamorosamente il gol della probabile vittoria e che Iniesta avrebbe segnato a pochissimi minuti dalla fine, quando ormai tutti attendavamo i rigori? Se il gioco è metafora dell’imprevedibilità della vita, se è legato al caso, alla fortuna, agli incidenti, agli accidenti, perché pretendiamo di prevederne gli esiti?

Le vie e le indecisioni del tifo, quando non è gioco la propria nazionale o la propria squadra di Club, sono infinite. Mi sono seduto, pertanto, abbastanza disincantato, incerto se vedere la finale. Ho ammirato lo spettacolo, i balli e i canti, ho guardato con commozione Mandela e, poi, prima della partita Fabio Cannavaro che, con passo elegante e incerto, consegnava la coppa. Passa la gloria del mondo. Osannato Cannavaro nel 2006, adesso è considerato quasi volontario autore della sconfitta. Forse dovremmo adottare uno sguardo più pacato e giudicare a distanza. Forse più che alla disfatta di quest’anno, dovremmo pensare al miracolo dei mondiali precedenti. Credo che ricorderemo e valorizzeremo la vittoria del 2006 e tenderemo a dimenticare e a giustificare l’eliminazione di quest’anno. Attendevo il responso del campo, onore al merito, ma col passare dei minuti mi infastidiva il gioco duro e falloso dei tulipani. Non erano i tulipani della mia giovinezza. Loro non facevano toccare la palla, questi debbono spezzare il gioco, magari le gambe. L’arbitro non controlla la partita e compie errori clamorosi. Non è una bella finale. Le finali sono bruttissime. Sbaglia Robben e, forse, c’è l’intervento di Eupalla che non avrebbe tollerato la vittoria di una squadra così brutta.

La nazionale spagnola ha avuto capacità di coniugare programmazione, valorizzazione dei talenti giovani, scelta di un blocco e apertura al calcio internazionale. Sette giocatori in campo militano nel Barcellona, la squadra più vincente in questi anni, che ha inventato Messi e investito sui bambini e i giovanissimi. L’Italia è lontana da questa impostazione. L’Inter non ha fornito un calciatore alla nazionale e il blocco di Lippi è stato quello di una squadra di infortunati e campioni al tramonto. Sneijder, dopo la partita contro l’Uraguay, ha detto che la sua gioia è immensa, indescrivibile, nemmeno paragonabile a quella provata in occasione di vittorie con i Club. Julio Cesar e Maicon hanno parlato di un dolore immenso, di una sorta di disgrazia personale, familiare e collettiva, di un qualcosa che non hanno mai vissuto con le loro squadre. I nostri miliardari e spendaccioni presidenti non sono stimolati dalle struggenti sensazioni ed emozioni dei “loro” campioni? Non sentono il bisogno di imboccare vie diverse e non hanno l’ambizione di vedere vincere la nazionale italiana con calciatori formati nei loro Club?

Partecipo alla “Fiesta” del bravo e pacato Del Bosque, di Iniesta e Casillas, dei miei amici spagnoli, citando Javier Màrias, il grande scrittore spagnolo, che domenica su “La Repubblica” scrive:

«Chi snobba il calcio e lo vede come una cosa di “orde” sembra non essersi soffermato molto a riflettere sull’allegria o sulla tristezza disinteressate che il calcio suscita in milioni di persone contemporaneamente. Che una squadra vinca o perda non ci cambierà la vita: chi sta male e chi è felice non vedrà la propria felicità essenziale intaccata da una sconfitta. Nessuno diventerà più ricco o più povero, nessuno diventerà disoccupato o smetterà di esserlo, ma non sono molte le occasioni nelle quali le persone saltano di gioia o chinano la testa come malinconia e dignità tutte allo stesso tempo. L’effetto della vittoria o della sconfitta non è duraturo, diciamo che svanisce dopo quarantotto ore, più o meno come l’effetto della visione di un grande film, o la lettura di uno stupefacente romanzo o l’ascolto di una musica sorprendente o la contemplazione di un quadro che turba. Nemmeno l’arte cambia qualcosa della nostra vita personale. …».

Il calcio appare come una “seconda vita” della gente, una vita quasi “parallela” a quella ordinaria. Il calcio, da questo punto di vista, assume una sorta di dimensione carnevalesca, “trasgressiva”, “oppositiva”, gioiosa. Michail Bachtin vedeva sempre trasferirsi “altrove”, rinnovandosi, lo “spirito carnevalesco”. Il Carnevale tradizionale (che non ha nulla a che fare con le “carnevalate” della nostra società e della nostra politica) ci ricorda che le “due vite” non erano separate, spesso si confondevano. Le metafore o i simboli sono efficaci, ma non vanno confusi con la realtà che rappresentano, anche se sono dotati di una loro “realtà”. Il calcio racconta la vita, ma non è la vita. Bisogna fare attenzione a chi lo scambia con la vita. La violenza negli stadi non avviene anche perché il gioco erode la metafora e il calcio diventa un sostitutivo, un surrogato, una fuga dalla vita?

La Spagna, attanagliata dalla crisi, con tensioni autonomiste, si ritrova unita grazie ai suoi campioni. Da Madrid a Barcellona, da Bilbao, a Siviglia, si urla un prima impensabile “Evviva Spagna”. Ma in Sud Africa vengono registrate le prime aggressioni ed espulsioni xenofobe e, dopo il pianto di rabbia o di commozione dei campioni ritorna quello più vero, amaro, dei bambini senza pallone, senza cibo, senza acqua.

La vittoria, anche quando concorre alla costruzione di un nuovo gioioso senso di sé (i cui risvolti possono essere anche negativi come quando si affermano i “noi”), non risolve i problemi. Li fa vedere con un altro occhio. Un’affermazione della nazionale italiana avrebbe facilitato il compito di Berlusconi nell’opera di devastazione della Costituzione o avrebbe contrastato la politica separatista della Lega? Ci attendono altre difficoltose partite e, purtroppo, non abbiamo le “nazionali” adatte per giocarle con Pd e sinistre appaiono più fuse e confuse della nazionale di Lippi. Torneremo a vincere quando non avremo più le “cricche” al potere e quando nel calcio, come nella società, nei partiti, nelle istituzioni, saranno aperte le strade ai giovani e ai figli degli immigrati? Ahimè, il campionato mondiale suscita anche strani sogni! Un’altra politica, un’altra Italia, un’altra nazionale? Avremmo, davvero, bisogno della “mano di Dio”. Che bello! Sono finiti i mondiali. Non ne potevo più. A proposito, quando cominciano le qualificazioni per gli europei, le partite estive e il campionato? Che noia, che tristezza, la vita senza calcio!

“Il Quotidiano della Calabria”, 14 luglio 2010

"Affruntata": la politica eviti le passerelle

La “sospensione” e il rinvio alla domenica in Albis dell’Affruntata di S. Onofrio (decisi dalle autorità religiose e dai responsabili della Confraternita del Rosario) per impedire che uno dei più antichi e toccanti riti della regione fosse palesemente gestito e controllato da appartenenti alla criminalità organizzata, costituiscono (soprattutto a seguito delle avvertenze al priore della confraternita) fatti inquietanti che debbono spingere a riflessioni non banali e non scontate. Fatti che non hanno bisogno di luoghi comuni, di commenti retorici e di ipocriti stupori.


Non si capiscono, infatti, la sorpresa e l’indignazione, che colgono sulla via di Damasco tanti nostri rappresentanti delle istituzioni e della politica, dal momento che da almeno un decennio coraggiosi magistrati (ricordo in particolare Nicola Gratteri) vanno denunciando che le feste in molti paesi diventano anche lo spazio della rappresentazione della prepotenza e del predominio della ndrangheta e dal momento che da anni preti e vescovi sono impegnati, in solitudine e con amarezza, a cercare di “allontanare” dai riti religiosi quanti se ne servono per “ratificare” e “proclamare” il controllo del territorio.

I riti e le feste sono stati anche in passato spazio di conflitti, di contrasti, di tensioni, ma ormai sono spesso diventati “luoghi” di ricerca del “consenso” e di affermazione del “predominio” da parte dei “poteri malavitosi”. L’espressione è di Pino Mandarano, presidente dell’associazione Santonofresi e Calabresi nel Mondo, che in un intervento pubblico manifesta tutto il dolore della “gente di buona volontà” e con sgomento esprime solidarietà al priore, al parroco, al Vescovo. Eventi come questi mettono di nuovo, e in negativo, la nostra regione al centro dell’attenzione, nazionale ed internazionale, “creano una pessima immagine che nasconde quella parte più vera e più genuina nella quale ci riconosciamo” (è ancora Mandarano a scrivere). Bisognerebbe prevedere per la ’ndrangheta anche il reato di “devastazione dell’immagine”; oltre che di quella del territorio, delle risorse e delle coscienze e, pertanto, non saranno mai sufficienti gli attestati di solidarietà che arrivano da tante parti, da giornalisti, amministratori, donne e uomini politici.

Non mi stancherò mai di sostenere che di fronte a questi fatti bisogna cercare convergenze e unità, lontano da ogni divisione sterile e da piccoli interessi particolari. Ma perché la solidarietà sia efficace, ottenga risultati concreti, crei condivisione e anche “ribellione” e “reazione” alla catastrofe ndrangheta, occorre che sia autentica e affermata con coerenza, nel rispetto dei ruoli, delle competenze, delle regole, delle diverse istituzioni.

Abbiamo visto di recente che non basta urlare o esibire striscioni con slogan altisonanti per fare davvero “antimafia” e per affermare la “cultura della legalità”. Alla fine contano i fatti (quelli moralmente orientati) e i comportamenti, non le retoriche che spesso nascondono interessi a volte dubbi. Senza alcun intento polemico, ma come invito alla riflessione, sento il dovere di dire che certi inviti del mondo politico a partecipare all’Affruntata mi sono apparsi sopra le righe, fuori luogo, anche segno di una grande debolezza della politica.

Non metto in discussione la solidarietà (ben venga specie perché pubblica) espressa sui giornali da alcuni parlamentari e da molti amministratori dei diversi schieramenti (colgo anzi l’occasione per manifestare la mia solidarietà ad Angela Napoli, per le intimidazioni seguite alle sue denunce mirate e coraggiose), certi toni, certi inviti rischiano di creare “disagio” e confusione. Non sono in discussione le buone intenzioni e le sempre apprezzabili manifestazioni di solidarietà e, ovviamente, non mi riferisco ai parlamentari direttamente coinvolti in questa vicenda, ma ne approfitto per una riflessione di carattere generale a cui tutti siamo chiamati. Quando qualche uomo politico invita “i calabresi perbene” e “onesti” (dove i “perbene” e gli “onesti” siamo sempre noi e i “permale” e i “disonesti” sono sempre gli altri) a partecipare all’Affruntata di S. Onofrio domenica prossima, si ha come la sensazione che assuma un ruolo che non gli compete.

È opportuno riflettere se certa politica mediatizzata non sia ormai onnipresente, “invadendo” di sé anche le sfere private e del simbolico. Al credente che, pur all’interno di un rito collettivo, manifesta la propria spiritualità personale va garantita ogni forma di rispetto e di protezione. All’Affruntata, ai riti, alla messa, alle cerimonie, alla fede chiamano (dovrebbero chiamare) il Papa, i vescovi e i parroci e non chi si occupa di gestione della cosa pubblica.

Chi ha responsabilità pubbliche deve dirci cosa fa per il bene pubblico, come amministra, come applica le regole e persegue la legalità nell’ente da lui amministrato, come evita le infiltrazioni criminali nella pubblica amministrazione, come si impegna per affermare le leggi e la legalità nella istituzione che rappresenta, magari nel partito in cui ha deciso di militare, non può prendere (è il caso di dirlo) il pulpito degli altri.

Non vorrei che l’Affruntata, rito di grande intensità e bellezza, narrazione del trionfo della vita sulla morte, mito della Passione e della Resurrezione, venisse confusa e scambiata per una sorta di manifestazione antindrangheta, come una comoda passeggiata per autoassolverci e per dirci quanto siamo bravi. Come ci hanno insegnato col loro esempio Madre Teresa di Calcutta, ma anche Gandhi, i riti e le processioni si fanno “per” e non “contro” e, detto per inciso, penso che, tolta la gestione dei riti alla criminalità (ma in realtà bisogna togliere la gestione economica e sociale, non solo quella simbolica), un cattolico non possa non porsi il problema di come accogliere, perdonare, fare redimere anche i peccatori, i malfattori. La legalità e la moralità da affermare in pubblico e in privato, non possono cancellare la pratica del perdono e della non violenza che hanno fatto la forza del Cristianesimo.

Osservo, vivo, descrivo da decenni questi riti – da laico, da studioso, da scrittore -; l’ho fatto sempre con discrezione, con partecipazione, con il desiderio di capire. Con le istituzioni universitarie a cui sono legato abbiamo realizzato pubblicazioni, ma anche seminari e convegni, non ultimo, nel settembre 2008, quello tenutosi tra Vallelonga, Torre di Ruggiero e Vibo Valentia, in cui proponevamo la Calabria come “Terra della Settimana Santa e dell’Incontro”, a cui parteciparono studiosi provenienti da diciannove paesi europei, afferenti alla rete PACT-EURETHNO, ma anche uomini di chiesa tra cui lo stesso Monsignor Renzo. Sempre con l’auspicio che anche studiosi, fotografi, osservatori esterni e turisti richiamati dalla propaganda mantengano un atteggiamento rispettoso dei fedeli che, in ogni caso, restano i principali protagonisti dei riti religiosi e “narrano” la loro vita e le loro speranze. Mi sembra pertanto quasi una rinuncia a capire e a distinguere il fatto che dei parlamentari e degli amministratori annuncino, con una certa (spero involontaria) “enfasi”, con comunicati stampa, la loro presenza ad una manifestazione religiosa, anche se diventata carica di grandi valenze simboliche e va bene al di là del “fatto religioso”. A un rito si va, si partecipa, si aderisce o meno, ma non ci si annuncia.

Molti rappresentanti del mondo politico hanno pubblicamente chiesto che la Chiesa si liberi dall’ingerenza mafiosa sulle questioni religiose. Coerentemente, sarebbe il caso che tanti smettessero di partecipare a riti, processioni, manifestazioni religiose soltanto per farsi vedere, per apparire, per mostrare che ci sono. Esistono relazioni (come è bene che esistano), anche regolamentate dalla Chiesa, tra istituzioni pubbliche e religiose, ma sarebbe bene evitare reciproche strumentalizzazioni. Certa voglia di “protagonismo”, improntato spesso a legami clientelari, non rischia poi di essere o apparire involontariamente “funzionale” a quel protagonismo della criminalità, che tutti condanniamo? L’onnipresenza e l’occupazione generalizzata da parte della politica della sfera privata e religiosa (feste, nascite, battesimi, comparatici) è davvero poi così lontana da quella “cultura” che la ndrangheta usa in maniera violenta e devastante? L’invasione di campo altrui, il voler “predicare” dove altri dovrebbero dire parole di verità, non è forse la rinuncia della politica a fare politica, non è forse una dichiarazione di impotenza e magari un sorta di senso di colpa per non riuscire ad essere incisivi, efficaci, là dove bisognerebbe esserlo, nei luoghi in cui si opera e dove si è stati “mandati” e dove si è scelto di andare, la dove siamo responsabili e dove dobbiamo rendere conto?

La migliore solidarietà al Vescovo e alla Chiesa che si “ribella” passa non attraverso parole, ma con esempi di buona politica e anche di “buona cittadinanza”. Attraverso il rispetto delle regole e dei ruoli, che poi è il migliore modo per aiutare quella comunità che, comunque, passata la festa, resterà sola e dovrà scegliere autonomamente la via da percorrere. Non si invoca solitudine e disimpegno, ma presenza sentita, appropriata, mirata, credibile, forse più praticata che proclamata. Sarebbe ora, certo, che i cittadini si rifiutassero di prendere parte ai riti controllati dalla ’ndrangheta, ma sarebbe anche ora che la politica sostenesse adeguatamente i magistrati in prima linea, approvasse (o tentasse di fare approvare) quelle leggi che vengono invocate da quanti combattono quotidianamente, con pochi mezzi e in solitudine, il crimine.

Pino Mandarano conclude il già citato intervento con un efficace richiamo alla speranza: «la speranza che nella comunità santonofrese rappresenta la voglia e la forza di reagire contro la prepotenza, l’arroganza e la violenza dei pochi che non si rendono conto del danno, irreparabile, che stanno arrecando al nostro piccolo paese e alla nostra comunità».

Non facciamo cadere nel vuoto questo invito alla speranza, non lasciamo sola la comunità di S. Onofrio, accorriamo numerosi, ma facciamolo in silenzio, con discrezione, con garbo, con rispetto, con riguardo. L’unico annuncio che dobbiamo “auspicare” e “praticare” (credenti e laici) è quello della Rinascita. Seguiamo con “devozione” le donne, i giovani, gli uomini, i congregati che al momento dell’incontro, come tutti gli anni, si commuoveranno, piangeranno, pregheranno, trarranno (soprattutto quest’anno) benevoli auspici per una “mortificazione” imposta all’intera comunità. La Calabria ha bisogno di questi incontri, che costano fatica, richiedono “impegno”, senso etico e senso del “sacro”, e non necessitano di clamori sterili, di presenze effimere, “doverose”, “formali” e occasionali. Ha bisogno di dialoghi autentici, serrati e continuati nel tempo.

“Il Quotidiano della Calabria”, 11 aprile 2010

Lo stupore e la ricchezza dei riti

I riti della Settimana Santa e di Pasqua continuano a segnare l’intero territorio calabrese e presentano una ricchezza e un’articolazione che stupiscono anche per la grande capacità organizzativa e per il lungo impegno profuso dagli abitanti di grandi centri e di piccoli paesi. 


La “narrazione” della morte e della resurrezione di Cristo coinvolge e accomuna le diverse comunità, a volte sparse e frammentate, vuote o sovraffollate, della regione. L’attenzione degli osservatori esterni quasi sempre privilegia riti considerati “spettacolari”, “originali” per la presenza di elementi come ilsangue o gesti altamente drammatici, che li rendono notevolmente attraenti.

A tali riti, carichi di tensione, di passione, di partecipazione, bisogna accostarsi con attenzione, con la consapevolezza che spesso non siamo percepiti, e non siamo, a essi esterni. Bisognerebbe evitare atteggiamenti di esotismo postmoderno e abbandonare la tentazione di “folklorizzare” i nostri luoghi.

L’Affruntata (o Cumprunta o Svilata)ha luogo la domenica di Pasqua e consiste nell’incontro teatralizzato tra la Madonna e il Cristo Risorto. L’incontro è preceduto, in molti paesi, dai viaggi di S. Giovanni che, per tre o più volte, si sposta da una chiesa all’altra per annunciare a Maria, addolorata e incredula, la Resurrezione del Figlio. Al terzo viaggio S. Giovanni si dirige verso la Madonna insieme a Cristo Risorto. Maria finalmente si convince dell’avvenuta Resurrezione e comincia a correre verso il Figlio. In molti centri l’incontro viene ritardato, rallentato, accompagnato da un’attesa e da una lentezza che generano emozione e pathos: quando le statue sono ormai vicine, Maria va “avanti e indietro” per tre o più volte, si inchina, non sa se avvicinarsi o allontanarsi. I portantini mimano in tal modo lo stupore e la commozione della Madonna. Al suo fianco procede alla stessa velocità la statua di S. Giovanni.

Al momento dell’incontro, la Madonna perde il velo nero e si presenta vestita di bianco o di azzurro. Sia la svelazione (’a svilazioni), sia i giri e i movimenti che i portantini compiono per disporre le due o tre statue nella stessa direzione, sia l’incontro, sia l’inchino (a Dasà l’Affruntata è detta, non a caso, ‘A ncrinata) che in alcuni luoghi la Madonna fa al Cristo richiedono grande attenzione ed abilità, lunga preparazione e consuetudine.

Non è facile determinare con precisione l’origine e la diffusione dell’ Affruntata, ma gli studiosi si rifanno a ritualità e a liturgie presenti già nel periodo greco-bizantino e alla sacre rappresentazioni medievali e quattro-cinquecentesche. Il rito si afferma nel Seicento, dopo la Controriforma, per influsso degli Spagnoli e per iniziativa dei Gesuiti, innestandosi su concezioni arcaiche e su precedenti ritualità popolari. Riti analoghi sono segnalati in Spagna, Sicilia, Malta. Il rito è strettamente legato alla predicazione, ai culti, alla liturgia, ad istituzioni religiose, come le confraternite, che si affermano in epoca moderna in Calabria e in altre regioni meridionali.

Padre Fiore da Cropani (Della Calabria Illustrata, 1691) ci consegna, forse, la prima descrizione del rito. Egli nota che «Domenica di Resurrezione omissis Si accresce la festa nella città di Gerace con una processione di mattina col concorso di quasi tutta la città, e l'uno e l'altro clero secolare e regolare, nella quale con mirabile artificio s'incontrano insieme la Vergine da lutto con Cristo Sagramentato: al cui incontro svestita la Madre de’ suoi lutti, adora il suo carissimo Figliuolo: incontro qual riempie di molta tenerezza d'affetto i circostanti». Una delle più antiche e significative descrizioni è quella del 1836 relativa a Polistena, quando la Chiesa disponeva il divieto di celebrazione, a riprova di contrasti tra liturgia ufficiale e pratiche popolari. Rocco Liberti, il più attento studioso della Settimana Santa nella Piana, ricorda, facendo riferimento a uno studio di Giovanni Russo, che comunque, nella petizione inoltrata al re due anni dopo dal sindaco, dai decurioni e dal clero per la sua ripresa che «da molti Secoli, ab immemorabili, e da che cominciò ad esistere questo Comune, senza alcuna interruzione, nella ricorrenza della solenne festa della Santa Pasqua di Resurrezione, si celebrava la detta solennità a spese di detta Congregazione (quella del SS.mo Sacramento n.d.r.), colla processione del SS.mo Sagramento per tutto l’abitato dove nel largo del Mercato si venivano ad incontrare le processioni di Gesù Sagramentato e quella dell'Imagine di Maria SS.ma sempre Vergine».

Il rito è molto diffuso in provincia di Catanzaro (Filadelfia, Borgia, Squillace, S. Andrea, S. Vito sullo Ionio Soverato, S. Caterina, Badolato), nel Vibonese (Vibo, Maierato, S. Onofrio, Filogaso, S. Gregorio, Zammarò, Arena, Dasà) e nei due versanti della provincia di Reggio (Polistena, Laureana, Rizziconi, Gioisa Jonica, Melicucco, Cinquefrondi, San Ferdinando, San Giorgio Morgeto, Rosarno, Maropati, Laureana di Borrello, Cittanova, Seminara, Bagnara, Anoia, Stilo, Gioiosa Jonica, Caraffa del Bianco).

Bisognerebbe approfondire quanto i riti della Settimana Santa nella Calabria meridionale non abbiano uno stretto legame anche con le vicende “catastrofiche” che ne hanno segnato, in epoca moderna, almeno a partire dal Seicento. Non bisogna dimenticare che i paesi del Vibonese e della Calabria meridionale dove si svolge il rito hanno conosciuto storia di distruzione e rifondazione a seguito di eventi catastrofici come i terremoti del 1638, 1659, 1783. Tali eventi hanno influito sulla mentalità popolare e anche su un’ideologia del lutto e del cordoglio da elaborare a livello comunitario.

Il “terribile flagello” del 1783 ha cancellato interi abitati della Piana, ne ha ridisegnato il paesaggio e gli insediamenti, provocando migliaia di morti; il terremoto del 1905 ha invece distrutto quasi interamente numerosi centri del Vibonese; quello del 1907 ha devastato i paesaggi della Piana e dell’Aspromonte; e quello del 1908 che ha cancellato le due città sullo Stretto. La Mater Dolorosa, la Madonna del Rosario, che a Soriano Calabro, il giorno di Pasqua, incontra dopo i viaggi di Giovanni, il Cristo Risorto e, perdendo il velo nero, diventa una luminosa Mater Gloriosa, è conosciuta come “Madonna del Flagello” in memoria del catastrofico sisma del 7 febbraio 1783, che provocò distruzioni ancora impresse nelle “magnifiche rovine” del convento domenicano. A Filogaso, il luogo centrale dell’attuale spazio urbano dove avviene l’incontro delle tre statue segna una sorta di confine tra due abitati originariamente separati, Panaia e Filogaso.

Gli esempi potrebbero continuare, a conferma di come questo rito racconti, oggi, come un passato, storie di separatezze e bisogni di unità, vicende di abbandoni e di ritorni, di frammentazione e ricomposizione.

In molti paesi, gli attimi che precedono l’incontro, la svelazione della Madonna, che perde il velo a lutto, sono carichi, di attenzione, tensione ed emozione. Prima dell’incontro viene realizzata, nell’ “ora cruciale del mezzogiorno”, una sorta di “sospensione del tempo”. “Come se” tutto, il mondo e la vita potessero finire. “Come se” il destino della comunità dipendesse dalla riuscita del rito. Il mondo, la natura, il paesaggio, il paese sono muti e silenziosi, pietrificato, come accade negli istanti che precedono un terremoto. La paura che qualcosa di “terribile” possa essere annunciato da un incontro non riuscito lascia, a rito concluso, spazio alla gioia, mista a pianto, agli applausi e agli abbracci liberatori.

I contadini, in passato, traevano auspici sulla produzione e il raccolto: la “cattiva riuscita” poteva preludere ad eventi spaventosi e “terribili”, a qualche disgrazia (guerra, carestia, pestilenza). Se durante le manifestazioni della Settimana Santa (fino alle fasi iniziali dell’“incontro”) Maria (Mater Dolorosa) appare modello di sofferenza e di dolore e Cristo riassume e rappresenta tutte le morti individuali, con l’Affruntata viene celebrato il rito della Resurrezione, viene narrato e presentificato il trionfo della vita sulla morte. Maria diventa Mater Gloriosa.

In un periodo di svuotamento dei paesi dell’interno, di intasamento delle marine, i riti della Settimana Santa continuano a svolgere, diversamente dal passato, una funzione di legame e di vicinanza tra luoghi separati e raccontano nuove frammentazioni e dilatazioni del territorio. Si pensi ai “ricongiungimenti” (provvisori) che, in occasioni delle processioni e dei riti festivi, vengono attuati e rappresentati tra “rimasti” e “partiti”, che non a caso sono stati visti come i “defunti” di un mondo frammentato e disperso.

Le chiese, le strade, le piazze, i vicoli, i calvari, i cimiteri diventano luoghi densi di “sacralità”, spazi scenici “eccezionali” anche nei paesi spesso in abbandono dove viene rappresentata una “vicenda”, antica e sempre attuale, quella della vita che trionfa sulla morte, della vita che afferma sempre le sue ragioni. Le persone sono impegnate in riti carichi di sacralità e di spiritualità e che anche, attraverso manifestazioni spettacolari e teatrali (che richiedono una lunga e meticolosa preparazione) affermano un bisogno di presenza, riepilogano la loro storia, ridefiniscono, con gesti e parole sacri, il loro senso dell’appartenenza ai luoghi.

L’Affruntata in realtà appare anche la narrazione di “mancati” incontri, di frammentazioni e di separazioni compiute per sempre, di ricongiungimenti sognati, di delocalizzazioni avvenute. Proprio negli anni passati gli abitanti (con in testa la confraternita) di S. Onofrio hanno trasferito e rappresentato, con forte senso di orgoglio, il loro rito a Carmagnola in Piemonte e a Woodbridge nell’Ontario, in prossimità di Toronto, luoghi dove sono sorti dei doppi del paese di origine. Bisogna capire con precisione cosa è accaduto, non fare considerazioni frettolose. Certo, anche a prescindere da questo inquietante episodio, le feste riflettono anche le luci e le ombre presenti nelle nostre comunità, i contrasti e i conflitti sempre latenti, raccontano i rapporti sociali e anche i desideri e le voglie di apparire di ceti sociali emergenti o che, talora, prosperano nell’illegalità. Nelle diverse parti della regione, sono davvero frequenti le feste e i riti che vedono la presenza “attiva” di appartenenti alla criminalità organizzata: specie nel corso degli “incanti” che danno “diritto-privilegio” a portare le statue sono frequenti i tentativi di affermare e di ostentare, anche a livello rituale e simbolico, il controllo del territorio, si fa capire alla gente chi comanda e chi decide. La Chiesa calabrese è stata per lungo tempo silenziosa, timorosa, a volte “compiacente”. Finalmente si sta muovendo qualcosa. Negli ultimi tempi vescovi, parroci, uomini religiosi, confraternite, spesso in solitudine, vanno ponendo, con convinzione, la necessità di modificare situazioni che mortificano le popolazioni. E’ urgente che la Chiesa indichi percorsi coerenti, vie adeguate, conferisca a questi riti la forza, la “verità” e il valore della Rinascita e della Resurrezione, che poco hanno a vedere con la cultura della violenza, della morte e della mortificazione, che spesso prevalgono nei nostri paesi.

"Il Quotidiano”, 6 aprile 2010

"Nuvole che spesseggiano" e "paese d’incanto"

Il corpo bloccato e il corpo poetico


Novembre 1954. Lorenzo Calogero raggiunge Milano per chiedere notizie all’Einaudi su due manoscritti, inviati l’11 ottobre 1954. Qui, in Piazza Duomo, gli viene fatta la famosa fotografia che consegna definitivamente il suo “corpo”, la sua “immagine corporea”, ai contemporanei e ai posteri. Un’immagine, che come tutte le immagini emblematiche, corre il rischio di venire tipizzata e trasformata in stereotipo. Cappello in testa, con il capo piegato da un lato, cappotto, cartella in mano come uno scolaretto che attende o ha superato un esame, piccioni ai piedi, quasi volessero indicargli il volo. Giuseppe Tedeschi così lo ricorda: «…piccolo, magro, storto, tra Leopardi e Tristan Corbière. Faccia semiglabra e lucida, occhiali tondi e antichi, occhi vividi e spenti allo stesso tempo. L’ho osservato attentamente, seduto sulla punta di una poltrona, bloccato, le gambe intrecciate nervosamente e contorte, la voce nasale, allungata da un leggero accento calabrese. Parlava di tante pene, della sua solitudine disperata, del fallimento della sua vita, come medico e come poeta, della sua insonnia perenne e inguaribile».

Tedeschi ha scritto delle pagine molto belle e sentite su Calogero, ma questa descrizione è, forse, quella che ha colpito tanti critici e lettori di Calogero perché riflette bene la “riduzione” del poeta a una sorta di “poeta maledetto”, di “genio folle”, di Rimbaud calabrese. Anche queste istantanee, unitamente alla celebre ultima frase scritta da Calogero («Vi prego di non essere sotterrato vivo. L.C.»), ripetuta e ricordata quasi ritualmente da quanti si sono occupati di lui, hanno contribuito ad alimentare una mitologia ambivalente del poeta, ed una sorta di nobilitazione («il poeta più grande del Novecento italiano») o anche di «maledizioni» leggendarie, che di fatto (assieme ad altre ragioni ricordate in questo inserto e di cui ci si occuperà nel Convegno) hanno impedito o tardato la conoscenza del poeta, o peggio lo hanno spesso elevato in un empireo irraggiungibile o, viceversa, rinchiuso in una sorta di marginalità e di perifericità, quando non di “localismo” angusto. Calogero ha attraversato la poesia e la cultura del Novecento quasi come un’ombra, come un spettro, come se il suo “corpo” bloccato, nervoso, “trasparente” (bisognerebbe scrivere molto sulle metafore calogeriane del corpo) fosse una metafora della sua vicenda, della sua fortuna e “sfortuna” poetica. La critica letteraria, ma anche l’intellettualità nazionale e regionale, salvo importanti e significative eccezioni, ha sempre tardato, rinviato, l’incontro con il “vero” Calogero, con i tanti Calogero, con la complessità e la ricchezza, l’originalità e la novità della sua poesia. L’indisponibilità dei suoi quaderni, delle sue carte, dei suoi taccuini, delle sue lettere – dalla sua morte ad oggi -, ha alimentato sia una mitologia positiva del poeta incompreso, grande e sconosciuto, sia l’alibi a non conoscerlo. La presenza di Calogero, paradossalmente, è stata rafforzata dalla sua assenza. I quaderni di Calogero, i suoi inediti, sono stati l’ossessione, l’apprensione, il sogno di critici, studiosi, intellettuali, giovani. 

Ricordo l’emozione provata, meno di un anno fa, il giorno in cui, dopo un’attesa durata tanto tempo, mi ritrovai a Palmi davanti ai quaderni di Calogero. In compagnia del personale della Biblioteca di Palmi, di Giacinto Gaetano per l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, di Nunzio Lacquaniti, assessore alla cultura di Palmi, di Sandro Biasi, dirigente del Dipartimento di Filologia, di Santino Salerno, studioso e critico letterario, guardavo con commozione, ma anche con un senso di appagamento e di successo, i quaderni neri o colorati del trentennio e degli anni cinquanta, quasi ottocento quattro, in cui Calogero aveva riversato la sua esistenza. Man mano che contavamo i quaderni, e costatavamo che si erano ben conservati (anche se alcuni li abbiamo salvati appena in tempo), aprivo qua e là quelle pagine a volte dense, con la grafia pulita e nitida, leggibile e comprensibile, altre volte più sofferte, nervose e da decifrare, e avevo la sensazione che un “tesoro” fosse stato dissepolto. Mi accorsi subito dell’ordine nel “disordine” e della precisione quasi maniacale del poeta, del suo essere vissuto per la poesia. Un quotidiano poetico “diario”, tenuto per oltre un trentennio, non era stato lasciato a caso. Calogero aveva un suo “progetto poetico” (anche editoriale), aveva in mente il poema di una vita, ricopiava e trascriveva, interveniva e “correggeva”. Nei giorni successivi ebbi la sensazione visiva di come quei versi, quelle parole, quelle pagine dense e vuote, quegli appunti, e persino quelle “prose”, fossero la vita stessa del poeta: un’estensione, una dilatazione, una modificazione del suo corpo, dei suoi sogni, della sua “malattia”. Non una vita per la poesia, ma una vita diventata poesia e una poesia che diventava l’unica vita “possibile”. Il corpo e la “malattia” trovavano una continuità nella poesia. O la poesia diventava “malattia” e “corporeità”?

Adesso quei quaderni sono custoditi presso l’Unical, ora è possibile avviare un lavoro complesso, lungo, paziente filologico, critico, che restituisca la complessità e la ricchezza della poesia e del pensiero calogeriani. Bisognerà pensare alla riedizione delle sue opere, ma anche all’edizione critica di tanti inediti. C’è da augurarsi che la Regione, coerentemente con il grande impegno, non solo economico, e con l’attenzione profusi nell’ultimo anno, dopo un ventennale silenzio, sostenga questa opera di consegna di Calogero alla poesia del Novecento europeo e alla grande tradizione culturale della regione. In questa circostanza, istituzioni culturali e istituzioni pubbliche hanno aperto una bella pagina per la cultura calabrese e nazionale. Bisogna continuare in questa direzione. 

Il “dio incarnato” nel paesaggio e nella natura 
Ho approfondito l’opera di Calogero soltanto negli ultimi anni, a mano a mano che avvertivo come una missione, un impegno, un dovere l’importanza di restituire agli studiosi, alla comunità scientifica, ai calabresi, i quaderni con le opere edite e inedite di Calogero. Avevo letto molte sue poesie, ma, per ragioni che non racconterò in queste sede, la mia formazione intellettuale aveva seguito altre direzioni. A volte, penso che il tardivo incontro di Calogero possa essere stato un limite e una perdita, poi penso che nulla avviene a caso e che, forse, era adesso, che questo incontro doveva avvenire. Ora, forse, sono in grado di capire meglio che la poesia di Calogero presentata come “intima”, “privata”, frutto di ossessione interna e quasi del tutto separata dalla vita reale, non solo è agganciata alla realtà, ma arricchisce, conferisce un altro senso, assegna forse qualche conferma, alle mie intuizioni e ai miei studi sul paesaggio, sui paesi, sui luoghi. Corrado Alvaro, di Strati, La Cava, Gambino, Seminara, Repaci, Costabile hanno contribuito in maniera diversa a fare conoscere, in forma letteraria, l’anima, la mentalità, le contraddizioni, le aspirazioni, l’antropologia delle popolazioni. Le loro opere, hanno un contesto ambientale e paesaggistico che concorre anche a delineare una sorta di antropologia dei luoghi. Il rapporto con i luoghi, quello che io chiamo “senso dei luoghi”, è “mediato” dai personaggi, dai protagonisti, dalle loro storie.

Nella poesia di Calogero la “mediazione” è saltata, sfumata, attutita. Le “storie” non esistono se non come “storie interiori”, e sono i “luoghi”, i personaggi e i protagonisti a cui tende l’animo del poeta. L’io o il “tu” (reale o inventato) stabilisce un rapporto immediato, diretto, “naturale” con i luoghi. Ne viene fuori (queste affermazioni andranno spiegate e approfondite) una sorta di geoantropologia, di geografia, di fisica e di metafisica dei luoghi, del paesaggio, della natura. Una poesia quasi “geologica”, “naturale” capace di cogliere profondità, sfumature, colori, onde sonore del paesaggio. 

Il “senso del luogo” può diventare materia di poesia soltanto per coloro che ad esso appartengono (o sentono di appartenere) e che ad esso sono legati da un rapporto quasi biologico, fisico, “istintivo”.

La parola calogeriana, come quella di Pavese, scorge il senso del luogo nel «dio incarnato», nella natura dei suoi spazi. Le rocce, i boschi, le nuvole, i fiumi, l’aria, l’acqua sono i “luoghi naturali” e “sacri” in cui si è incarnato Dio. Non a caso critici come Caterina Verbaro e Sonia Rovito fanno riferimento al “panteismo calogeriano”, a una natura impregnata di divinità, una natura divina. I lessemi sopra ricordati, assieme a tanti altri (i fili, la filagrana, il lampo, lo spiraglio, la traccia, la trama, il volo, l’edera, la spiga) sono, come ricorda ancora una volta Caterina Verbaro, «segni che alludono alla linearità, alla sottigliezza, all’inconsistenza, al paesaggio». Un paesaggio poetico e mentale che si compone di fili e di evanescenze. Questi lessemi, queste “figure”, questi materiali, questi elementi – ricorrenti ed evanescenti – sono i segni e la “traduzione” di quella «immaginazione arabescante» del poeta, di cui ha parlato Leonardo Sinisgalli. E’ la «poetica dell’arabesco», una sorta di algebra, un’ottica, una fisiologia che sottrae il poeta, come scrive lo “scopritore” di Calogero, al rischio «di sembrare insensato, assurdo», al rischio di non dire nulla. Non è questa la sede, e nemmeno questo il compito che mi sono assegnato, per discutere del mondo fantastico di Calogero, dei suoi paesaggi onirici, del suo geometrismo evanescente, dell’iperrealtà della sua poesia, delle sue trame infinite, delle simbologie e delle metafore che costituiscono i suoi universi incantati. Sono interessato piuttosto ad aprire una labile pista per individuare un “radicamento” della sua parola poetica, ed indagare su come l’immaginazione arabescante sia fortemente legata a un paesaggio aperto, “inconcluso”, indefinito, come la natura e la geografia della sua terra. La geografia e la geometria fantastiche di Calogero, non possono essere separate dalla topografia, dal paesaggio e dai luoghi da lui abitati e conosciuti. Partendo da un’approfondita analisi della sua biografia e dei testi in prosa, bisognerebbe ripensare a come la geo-antropologia, la biografia dei luoghi, la loro biologia si siano innestate nell’infinita trama poetica calogeriana.

La geografia fantastica e quella naturale si rinviano, si abbracciano, si confondono. Il paesaggio naturale è paesaggio dell’anima:

Paesaggi dell’anima
nudi ed assolati, con un nuovo vertice di pietra
nella fitta boscaglia è la nostra umanità.
(Q. 336, 1)

I materiali sono simboli e metafore che alludono a una nuova costruzione “abitativa”, a una nuova presenza, a una “città scavata” ideale ed utopica. Ipotesi che andranno verificate, approfondite, dimostrate e che necessitano di una paziente rilettura degli editi e degli inediti di Calogero. Per segnalare queste possibili corrispondenze tra geografia interiore e geografia dei luoghi, presento poesie e versi in cui tornano i seguenti lemmi: casa, paesaggio, nuvole, paese (ma potrei aggiungere anche altri elementi del paesaggio e termini come nostalgia, rovine, macerie, screzio, lontananza). Mi rendo conto di piegare così la poesia di Calogero alle mie riflessioni, alle mie corde di individuo e di studioso. Il vantaggio della scoperta tardiva di Calogero, in fondo, consiste nell’avere trovato un nuovo grande, alto, poeta e compagno di viaggio proprio nell’età in cui le scoperte e le sorprese, gli stupori e gli innamoramenti sono più difficili, più radi, più problematici.


Le nuvole vanno…
Sarei felice di essere ricordato come osservatore e inseguitore di nuvole. La mia è una malattia antica, un vizio inguaribile, un’arte lontana. Una pratica che ha a che fare con il luogo in cui sono nato, con la casa in cui sono vissuto, cresciuto, e in cui ancora abito. Dalle finestre e dal balcone dalla mia casa ho fissato, inseguito, fotografato, scomposto, mescolato le nuvole, i ricci, le nubi che viaggiano dall’Angitola al Mesima, dal golfo di Lamezia allo Stretto di Messina. Le ho viste dolci, delicate, arrabbiate, bionde, azzurre, nere, piene, dense, rotte, calme, inquiete, fugaci, fisse. Negli anni, almeno nell’ultimo trentennio, con Salvatore Piermarini, ho fotografato le nuvole dei luoghi e dei paesi di Calabria e le abbiamo raccontate nel libro Le navi che volano. Reportage di viaggio in Calabria 1973-2002 (con uno scritto di M. Fortunato, Monteleone 2002), poi quelle dell’Ontario e di New York, fotografate e presentate in molti volumi. Quando ho cominciato a fotografare, mi sono reso definitivamente conto di quanto le nuvole segnino i paesaggi, i luoghi, i paesi, il cielo, il mare della Calabria. Guardavo i provini ed i negativi, e così apparivano le nuvole che non avevo immaginato, che non avevo previsto e che erano nuvole di paesi sconosciuti. Sono passato, negli anni, dal paese che “mi pare” al paese che “dispare”. E le nuvole hanno accompagnato queste mie visioni, queste mie sensazioni. Le mie fughe e i miei ritorni.

Amo molto l’America di Baudrillard che mi ha fatto capire meglio il senso delle nuvole americane e quelle delle nuvole europee, calabresi, mediterranee. Ne ho scritto in qualche mio racconto (uno si chiama proprio Nuvole) e in alcuni miei saggi e libri (un paragrafo “Nuvole” si trova nel mio Il senso dei luoghi, Donzelli 2004). Mi sono accorto ben presto che le nuvole hanno intrigato poeti, scrittori, artisti calabresi. Basti pensare alle opere di Alvaro, a quelle di Seminara o a quelle di Perri. La presenza delle nuvole non è sfuggita neanche a viaggiatori stranieri come Edward Lear e Norman Douglas, poiché i viaggi s’intrecciano spesso con l’apparire di nuvole, nubi, nebbie che lo scrittore descrive con varietà di toni e di colori, con la precisione e le sfumature di cui è capace sol­tanto chi è attento alla natura e ai mutamenti atmosferici dei luoghi che si abbandonano, si ritrovano o semplicemente si visitano.

Le nuvole, come l’acqua, diventano così elementi della memoria e della nostalgia dei viaggiatori, degli emigrati e dei rimasti. Nubi, nuvoloni, nebbie precedono i grandi flagelli, annunciano e accompagnano distruzioni. Pensiamo alle descrizioni relative al terremoto del 1783 o a quelle dei tanti contadini che leggono in cielo le nuvole basse pronte, come un flagello, a minacciare e distruggere il loro raccolto. Si potrebbe scrivere una sorta di dizionario delle nuvole per capire meglio come esse si siano sposate con i luoghi, con le paure, le aspettative, le apprensioni, i desideri, i sogni, le visioni delle genti. E’ uscito di recente un bellissimo libro di Tonino Ceravolo,Storia delle nuvole (Rubbettino 2009), nel quale lo storico, attraverso un’attenta analisi, ricostruisce la percezione delle nuvole nel pensiero, nella filosofia e nella tradizione occidentale.

Provo ad immaginare quale fascino esercitino le nuvole sugli autori calabresi poiché credo che il senso locale delle nuvole abbia a che fare con la posizione della regione, la geografia dei luoghi, la collocazione dei paesi, la loro morfologia, la struttura abitativa, il clima e le stagioni, le catastrofi naturali (alluvioni e terremoti). Dai “paesi presepi” verso le marine, dai mille balconi della regione, dalle marine verso l’orizzonte e verso l’interno, le nuvole si impongono all’attenzione, allo sguardo delle popolazioni, alimentano credenze e leggende, forniscono termini e colori. Sono una parte materiale e immateriale del paesaggio. Sbirciando nei quaderni di Calogero ho notato come, anche per lui, fossero figure ineludibili, elementi di un paesaggio naturale che recupera nella sua geografia fantastica, nei suoi sogni e nelle sue visioni, nelle sue trame e nei suoi arabeschi. Dai manoscritti sono andato alle opere edite e mi sono accorto che le nuvole appaiono nei versi e nei titoli delle poesie scritte nei diversi periodi. Le citazioni potrebbero essere infinite. Calogero appare come una sorta di entomologo, di selezionatore, di fotografo, di osservatore assiduo delle nuvole. Nulla gli sfugge: forma, colore, posizione. E le nuvole, inserite nel paesaggio, diventano metafore e simboli delle sue città fantastiche, dei suoi sogni, delle sue utopie. Nei suoi versi c’è un continuo andare e venire dal mondo esterno (non necessariamente reale) a quello interiore che ha la densità dell’ignoto e viceversa. Anche quando il reale diventa irriconoscibile, Calogero parte da un dato reale. Le poesie e i versi che riporto (senza troppe preoccupazioni filologiche e cronologiche impossibili in questa sede) in queste pagine, hanno lo scopo di presentare, individuando ed estrapolando un motivo, un lemma, un elemento, gli arabeschi creati da Calogero.




Ampi svolazzi di nuvole e panneggiamenti del cielo 






Partiamo dalla casa: 






La mia casa ha le finestre sul mare 






da dove si vedono 






continui passaggi di sole 






un lungo bianco caseggiato 














Se non fosse per alcuni 






tristi severi bargigli – che io vedo volitare ad istanti 






di cui porto alto rimpianto nel cuore 






si potrebbe dire sinceramente 






la dimora di Dio (Quaderno 734, p. 1) 














Le nuvole sono elementi del paesaggio e della sua casa di Melicuccà, “centro” del mondo, riproduzione di un “centro celeste”, “dimora di Dio”. C’è una corrispondenza tra “alto” e “basso”, “realtà” e “dimora celeste. 






Le nuvole hanno quasi un valore terapeutico e salvifico: 










Nuvole di ogni ora


Che precedono i miei sentimenti.


Caldi suoni opachi di un raggio sopra un ramo,


lievi ondeggiamenti di vetro dentro una foglia


che di vento molle folto e silenzio odora.






Nuvole brevi e dolci


Dove si stagiona lievamente ogni male,


ora gravamente dipinte


del fulgore che si disserra e si apre


vertiginosamente su rive distinte


e ignote, tarde come carezze di capre,






Inseguo dai cigli del cielo


Folli capricciosi voli addormentati






Si apre il cielo su ali


Gemebonde. Si squarciano i santuari


Dei mali. Dalla letizia


Folli capricciosi addormentati,


ridono in fanciulleschi occhi,


splendidi rapidi tocchi


d’una solenne silente grazia (PT, p. 18)






Nella poesia Magica costellazione, le nuvole conducono in terre sperdute, nell’infinito, in un mondo «senza tempo e senza luogo», come quello del sogno.






I panneggiamenti del cielo


Dicono una parola


Nel loro funebre velo


Di nuvole biondo oro e viola,






che sognano entusiaste


terre sperdute come ombre disfatte


in un riconoscimento di vaste vaghezza ed arditezze ratte (PT, p. 19).






Il sogno, lo ricorda Caterina Verbaro, avviene in spazi ampi e alti, come nella poesia che dà il titolo alla raccolta Ma questo:






Gli estri, le cose esatte


le monotone cose poi, ma questo


puoi estendere alle nuvole,


quando, rarefatto il tempo, il vuoto


è un rudere di passaggio (MQ, 78)






Lo smarrimento, l’erranza, il percorso verso l’irreale e il “perdersi” , l’allontanarsi dalle “monotone cose”, la peregrinazione sono “esperienze” iniziatiche, quasi “sciamaniche” (e forse orfiche), che hanno bisogno del volo. 


Stupendamente l’ardire delle nuvole si sciolse in un meraviglioso volo-rapidamente nel tempo


I nostri poveri corpi


erano composti nella calma


il viso appoggiato sul giunco immoto


come per giuoco (Q. 299, 15, 1938?)


















Mi vedrete peregrinare…col grandinare della nuvola






Se le nuvole a volte portano all’angoscia dello smarrimento, altre volte portano alla quiete:






Nuvola splendente nel sole


guarda il tuo calmo mesto passaggio (Quaderno 162, maggio 1947).






In Avaro nel tuo pensiero (1955) le nuvole e l’ambito cromatico, come ricorda Caterina Verbaro, rappresentano la quiete dell’approdo al sogno:






Discesa dalle nuvole ella vede


Disteso, odoroso di muschio


Sempre un tappeto verde. (ATP, 4).






Ma si tratta di un sogno vano:






Nubi dense appaiono


E non fa più che sogno,


una vanità che lievemente oscilla


dentro le tue mani modiche. (ATP, 136).










Delle «Nuvole nere della tua morte», scrive in una lettera al fratello. Le nuvole che spesseggiano e portano alla quiete del sogno riconsegnano alla “follia” dell’esistenza, alle sue pene ed ai suoi affanni: 






Le nuvole vanno


rivestono del loro bianco suono


la terra


le plaghe mortali


dove condividono gli uomini


le loro pene


i loro affanni mortali 


trascorrono sinuose ore


immersi in faccende


a preparare pei loro piccini


le strade pel domani


Tremulo dolce accordo


che da esse scende


e tutto accende


tiene lo sguardo fisso


che veraci cose intraprende.


A tratti valicano, sui burroni


in luoghi dove l’acqua


sorride cenerognola dei fossi


dove fermi con lor giuochi strani


si divertono i bambini


a veder veleggiare forme opache.


Scivolano con agili ali


su pei comignoli, pei tetti


sorvolano su come composte dita. (Quaderno 272, 31-03.1936(?), p. 16)

















Andare sempre più lontano: verso la città fantastica






In molti versi di Calogero, il punto di partenza e di ritorno, i segni della lontananza e della vicinanza, dell’altrove sempre cercato e sempre irraggiungibile, sono la casa e il paese. 






Da lontananze, aiuole


veniva il tuo effimero canto


nella lucerna che brucia


s’avanzava un rimbombo


boato straniero.


Io dalla mia casa


vedevo tutto lurido trasalire (Q. 272, 7 giugno 1939)






Paesi e monti


spariscono dalla tua mano


ed io fino nell’Inferno


pronto a raccoglierli (Quaderno 586, p. 8 – 1935)










Il viaggio è un motivo ricorrente. Viaggio realistico, simbolico, fantastico, utopico.






Viaggio


passo per l’acerba campagna


tra fitte mura dense di boschi


col desiderio immenso


di andare sempre più lontano,


Chi è che mi accompagna?


Passo per un covile di porci


e l’aria grigia sonnolenta


esterrefatta sembra sollevarmi


addossarmi ad aerei pini, dossi di voli.


Cammino notte e giorno


verso un paese sconfinato.


Sorprendo voci che si resecano(?) nell’aria


A quale paese mi addurranno?


La mia tristezza ha voci dissone


Le disperde il vento


fra le aeree cime degli alberi.


Di esse porta un ricordo-un solo ricordo alla mia amata


che in quest’ora di incubi di boschi


come luna splende sul mio cammino


mi mostra gli approdi brevi


della lunga strada sognata (Q. 272, p. 10, 1939?) 






Le nuvole accompagnano durante il “viaggio” alla ricerca di “città lontane” e di “mondi sconosciuti” ed in In città scavata, «la città di Dio /o della immensa quiete, /degli infiniti aloni della morte/ o dei beni caduti in vano/ ed immersi nel silenzio», sono le nuvole a condurlo in cima, a Dio:








Così dopo essermi riposato alcun poco,


nuvole sparse che spesseggiano


sull’alta cima dei monti


fatte leggere come per incanto


e perciò inclini a parlare


mi pigliano alcun poco con loro,


mi mettono sulla loro cima


e mi promenano a passeggio


mi fanno vedere le amene campagne


che si distendono sotto di loro


i taciti rivi che scorrendo dormono


e sicure di non commettere peccato


contro la volontà di Dio mi dicono


in lor giulivo parlare: - Dormi- (Raccolta poesie/B, pp. 39-43, Busta 80) 


(Inedita, Anni 30)














Partire e poi ricominciare










Partire e poi ricominciare


che non sono finite le tegole


del paese mio (Quaderno 586, p. 23)






La casa è un centro. Bisogna abbandonarla per tornare. Si fugge e si torna o si tenta di tornare. Calogero prova più volte ad andare via e ritorna. Ritorna e sente il bisogno di ripartire.






Paese del bosco. Vane immagini della strada.


Tu ritorni. Sì presto! Approdano


popoli nuovi in questo angolo


azzurro e violetto


… (MQ, Ibid. p. 38).






Il ritorno è impossibile. Comporta noia:






…Oh! tu sapevi


stagnarti dentro una cittadella


dallo zigomo alla gota, in un muro


di un puro raggio obliquo, dove come un poro


io mi riposo. Scioglierti di là!


La grave noia è crudele. Il mattutino


senso si rinnova dove una vita


sulle tue dita si posa. (MQ, Ibid., p. 53)










Il desiderio di perdersi si traduce in sconfitta:




S’allarga una nuvola nella mano.


Di fiori è in confuso un oscuro.


Verticalmente in due si apre


piccolo villaggio. So di non esserti


accanto. E’ una festa appena affiori.


La vita dei sogni.


… (CD, p. 46).










Bisognerebbe parlare della presenza fantastica e gioiosa della figura femminile, nei Quaderni di Villa Nuccia che appare come un “vero canzoniere d’amore”. Il volo, le nuvole, le nubi, il paesaggio che portano nella città fantastica forse riportano a una solitudine e a una noia da cui non si fugge. Forse se ne può prendere atto.






Sapevo quanto vano era essere folle




Luoghi fitti veloci volarono


sul davanzale, alla sponda. (Quaderni di Villa Nuccia, XLI, p. 272)






Ora vedevi un paesaggio ermo


pigro rotto a volte dai lampi


del sole e le solitarie


in una china e che danza


a volte. Ma tu sapevi


metà delle nubi nel ratto


lampo rapido del giro del sole


e un paese in una valle


entro il lampo di una nube


incolore. E così in segreto


la raffina fra le ombre. (Ivi, p. 288)








E il paesaggio vedesti con alito sperduto


col tuo viso chino, come un’erma


mutevole cosa fosse di passaggio


come un’erma nuvola fosse


di luce in grotta. (Ivi, LVII p. 290)










Il “paese d’incanto” è un paese immutato, forse quello da cui non si è mai partiti.






Paese d’incanto






Spuntonando spuntonando


Colpendo i cerchi


della mia ombra azzurra


ch’io giunga al fine in un luogo


dove io mi troverò solo


in un paese immutato di raggi (Quaderno 566, p. 1 – 1935?)






La vita del paese matura più eventi per ogni singolo individuo su un solo oggetto, che non la vita della città. In essa si vive e si soffre insieme una vita più intensamente individuale (Q. 336, p. 35)






Vivo in una città provvisoria.


Il tempo della mia vita è lontano.


Io son qua solo


se tu non mi conforti amore.


Non ho nessuno qui che mi ami.


Solo di sconforti si pasce il mio cuore (Q. 281, p. 9, 28 settembre 1939, XVIII)






Non si resta, non si parte, non si torna. Ma questi sono soltanto pochi spunti “provvisori” di taglio vagamente antropologico, piccoli indizi per accostarsi a un “poema” complesso, affascinante, aperto che richiede molteplici e pazienti letture, sguardi di ambiti disciplinari diversi: un “poema” ancora, forse, tutto da scoprire.


















BIBLIOGRAFIA DELLE OPERE






16 Poesie, in AA.VV., Dieci poeti, Milano, Centauro editore, 1935, pp. 110-123.






Poco Suono, (1933-1935), Milano, Centauro editore, marzo-aprile 1936.






Ma questo…, (1950-1954), Siena, Maia, settembre 1955.






Parole del tempo, (1932-1935), con una Premessa dell’autore (pp. 5-12), Siena, Maia, gennaio 1956; comprende 25 poesie(1932-1933), Poco suono ((1933-1935), Parole del tempo (1933-1935).






Come in dittici, (1954-1956), con un Avvertimento di Leonardo Sinisgalli (pp. 5-8), Siena, Maia, settembre 1956.






Opere poetiche, a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi, con una Prefazione di Giuseppe Tedeschi, vol. I, Milano, Lerici editori, giugno 1962; comprende Come in dittici e Quaderni di Villa Nuccia (169 poesie scritta tra il febbraio 1959 e il maggio 1960).






Opere poetiche, a cura e con un’Avvertenza di Roberto Lerici, vol. II, Milano, Lerici editori, maggio 1966; comprende Ma questo…e Sogno più non ricordo (1956-1958).






Perpendicolarmente a vuoto, Poesie scelte e sedici poesie inedite, a cura di Giuseppe Bova, Rodolfo Chirico, Angela Stilo, Reggio Calabria, Edizioni Parallelo 38, maggio 1982.