"Affruntata": la politica eviti le passerelle

La “sospensione” e il rinvio alla domenica in Albis dell’Affruntata di S. Onofrio (decisi dalle autorità religiose e dai responsabili della Confraternita del Rosario) per impedire che uno dei più antichi e toccanti riti della regione fosse palesemente gestito e controllato da appartenenti alla criminalità organizzata, costituiscono (soprattutto a seguito delle avvertenze al priore della confraternita) fatti inquietanti che debbono spingere a riflessioni non banali e non scontate. Fatti che non hanno bisogno di luoghi comuni, di commenti retorici e di ipocriti stupori.


Non si capiscono, infatti, la sorpresa e l’indignazione, che colgono sulla via di Damasco tanti nostri rappresentanti delle istituzioni e della politica, dal momento che da almeno un decennio coraggiosi magistrati (ricordo in particolare Nicola Gratteri) vanno denunciando che le feste in molti paesi diventano anche lo spazio della rappresentazione della prepotenza e del predominio della ndrangheta e dal momento che da anni preti e vescovi sono impegnati, in solitudine e con amarezza, a cercare di “allontanare” dai riti religiosi quanti se ne servono per “ratificare” e “proclamare” il controllo del territorio.

I riti e le feste sono stati anche in passato spazio di conflitti, di contrasti, di tensioni, ma ormai sono spesso diventati “luoghi” di ricerca del “consenso” e di affermazione del “predominio” da parte dei “poteri malavitosi”. L’espressione è di Pino Mandarano, presidente dell’associazione Santonofresi e Calabresi nel Mondo, che in un intervento pubblico manifesta tutto il dolore della “gente di buona volontà” e con sgomento esprime solidarietà al priore, al parroco, al Vescovo. Eventi come questi mettono di nuovo, e in negativo, la nostra regione al centro dell’attenzione, nazionale ed internazionale, “creano una pessima immagine che nasconde quella parte più vera e più genuina nella quale ci riconosciamo” (è ancora Mandarano a scrivere). Bisognerebbe prevedere per la ’ndrangheta anche il reato di “devastazione dell’immagine”; oltre che di quella del territorio, delle risorse e delle coscienze e, pertanto, non saranno mai sufficienti gli attestati di solidarietà che arrivano da tante parti, da giornalisti, amministratori, donne e uomini politici.

Non mi stancherò mai di sostenere che di fronte a questi fatti bisogna cercare convergenze e unità, lontano da ogni divisione sterile e da piccoli interessi particolari. Ma perché la solidarietà sia efficace, ottenga risultati concreti, crei condivisione e anche “ribellione” e “reazione” alla catastrofe ndrangheta, occorre che sia autentica e affermata con coerenza, nel rispetto dei ruoli, delle competenze, delle regole, delle diverse istituzioni.

Abbiamo visto di recente che non basta urlare o esibire striscioni con slogan altisonanti per fare davvero “antimafia” e per affermare la “cultura della legalità”. Alla fine contano i fatti (quelli moralmente orientati) e i comportamenti, non le retoriche che spesso nascondono interessi a volte dubbi. Senza alcun intento polemico, ma come invito alla riflessione, sento il dovere di dire che certi inviti del mondo politico a partecipare all’Affruntata mi sono apparsi sopra le righe, fuori luogo, anche segno di una grande debolezza della politica.

Non metto in discussione la solidarietà (ben venga specie perché pubblica) espressa sui giornali da alcuni parlamentari e da molti amministratori dei diversi schieramenti (colgo anzi l’occasione per manifestare la mia solidarietà ad Angela Napoli, per le intimidazioni seguite alle sue denunce mirate e coraggiose), certi toni, certi inviti rischiano di creare “disagio” e confusione. Non sono in discussione le buone intenzioni e le sempre apprezzabili manifestazioni di solidarietà e, ovviamente, non mi riferisco ai parlamentari direttamente coinvolti in questa vicenda, ma ne approfitto per una riflessione di carattere generale a cui tutti siamo chiamati. Quando qualche uomo politico invita “i calabresi perbene” e “onesti” (dove i “perbene” e gli “onesti” siamo sempre noi e i “permale” e i “disonesti” sono sempre gli altri) a partecipare all’Affruntata di S. Onofrio domenica prossima, si ha come la sensazione che assuma un ruolo che non gli compete.

È opportuno riflettere se certa politica mediatizzata non sia ormai onnipresente, “invadendo” di sé anche le sfere private e del simbolico. Al credente che, pur all’interno di un rito collettivo, manifesta la propria spiritualità personale va garantita ogni forma di rispetto e di protezione. All’Affruntata, ai riti, alla messa, alle cerimonie, alla fede chiamano (dovrebbero chiamare) il Papa, i vescovi e i parroci e non chi si occupa di gestione della cosa pubblica.

Chi ha responsabilità pubbliche deve dirci cosa fa per il bene pubblico, come amministra, come applica le regole e persegue la legalità nell’ente da lui amministrato, come evita le infiltrazioni criminali nella pubblica amministrazione, come si impegna per affermare le leggi e la legalità nella istituzione che rappresenta, magari nel partito in cui ha deciso di militare, non può prendere (è il caso di dirlo) il pulpito degli altri.

Non vorrei che l’Affruntata, rito di grande intensità e bellezza, narrazione del trionfo della vita sulla morte, mito della Passione e della Resurrezione, venisse confusa e scambiata per una sorta di manifestazione antindrangheta, come una comoda passeggiata per autoassolverci e per dirci quanto siamo bravi. Come ci hanno insegnato col loro esempio Madre Teresa di Calcutta, ma anche Gandhi, i riti e le processioni si fanno “per” e non “contro” e, detto per inciso, penso che, tolta la gestione dei riti alla criminalità (ma in realtà bisogna togliere la gestione economica e sociale, non solo quella simbolica), un cattolico non possa non porsi il problema di come accogliere, perdonare, fare redimere anche i peccatori, i malfattori. La legalità e la moralità da affermare in pubblico e in privato, non possono cancellare la pratica del perdono e della non violenza che hanno fatto la forza del Cristianesimo.

Osservo, vivo, descrivo da decenni questi riti – da laico, da studioso, da scrittore -; l’ho fatto sempre con discrezione, con partecipazione, con il desiderio di capire. Con le istituzioni universitarie a cui sono legato abbiamo realizzato pubblicazioni, ma anche seminari e convegni, non ultimo, nel settembre 2008, quello tenutosi tra Vallelonga, Torre di Ruggiero e Vibo Valentia, in cui proponevamo la Calabria come “Terra della Settimana Santa e dell’Incontro”, a cui parteciparono studiosi provenienti da diciannove paesi europei, afferenti alla rete PACT-EURETHNO, ma anche uomini di chiesa tra cui lo stesso Monsignor Renzo. Sempre con l’auspicio che anche studiosi, fotografi, osservatori esterni e turisti richiamati dalla propaganda mantengano un atteggiamento rispettoso dei fedeli che, in ogni caso, restano i principali protagonisti dei riti religiosi e “narrano” la loro vita e le loro speranze. Mi sembra pertanto quasi una rinuncia a capire e a distinguere il fatto che dei parlamentari e degli amministratori annuncino, con una certa (spero involontaria) “enfasi”, con comunicati stampa, la loro presenza ad una manifestazione religiosa, anche se diventata carica di grandi valenze simboliche e va bene al di là del “fatto religioso”. A un rito si va, si partecipa, si aderisce o meno, ma non ci si annuncia.

Molti rappresentanti del mondo politico hanno pubblicamente chiesto che la Chiesa si liberi dall’ingerenza mafiosa sulle questioni religiose. Coerentemente, sarebbe il caso che tanti smettessero di partecipare a riti, processioni, manifestazioni religiose soltanto per farsi vedere, per apparire, per mostrare che ci sono. Esistono relazioni (come è bene che esistano), anche regolamentate dalla Chiesa, tra istituzioni pubbliche e religiose, ma sarebbe bene evitare reciproche strumentalizzazioni. Certa voglia di “protagonismo”, improntato spesso a legami clientelari, non rischia poi di essere o apparire involontariamente “funzionale” a quel protagonismo della criminalità, che tutti condanniamo? L’onnipresenza e l’occupazione generalizzata da parte della politica della sfera privata e religiosa (feste, nascite, battesimi, comparatici) è davvero poi così lontana da quella “cultura” che la ndrangheta usa in maniera violenta e devastante? L’invasione di campo altrui, il voler “predicare” dove altri dovrebbero dire parole di verità, non è forse la rinuncia della politica a fare politica, non è forse una dichiarazione di impotenza e magari un sorta di senso di colpa per non riuscire ad essere incisivi, efficaci, là dove bisognerebbe esserlo, nei luoghi in cui si opera e dove si è stati “mandati” e dove si è scelto di andare, la dove siamo responsabili e dove dobbiamo rendere conto?

La migliore solidarietà al Vescovo e alla Chiesa che si “ribella” passa non attraverso parole, ma con esempi di buona politica e anche di “buona cittadinanza”. Attraverso il rispetto delle regole e dei ruoli, che poi è il migliore modo per aiutare quella comunità che, comunque, passata la festa, resterà sola e dovrà scegliere autonomamente la via da percorrere. Non si invoca solitudine e disimpegno, ma presenza sentita, appropriata, mirata, credibile, forse più praticata che proclamata. Sarebbe ora, certo, che i cittadini si rifiutassero di prendere parte ai riti controllati dalla ’ndrangheta, ma sarebbe anche ora che la politica sostenesse adeguatamente i magistrati in prima linea, approvasse (o tentasse di fare approvare) quelle leggi che vengono invocate da quanti combattono quotidianamente, con pochi mezzi e in solitudine, il crimine.

Pino Mandarano conclude il già citato intervento con un efficace richiamo alla speranza: «la speranza che nella comunità santonofrese rappresenta la voglia e la forza di reagire contro la prepotenza, l’arroganza e la violenza dei pochi che non si rendono conto del danno, irreparabile, che stanno arrecando al nostro piccolo paese e alla nostra comunità».

Non facciamo cadere nel vuoto questo invito alla speranza, non lasciamo sola la comunità di S. Onofrio, accorriamo numerosi, ma facciamolo in silenzio, con discrezione, con garbo, con rispetto, con riguardo. L’unico annuncio che dobbiamo “auspicare” e “praticare” (credenti e laici) è quello della Rinascita. Seguiamo con “devozione” le donne, i giovani, gli uomini, i congregati che al momento dell’incontro, come tutti gli anni, si commuoveranno, piangeranno, pregheranno, trarranno (soprattutto quest’anno) benevoli auspici per una “mortificazione” imposta all’intera comunità. La Calabria ha bisogno di questi incontri, che costano fatica, richiedono “impegno”, senso etico e senso del “sacro”, e non necessitano di clamori sterili, di presenze effimere, “doverose”, “formali” e occasionali. Ha bisogno di dialoghi autentici, serrati e continuati nel tempo.

“Il Quotidiano della Calabria”, 11 aprile 2010

Lo stupore e la ricchezza dei riti

I riti della Settimana Santa e di Pasqua continuano a segnare l’intero territorio calabrese e presentano una ricchezza e un’articolazione che stupiscono anche per la grande capacità organizzativa e per il lungo impegno profuso dagli abitanti di grandi centri e di piccoli paesi. 


La “narrazione” della morte e della resurrezione di Cristo coinvolge e accomuna le diverse comunità, a volte sparse e frammentate, vuote o sovraffollate, della regione. L’attenzione degli osservatori esterni quasi sempre privilegia riti considerati “spettacolari”, “originali” per la presenza di elementi come ilsangue o gesti altamente drammatici, che li rendono notevolmente attraenti.

A tali riti, carichi di tensione, di passione, di partecipazione, bisogna accostarsi con attenzione, con la consapevolezza che spesso non siamo percepiti, e non siamo, a essi esterni. Bisognerebbe evitare atteggiamenti di esotismo postmoderno e abbandonare la tentazione di “folklorizzare” i nostri luoghi.

L’Affruntata (o Cumprunta o Svilata)ha luogo la domenica di Pasqua e consiste nell’incontro teatralizzato tra la Madonna e il Cristo Risorto. L’incontro è preceduto, in molti paesi, dai viaggi di S. Giovanni che, per tre o più volte, si sposta da una chiesa all’altra per annunciare a Maria, addolorata e incredula, la Resurrezione del Figlio. Al terzo viaggio S. Giovanni si dirige verso la Madonna insieme a Cristo Risorto. Maria finalmente si convince dell’avvenuta Resurrezione e comincia a correre verso il Figlio. In molti centri l’incontro viene ritardato, rallentato, accompagnato da un’attesa e da una lentezza che generano emozione e pathos: quando le statue sono ormai vicine, Maria va “avanti e indietro” per tre o più volte, si inchina, non sa se avvicinarsi o allontanarsi. I portantini mimano in tal modo lo stupore e la commozione della Madonna. Al suo fianco procede alla stessa velocità la statua di S. Giovanni.

Al momento dell’incontro, la Madonna perde il velo nero e si presenta vestita di bianco o di azzurro. Sia la svelazione (’a svilazioni), sia i giri e i movimenti che i portantini compiono per disporre le due o tre statue nella stessa direzione, sia l’incontro, sia l’inchino (a Dasà l’Affruntata è detta, non a caso, ‘A ncrinata) che in alcuni luoghi la Madonna fa al Cristo richiedono grande attenzione ed abilità, lunga preparazione e consuetudine.

Non è facile determinare con precisione l’origine e la diffusione dell’ Affruntata, ma gli studiosi si rifanno a ritualità e a liturgie presenti già nel periodo greco-bizantino e alla sacre rappresentazioni medievali e quattro-cinquecentesche. Il rito si afferma nel Seicento, dopo la Controriforma, per influsso degli Spagnoli e per iniziativa dei Gesuiti, innestandosi su concezioni arcaiche e su precedenti ritualità popolari. Riti analoghi sono segnalati in Spagna, Sicilia, Malta. Il rito è strettamente legato alla predicazione, ai culti, alla liturgia, ad istituzioni religiose, come le confraternite, che si affermano in epoca moderna in Calabria e in altre regioni meridionali.

Padre Fiore da Cropani (Della Calabria Illustrata, 1691) ci consegna, forse, la prima descrizione del rito. Egli nota che «Domenica di Resurrezione omissis Si accresce la festa nella città di Gerace con una processione di mattina col concorso di quasi tutta la città, e l'uno e l'altro clero secolare e regolare, nella quale con mirabile artificio s'incontrano insieme la Vergine da lutto con Cristo Sagramentato: al cui incontro svestita la Madre de’ suoi lutti, adora il suo carissimo Figliuolo: incontro qual riempie di molta tenerezza d'affetto i circostanti». Una delle più antiche e significative descrizioni è quella del 1836 relativa a Polistena, quando la Chiesa disponeva il divieto di celebrazione, a riprova di contrasti tra liturgia ufficiale e pratiche popolari. Rocco Liberti, il più attento studioso della Settimana Santa nella Piana, ricorda, facendo riferimento a uno studio di Giovanni Russo, che comunque, nella petizione inoltrata al re due anni dopo dal sindaco, dai decurioni e dal clero per la sua ripresa che «da molti Secoli, ab immemorabili, e da che cominciò ad esistere questo Comune, senza alcuna interruzione, nella ricorrenza della solenne festa della Santa Pasqua di Resurrezione, si celebrava la detta solennità a spese di detta Congregazione (quella del SS.mo Sacramento n.d.r.), colla processione del SS.mo Sagramento per tutto l’abitato dove nel largo del Mercato si venivano ad incontrare le processioni di Gesù Sagramentato e quella dell'Imagine di Maria SS.ma sempre Vergine».

Il rito è molto diffuso in provincia di Catanzaro (Filadelfia, Borgia, Squillace, S. Andrea, S. Vito sullo Ionio Soverato, S. Caterina, Badolato), nel Vibonese (Vibo, Maierato, S. Onofrio, Filogaso, S. Gregorio, Zammarò, Arena, Dasà) e nei due versanti della provincia di Reggio (Polistena, Laureana, Rizziconi, Gioisa Jonica, Melicucco, Cinquefrondi, San Ferdinando, San Giorgio Morgeto, Rosarno, Maropati, Laureana di Borrello, Cittanova, Seminara, Bagnara, Anoia, Stilo, Gioiosa Jonica, Caraffa del Bianco).

Bisognerebbe approfondire quanto i riti della Settimana Santa nella Calabria meridionale non abbiano uno stretto legame anche con le vicende “catastrofiche” che ne hanno segnato, in epoca moderna, almeno a partire dal Seicento. Non bisogna dimenticare che i paesi del Vibonese e della Calabria meridionale dove si svolge il rito hanno conosciuto storia di distruzione e rifondazione a seguito di eventi catastrofici come i terremoti del 1638, 1659, 1783. Tali eventi hanno influito sulla mentalità popolare e anche su un’ideologia del lutto e del cordoglio da elaborare a livello comunitario.

Il “terribile flagello” del 1783 ha cancellato interi abitati della Piana, ne ha ridisegnato il paesaggio e gli insediamenti, provocando migliaia di morti; il terremoto del 1905 ha invece distrutto quasi interamente numerosi centri del Vibonese; quello del 1907 ha devastato i paesaggi della Piana e dell’Aspromonte; e quello del 1908 che ha cancellato le due città sullo Stretto. La Mater Dolorosa, la Madonna del Rosario, che a Soriano Calabro, il giorno di Pasqua, incontra dopo i viaggi di Giovanni, il Cristo Risorto e, perdendo il velo nero, diventa una luminosa Mater Gloriosa, è conosciuta come “Madonna del Flagello” in memoria del catastrofico sisma del 7 febbraio 1783, che provocò distruzioni ancora impresse nelle “magnifiche rovine” del convento domenicano. A Filogaso, il luogo centrale dell’attuale spazio urbano dove avviene l’incontro delle tre statue segna una sorta di confine tra due abitati originariamente separati, Panaia e Filogaso.

Gli esempi potrebbero continuare, a conferma di come questo rito racconti, oggi, come un passato, storie di separatezze e bisogni di unità, vicende di abbandoni e di ritorni, di frammentazione e ricomposizione.

In molti paesi, gli attimi che precedono l’incontro, la svelazione della Madonna, che perde il velo a lutto, sono carichi, di attenzione, tensione ed emozione. Prima dell’incontro viene realizzata, nell’ “ora cruciale del mezzogiorno”, una sorta di “sospensione del tempo”. “Come se” tutto, il mondo e la vita potessero finire. “Come se” il destino della comunità dipendesse dalla riuscita del rito. Il mondo, la natura, il paesaggio, il paese sono muti e silenziosi, pietrificato, come accade negli istanti che precedono un terremoto. La paura che qualcosa di “terribile” possa essere annunciato da un incontro non riuscito lascia, a rito concluso, spazio alla gioia, mista a pianto, agli applausi e agli abbracci liberatori.

I contadini, in passato, traevano auspici sulla produzione e il raccolto: la “cattiva riuscita” poteva preludere ad eventi spaventosi e “terribili”, a qualche disgrazia (guerra, carestia, pestilenza). Se durante le manifestazioni della Settimana Santa (fino alle fasi iniziali dell’“incontro”) Maria (Mater Dolorosa) appare modello di sofferenza e di dolore e Cristo riassume e rappresenta tutte le morti individuali, con l’Affruntata viene celebrato il rito della Resurrezione, viene narrato e presentificato il trionfo della vita sulla morte. Maria diventa Mater Gloriosa.

In un periodo di svuotamento dei paesi dell’interno, di intasamento delle marine, i riti della Settimana Santa continuano a svolgere, diversamente dal passato, una funzione di legame e di vicinanza tra luoghi separati e raccontano nuove frammentazioni e dilatazioni del territorio. Si pensi ai “ricongiungimenti” (provvisori) che, in occasioni delle processioni e dei riti festivi, vengono attuati e rappresentati tra “rimasti” e “partiti”, che non a caso sono stati visti come i “defunti” di un mondo frammentato e disperso.

Le chiese, le strade, le piazze, i vicoli, i calvari, i cimiteri diventano luoghi densi di “sacralità”, spazi scenici “eccezionali” anche nei paesi spesso in abbandono dove viene rappresentata una “vicenda”, antica e sempre attuale, quella della vita che trionfa sulla morte, della vita che afferma sempre le sue ragioni. Le persone sono impegnate in riti carichi di sacralità e di spiritualità e che anche, attraverso manifestazioni spettacolari e teatrali (che richiedono una lunga e meticolosa preparazione) affermano un bisogno di presenza, riepilogano la loro storia, ridefiniscono, con gesti e parole sacri, il loro senso dell’appartenenza ai luoghi.

L’Affruntata in realtà appare anche la narrazione di “mancati” incontri, di frammentazioni e di separazioni compiute per sempre, di ricongiungimenti sognati, di delocalizzazioni avvenute. Proprio negli anni passati gli abitanti (con in testa la confraternita) di S. Onofrio hanno trasferito e rappresentato, con forte senso di orgoglio, il loro rito a Carmagnola in Piemonte e a Woodbridge nell’Ontario, in prossimità di Toronto, luoghi dove sono sorti dei doppi del paese di origine. Bisogna capire con precisione cosa è accaduto, non fare considerazioni frettolose. Certo, anche a prescindere da questo inquietante episodio, le feste riflettono anche le luci e le ombre presenti nelle nostre comunità, i contrasti e i conflitti sempre latenti, raccontano i rapporti sociali e anche i desideri e le voglie di apparire di ceti sociali emergenti o che, talora, prosperano nell’illegalità. Nelle diverse parti della regione, sono davvero frequenti le feste e i riti che vedono la presenza “attiva” di appartenenti alla criminalità organizzata: specie nel corso degli “incanti” che danno “diritto-privilegio” a portare le statue sono frequenti i tentativi di affermare e di ostentare, anche a livello rituale e simbolico, il controllo del territorio, si fa capire alla gente chi comanda e chi decide. La Chiesa calabrese è stata per lungo tempo silenziosa, timorosa, a volte “compiacente”. Finalmente si sta muovendo qualcosa. Negli ultimi tempi vescovi, parroci, uomini religiosi, confraternite, spesso in solitudine, vanno ponendo, con convinzione, la necessità di modificare situazioni che mortificano le popolazioni. E’ urgente che la Chiesa indichi percorsi coerenti, vie adeguate, conferisca a questi riti la forza, la “verità” e il valore della Rinascita e della Resurrezione, che poco hanno a vedere con la cultura della violenza, della morte e della mortificazione, che spesso prevalgono nei nostri paesi.

"Il Quotidiano”, 6 aprile 2010

"Nuvole che spesseggiano" e "paese d’incanto"

Il corpo bloccato e il corpo poetico


Novembre 1954. Lorenzo Calogero raggiunge Milano per chiedere notizie all’Einaudi su due manoscritti, inviati l’11 ottobre 1954. Qui, in Piazza Duomo, gli viene fatta la famosa fotografia che consegna definitivamente il suo “corpo”, la sua “immagine corporea”, ai contemporanei e ai posteri. Un’immagine, che come tutte le immagini emblematiche, corre il rischio di venire tipizzata e trasformata in stereotipo. Cappello in testa, con il capo piegato da un lato, cappotto, cartella in mano come uno scolaretto che attende o ha superato un esame, piccioni ai piedi, quasi volessero indicargli il volo. Giuseppe Tedeschi così lo ricorda: «…piccolo, magro, storto, tra Leopardi e Tristan Corbière. Faccia semiglabra e lucida, occhiali tondi e antichi, occhi vividi e spenti allo stesso tempo. L’ho osservato attentamente, seduto sulla punta di una poltrona, bloccato, le gambe intrecciate nervosamente e contorte, la voce nasale, allungata da un leggero accento calabrese. Parlava di tante pene, della sua solitudine disperata, del fallimento della sua vita, come medico e come poeta, della sua insonnia perenne e inguaribile».

Tedeschi ha scritto delle pagine molto belle e sentite su Calogero, ma questa descrizione è, forse, quella che ha colpito tanti critici e lettori di Calogero perché riflette bene la “riduzione” del poeta a una sorta di “poeta maledetto”, di “genio folle”, di Rimbaud calabrese. Anche queste istantanee, unitamente alla celebre ultima frase scritta da Calogero («Vi prego di non essere sotterrato vivo. L.C.»), ripetuta e ricordata quasi ritualmente da quanti si sono occupati di lui, hanno contribuito ad alimentare una mitologia ambivalente del poeta, ed una sorta di nobilitazione («il poeta più grande del Novecento italiano») o anche di «maledizioni» leggendarie, che di fatto (assieme ad altre ragioni ricordate in questo inserto e di cui ci si occuperà nel Convegno) hanno impedito o tardato la conoscenza del poeta, o peggio lo hanno spesso elevato in un empireo irraggiungibile o, viceversa, rinchiuso in una sorta di marginalità e di perifericità, quando non di “localismo” angusto. Calogero ha attraversato la poesia e la cultura del Novecento quasi come un’ombra, come un spettro, come se il suo “corpo” bloccato, nervoso, “trasparente” (bisognerebbe scrivere molto sulle metafore calogeriane del corpo) fosse una metafora della sua vicenda, della sua fortuna e “sfortuna” poetica. La critica letteraria, ma anche l’intellettualità nazionale e regionale, salvo importanti e significative eccezioni, ha sempre tardato, rinviato, l’incontro con il “vero” Calogero, con i tanti Calogero, con la complessità e la ricchezza, l’originalità e la novità della sua poesia. L’indisponibilità dei suoi quaderni, delle sue carte, dei suoi taccuini, delle sue lettere – dalla sua morte ad oggi -, ha alimentato sia una mitologia positiva del poeta incompreso, grande e sconosciuto, sia l’alibi a non conoscerlo. La presenza di Calogero, paradossalmente, è stata rafforzata dalla sua assenza. I quaderni di Calogero, i suoi inediti, sono stati l’ossessione, l’apprensione, il sogno di critici, studiosi, intellettuali, giovani. 

Ricordo l’emozione provata, meno di un anno fa, il giorno in cui, dopo un’attesa durata tanto tempo, mi ritrovai a Palmi davanti ai quaderni di Calogero. In compagnia del personale della Biblioteca di Palmi, di Giacinto Gaetano per l’Assessorato alla Pubblica Istruzione, di Nunzio Lacquaniti, assessore alla cultura di Palmi, di Sandro Biasi, dirigente del Dipartimento di Filologia, di Santino Salerno, studioso e critico letterario, guardavo con commozione, ma anche con un senso di appagamento e di successo, i quaderni neri o colorati del trentennio e degli anni cinquanta, quasi ottocento quattro, in cui Calogero aveva riversato la sua esistenza. Man mano che contavamo i quaderni, e costatavamo che si erano ben conservati (anche se alcuni li abbiamo salvati appena in tempo), aprivo qua e là quelle pagine a volte dense, con la grafia pulita e nitida, leggibile e comprensibile, altre volte più sofferte, nervose e da decifrare, e avevo la sensazione che un “tesoro” fosse stato dissepolto. Mi accorsi subito dell’ordine nel “disordine” e della precisione quasi maniacale del poeta, del suo essere vissuto per la poesia. Un quotidiano poetico “diario”, tenuto per oltre un trentennio, non era stato lasciato a caso. Calogero aveva un suo “progetto poetico” (anche editoriale), aveva in mente il poema di una vita, ricopiava e trascriveva, interveniva e “correggeva”. Nei giorni successivi ebbi la sensazione visiva di come quei versi, quelle parole, quelle pagine dense e vuote, quegli appunti, e persino quelle “prose”, fossero la vita stessa del poeta: un’estensione, una dilatazione, una modificazione del suo corpo, dei suoi sogni, della sua “malattia”. Non una vita per la poesia, ma una vita diventata poesia e una poesia che diventava l’unica vita “possibile”. Il corpo e la “malattia” trovavano una continuità nella poesia. O la poesia diventava “malattia” e “corporeità”?

Adesso quei quaderni sono custoditi presso l’Unical, ora è possibile avviare un lavoro complesso, lungo, paziente filologico, critico, che restituisca la complessità e la ricchezza della poesia e del pensiero calogeriani. Bisognerà pensare alla riedizione delle sue opere, ma anche all’edizione critica di tanti inediti. C’è da augurarsi che la Regione, coerentemente con il grande impegno, non solo economico, e con l’attenzione profusi nell’ultimo anno, dopo un ventennale silenzio, sostenga questa opera di consegna di Calogero alla poesia del Novecento europeo e alla grande tradizione culturale della regione. In questa circostanza, istituzioni culturali e istituzioni pubbliche hanno aperto una bella pagina per la cultura calabrese e nazionale. Bisogna continuare in questa direzione. 

Il “dio incarnato” nel paesaggio e nella natura 
Ho approfondito l’opera di Calogero soltanto negli ultimi anni, a mano a mano che avvertivo come una missione, un impegno, un dovere l’importanza di restituire agli studiosi, alla comunità scientifica, ai calabresi, i quaderni con le opere edite e inedite di Calogero. Avevo letto molte sue poesie, ma, per ragioni che non racconterò in queste sede, la mia formazione intellettuale aveva seguito altre direzioni. A volte, penso che il tardivo incontro di Calogero possa essere stato un limite e una perdita, poi penso che nulla avviene a caso e che, forse, era adesso, che questo incontro doveva avvenire. Ora, forse, sono in grado di capire meglio che la poesia di Calogero presentata come “intima”, “privata”, frutto di ossessione interna e quasi del tutto separata dalla vita reale, non solo è agganciata alla realtà, ma arricchisce, conferisce un altro senso, assegna forse qualche conferma, alle mie intuizioni e ai miei studi sul paesaggio, sui paesi, sui luoghi. Corrado Alvaro, di Strati, La Cava, Gambino, Seminara, Repaci, Costabile hanno contribuito in maniera diversa a fare conoscere, in forma letteraria, l’anima, la mentalità, le contraddizioni, le aspirazioni, l’antropologia delle popolazioni. Le loro opere, hanno un contesto ambientale e paesaggistico che concorre anche a delineare una sorta di antropologia dei luoghi. Il rapporto con i luoghi, quello che io chiamo “senso dei luoghi”, è “mediato” dai personaggi, dai protagonisti, dalle loro storie.

Nella poesia di Calogero la “mediazione” è saltata, sfumata, attutita. Le “storie” non esistono se non come “storie interiori”, e sono i “luoghi”, i personaggi e i protagonisti a cui tende l’animo del poeta. L’io o il “tu” (reale o inventato) stabilisce un rapporto immediato, diretto, “naturale” con i luoghi. Ne viene fuori (queste affermazioni andranno spiegate e approfondite) una sorta di geoantropologia, di geografia, di fisica e di metafisica dei luoghi, del paesaggio, della natura. Una poesia quasi “geologica”, “naturale” capace di cogliere profondità, sfumature, colori, onde sonore del paesaggio. 

Il “senso del luogo” può diventare materia di poesia soltanto per coloro che ad esso appartengono (o sentono di appartenere) e che ad esso sono legati da un rapporto quasi biologico, fisico, “istintivo”.

La parola calogeriana, come quella di Pavese, scorge il senso del luogo nel «dio incarnato», nella natura dei suoi spazi. Le rocce, i boschi, le nuvole, i fiumi, l’aria, l’acqua sono i “luoghi naturali” e “sacri” in cui si è incarnato Dio. Non a caso critici come Caterina Verbaro e Sonia Rovito fanno riferimento al “panteismo calogeriano”, a una natura impregnata di divinità, una natura divina. I lessemi sopra ricordati, assieme a tanti altri (i fili, la filagrana, il lampo, lo spiraglio, la traccia, la trama, il volo, l’edera, la spiga) sono, come ricorda ancora una volta Caterina Verbaro, «segni che alludono alla linearità, alla sottigliezza, all’inconsistenza, al paesaggio». Un paesaggio poetico e mentale che si compone di fili e di evanescenze. Questi lessemi, queste “figure”, questi materiali, questi elementi – ricorrenti ed evanescenti – sono i segni e la “traduzione” di quella «immaginazione arabescante» del poeta, di cui ha parlato Leonardo Sinisgalli. E’ la «poetica dell’arabesco», una sorta di algebra, un’ottica, una fisiologia che sottrae il poeta, come scrive lo “scopritore” di Calogero, al rischio «di sembrare insensato, assurdo», al rischio di non dire nulla. Non è questa la sede, e nemmeno questo il compito che mi sono assegnato, per discutere del mondo fantastico di Calogero, dei suoi paesaggi onirici, del suo geometrismo evanescente, dell’iperrealtà della sua poesia, delle sue trame infinite, delle simbologie e delle metafore che costituiscono i suoi universi incantati. Sono interessato piuttosto ad aprire una labile pista per individuare un “radicamento” della sua parola poetica, ed indagare su come l’immaginazione arabescante sia fortemente legata a un paesaggio aperto, “inconcluso”, indefinito, come la natura e la geografia della sua terra. La geografia e la geometria fantastiche di Calogero, non possono essere separate dalla topografia, dal paesaggio e dai luoghi da lui abitati e conosciuti. Partendo da un’approfondita analisi della sua biografia e dei testi in prosa, bisognerebbe ripensare a come la geo-antropologia, la biografia dei luoghi, la loro biologia si siano innestate nell’infinita trama poetica calogeriana.

La geografia fantastica e quella naturale si rinviano, si abbracciano, si confondono. Il paesaggio naturale è paesaggio dell’anima:

Paesaggi dell’anima
nudi ed assolati, con un nuovo vertice di pietra
nella fitta boscaglia è la nostra umanità.
(Q. 336, 1)

I materiali sono simboli e metafore che alludono a una nuova costruzione “abitativa”, a una nuova presenza, a una “città scavata” ideale ed utopica. Ipotesi che andranno verificate, approfondite, dimostrate e che necessitano di una paziente rilettura degli editi e degli inediti di Calogero. Per segnalare queste possibili corrispondenze tra geografia interiore e geografia dei luoghi, presento poesie e versi in cui tornano i seguenti lemmi: casa, paesaggio, nuvole, paese (ma potrei aggiungere anche altri elementi del paesaggio e termini come nostalgia, rovine, macerie, screzio, lontananza). Mi rendo conto di piegare così la poesia di Calogero alle mie riflessioni, alle mie corde di individuo e di studioso. Il vantaggio della scoperta tardiva di Calogero, in fondo, consiste nell’avere trovato un nuovo grande, alto, poeta e compagno di viaggio proprio nell’età in cui le scoperte e le sorprese, gli stupori e gli innamoramenti sono più difficili, più radi, più problematici.


Le nuvole vanno…
Sarei felice di essere ricordato come osservatore e inseguitore di nuvole. La mia è una malattia antica, un vizio inguaribile, un’arte lontana. Una pratica che ha a che fare con il luogo in cui sono nato, con la casa in cui sono vissuto, cresciuto, e in cui ancora abito. Dalle finestre e dal balcone dalla mia casa ho fissato, inseguito, fotografato, scomposto, mescolato le nuvole, i ricci, le nubi che viaggiano dall’Angitola al Mesima, dal golfo di Lamezia allo Stretto di Messina. Le ho viste dolci, delicate, arrabbiate, bionde, azzurre, nere, piene, dense, rotte, calme, inquiete, fugaci, fisse. Negli anni, almeno nell’ultimo trentennio, con Salvatore Piermarini, ho fotografato le nuvole dei luoghi e dei paesi di Calabria e le abbiamo raccontate nel libro Le navi che volano. Reportage di viaggio in Calabria 1973-2002 (con uno scritto di M. Fortunato, Monteleone 2002), poi quelle dell’Ontario e di New York, fotografate e presentate in molti volumi. Quando ho cominciato a fotografare, mi sono reso definitivamente conto di quanto le nuvole segnino i paesaggi, i luoghi, i paesi, il cielo, il mare della Calabria. Guardavo i provini ed i negativi, e così apparivano le nuvole che non avevo immaginato, che non avevo previsto e che erano nuvole di paesi sconosciuti. Sono passato, negli anni, dal paese che “mi pare” al paese che “dispare”. E le nuvole hanno accompagnato queste mie visioni, queste mie sensazioni. Le mie fughe e i miei ritorni.

Amo molto l’America di Baudrillard che mi ha fatto capire meglio il senso delle nuvole americane e quelle delle nuvole europee, calabresi, mediterranee. Ne ho scritto in qualche mio racconto (uno si chiama proprio Nuvole) e in alcuni miei saggi e libri (un paragrafo “Nuvole” si trova nel mio Il senso dei luoghi, Donzelli 2004). Mi sono accorto ben presto che le nuvole hanno intrigato poeti, scrittori, artisti calabresi. Basti pensare alle opere di Alvaro, a quelle di Seminara o a quelle di Perri. La presenza delle nuvole non è sfuggita neanche a viaggiatori stranieri come Edward Lear e Norman Douglas, poiché i viaggi s’intrecciano spesso con l’apparire di nuvole, nubi, nebbie che lo scrittore descrive con varietà di toni e di colori, con la precisione e le sfumature di cui è capace sol­tanto chi è attento alla natura e ai mutamenti atmosferici dei luoghi che si abbandonano, si ritrovano o semplicemente si visitano.

Le nuvole, come l’acqua, diventano così elementi della memoria e della nostalgia dei viaggiatori, degli emigrati e dei rimasti. Nubi, nuvoloni, nebbie precedono i grandi flagelli, annunciano e accompagnano distruzioni. Pensiamo alle descrizioni relative al terremoto del 1783 o a quelle dei tanti contadini che leggono in cielo le nuvole basse pronte, come un flagello, a minacciare e distruggere il loro raccolto. Si potrebbe scrivere una sorta di dizionario delle nuvole per capire meglio come esse si siano sposate con i luoghi, con le paure, le aspettative, le apprensioni, i desideri, i sogni, le visioni delle genti. E’ uscito di recente un bellissimo libro di Tonino Ceravolo,Storia delle nuvole (Rubbettino 2009), nel quale lo storico, attraverso un’attenta analisi, ricostruisce la percezione delle nuvole nel pensiero, nella filosofia e nella tradizione occidentale.

Provo ad immaginare quale fascino esercitino le nuvole sugli autori calabresi poiché credo che il senso locale delle nuvole abbia a che fare con la posizione della regione, la geografia dei luoghi, la collocazione dei paesi, la loro morfologia, la struttura abitativa, il clima e le stagioni, le catastrofi naturali (alluvioni e terremoti). Dai “paesi presepi” verso le marine, dai mille balconi della regione, dalle marine verso l’orizzonte e verso l’interno, le nuvole si impongono all’attenzione, allo sguardo delle popolazioni, alimentano credenze e leggende, forniscono termini e colori. Sono una parte materiale e immateriale del paesaggio. Sbirciando nei quaderni di Calogero ho notato come, anche per lui, fossero figure ineludibili, elementi di un paesaggio naturale che recupera nella sua geografia fantastica, nei suoi sogni e nelle sue visioni, nelle sue trame e nei suoi arabeschi. Dai manoscritti sono andato alle opere edite e mi sono accorto che le nuvole appaiono nei versi e nei titoli delle poesie scritte nei diversi periodi. Le citazioni potrebbero essere infinite. Calogero appare come una sorta di entomologo, di selezionatore, di fotografo, di osservatore assiduo delle nuvole. Nulla gli sfugge: forma, colore, posizione. E le nuvole, inserite nel paesaggio, diventano metafore e simboli delle sue città fantastiche, dei suoi sogni, delle sue utopie. Nei suoi versi c’è un continuo andare e venire dal mondo esterno (non necessariamente reale) a quello interiore che ha la densità dell’ignoto e viceversa. Anche quando il reale diventa irriconoscibile, Calogero parte da un dato reale. Le poesie e i versi che riporto (senza troppe preoccupazioni filologiche e cronologiche impossibili in questa sede) in queste pagine, hanno lo scopo di presentare, individuando ed estrapolando un motivo, un lemma, un elemento, gli arabeschi creati da Calogero.




Ampi svolazzi di nuvole e panneggiamenti del cielo 






Partiamo dalla casa: 






La mia casa ha le finestre sul mare 






da dove si vedono 






continui passaggi di sole 






un lungo bianco caseggiato 














Se non fosse per alcuni 






tristi severi bargigli – che io vedo volitare ad istanti 






di cui porto alto rimpianto nel cuore 






si potrebbe dire sinceramente 






la dimora di Dio (Quaderno 734, p. 1) 














Le nuvole sono elementi del paesaggio e della sua casa di Melicuccà, “centro” del mondo, riproduzione di un “centro celeste”, “dimora di Dio”. C’è una corrispondenza tra “alto” e “basso”, “realtà” e “dimora celeste. 






Le nuvole hanno quasi un valore terapeutico e salvifico: 










Nuvole di ogni ora


Che precedono i miei sentimenti.


Caldi suoni opachi di un raggio sopra un ramo,


lievi ondeggiamenti di vetro dentro una foglia


che di vento molle folto e silenzio odora.






Nuvole brevi e dolci


Dove si stagiona lievamente ogni male,


ora gravamente dipinte


del fulgore che si disserra e si apre


vertiginosamente su rive distinte


e ignote, tarde come carezze di capre,






Inseguo dai cigli del cielo


Folli capricciosi voli addormentati






Si apre il cielo su ali


Gemebonde. Si squarciano i santuari


Dei mali. Dalla letizia


Folli capricciosi addormentati,


ridono in fanciulleschi occhi,


splendidi rapidi tocchi


d’una solenne silente grazia (PT, p. 18)






Nella poesia Magica costellazione, le nuvole conducono in terre sperdute, nell’infinito, in un mondo «senza tempo e senza luogo», come quello del sogno.






I panneggiamenti del cielo


Dicono una parola


Nel loro funebre velo


Di nuvole biondo oro e viola,






che sognano entusiaste


terre sperdute come ombre disfatte


in un riconoscimento di vaste vaghezza ed arditezze ratte (PT, p. 19).






Il sogno, lo ricorda Caterina Verbaro, avviene in spazi ampi e alti, come nella poesia che dà il titolo alla raccolta Ma questo:






Gli estri, le cose esatte


le monotone cose poi, ma questo


puoi estendere alle nuvole,


quando, rarefatto il tempo, il vuoto


è un rudere di passaggio (MQ, 78)






Lo smarrimento, l’erranza, il percorso verso l’irreale e il “perdersi” , l’allontanarsi dalle “monotone cose”, la peregrinazione sono “esperienze” iniziatiche, quasi “sciamaniche” (e forse orfiche), che hanno bisogno del volo. 


Stupendamente l’ardire delle nuvole si sciolse in un meraviglioso volo-rapidamente nel tempo


I nostri poveri corpi


erano composti nella calma


il viso appoggiato sul giunco immoto


come per giuoco (Q. 299, 15, 1938?)


















Mi vedrete peregrinare…col grandinare della nuvola






Se le nuvole a volte portano all’angoscia dello smarrimento, altre volte portano alla quiete:






Nuvola splendente nel sole


guarda il tuo calmo mesto passaggio (Quaderno 162, maggio 1947).






In Avaro nel tuo pensiero (1955) le nuvole e l’ambito cromatico, come ricorda Caterina Verbaro, rappresentano la quiete dell’approdo al sogno:






Discesa dalle nuvole ella vede


Disteso, odoroso di muschio


Sempre un tappeto verde. (ATP, 4).






Ma si tratta di un sogno vano:






Nubi dense appaiono


E non fa più che sogno,


una vanità che lievemente oscilla


dentro le tue mani modiche. (ATP, 136).










Delle «Nuvole nere della tua morte», scrive in una lettera al fratello. Le nuvole che spesseggiano e portano alla quiete del sogno riconsegnano alla “follia” dell’esistenza, alle sue pene ed ai suoi affanni: 






Le nuvole vanno


rivestono del loro bianco suono


la terra


le plaghe mortali


dove condividono gli uomini


le loro pene


i loro affanni mortali 


trascorrono sinuose ore


immersi in faccende


a preparare pei loro piccini


le strade pel domani


Tremulo dolce accordo


che da esse scende


e tutto accende


tiene lo sguardo fisso


che veraci cose intraprende.


A tratti valicano, sui burroni


in luoghi dove l’acqua


sorride cenerognola dei fossi


dove fermi con lor giuochi strani


si divertono i bambini


a veder veleggiare forme opache.


Scivolano con agili ali


su pei comignoli, pei tetti


sorvolano su come composte dita. (Quaderno 272, 31-03.1936(?), p. 16)

















Andare sempre più lontano: verso la città fantastica






In molti versi di Calogero, il punto di partenza e di ritorno, i segni della lontananza e della vicinanza, dell’altrove sempre cercato e sempre irraggiungibile, sono la casa e il paese. 






Da lontananze, aiuole


veniva il tuo effimero canto


nella lucerna che brucia


s’avanzava un rimbombo


boato straniero.


Io dalla mia casa


vedevo tutto lurido trasalire (Q. 272, 7 giugno 1939)






Paesi e monti


spariscono dalla tua mano


ed io fino nell’Inferno


pronto a raccoglierli (Quaderno 586, p. 8 – 1935)










Il viaggio è un motivo ricorrente. Viaggio realistico, simbolico, fantastico, utopico.






Viaggio


passo per l’acerba campagna


tra fitte mura dense di boschi


col desiderio immenso


di andare sempre più lontano,


Chi è che mi accompagna?


Passo per un covile di porci


e l’aria grigia sonnolenta


esterrefatta sembra sollevarmi


addossarmi ad aerei pini, dossi di voli.


Cammino notte e giorno


verso un paese sconfinato.


Sorprendo voci che si resecano(?) nell’aria


A quale paese mi addurranno?


La mia tristezza ha voci dissone


Le disperde il vento


fra le aeree cime degli alberi.


Di esse porta un ricordo-un solo ricordo alla mia amata


che in quest’ora di incubi di boschi


come luna splende sul mio cammino


mi mostra gli approdi brevi


della lunga strada sognata (Q. 272, p. 10, 1939?) 






Le nuvole accompagnano durante il “viaggio” alla ricerca di “città lontane” e di “mondi sconosciuti” ed in In città scavata, «la città di Dio /o della immensa quiete, /degli infiniti aloni della morte/ o dei beni caduti in vano/ ed immersi nel silenzio», sono le nuvole a condurlo in cima, a Dio:








Così dopo essermi riposato alcun poco,


nuvole sparse che spesseggiano


sull’alta cima dei monti


fatte leggere come per incanto


e perciò inclini a parlare


mi pigliano alcun poco con loro,


mi mettono sulla loro cima


e mi promenano a passeggio


mi fanno vedere le amene campagne


che si distendono sotto di loro


i taciti rivi che scorrendo dormono


e sicure di non commettere peccato


contro la volontà di Dio mi dicono


in lor giulivo parlare: - Dormi- (Raccolta poesie/B, pp. 39-43, Busta 80) 


(Inedita, Anni 30)














Partire e poi ricominciare










Partire e poi ricominciare


che non sono finite le tegole


del paese mio (Quaderno 586, p. 23)






La casa è un centro. Bisogna abbandonarla per tornare. Si fugge e si torna o si tenta di tornare. Calogero prova più volte ad andare via e ritorna. Ritorna e sente il bisogno di ripartire.






Paese del bosco. Vane immagini della strada.


Tu ritorni. Sì presto! Approdano


popoli nuovi in questo angolo


azzurro e violetto


… (MQ, Ibid. p. 38).






Il ritorno è impossibile. Comporta noia:






…Oh! tu sapevi


stagnarti dentro una cittadella


dallo zigomo alla gota, in un muro


di un puro raggio obliquo, dove come un poro


io mi riposo. Scioglierti di là!


La grave noia è crudele. Il mattutino


senso si rinnova dove una vita


sulle tue dita si posa. (MQ, Ibid., p. 53)










Il desiderio di perdersi si traduce in sconfitta:




S’allarga una nuvola nella mano.


Di fiori è in confuso un oscuro.


Verticalmente in due si apre


piccolo villaggio. So di non esserti


accanto. E’ una festa appena affiori.


La vita dei sogni.


… (CD, p. 46).










Bisognerebbe parlare della presenza fantastica e gioiosa della figura femminile, nei Quaderni di Villa Nuccia che appare come un “vero canzoniere d’amore”. Il volo, le nuvole, le nubi, il paesaggio che portano nella città fantastica forse riportano a una solitudine e a una noia da cui non si fugge. Forse se ne può prendere atto.






Sapevo quanto vano era essere folle




Luoghi fitti veloci volarono


sul davanzale, alla sponda. (Quaderni di Villa Nuccia, XLI, p. 272)






Ora vedevi un paesaggio ermo


pigro rotto a volte dai lampi


del sole e le solitarie


in una china e che danza


a volte. Ma tu sapevi


metà delle nubi nel ratto


lampo rapido del giro del sole


e un paese in una valle


entro il lampo di una nube


incolore. E così in segreto


la raffina fra le ombre. (Ivi, p. 288)








E il paesaggio vedesti con alito sperduto


col tuo viso chino, come un’erma


mutevole cosa fosse di passaggio


come un’erma nuvola fosse


di luce in grotta. (Ivi, LVII p. 290)










Il “paese d’incanto” è un paese immutato, forse quello da cui non si è mai partiti.






Paese d’incanto






Spuntonando spuntonando


Colpendo i cerchi


della mia ombra azzurra


ch’io giunga al fine in un luogo


dove io mi troverò solo


in un paese immutato di raggi (Quaderno 566, p. 1 – 1935?)






La vita del paese matura più eventi per ogni singolo individuo su un solo oggetto, che non la vita della città. In essa si vive e si soffre insieme una vita più intensamente individuale (Q. 336, p. 35)






Vivo in una città provvisoria.


Il tempo della mia vita è lontano.


Io son qua solo


se tu non mi conforti amore.


Non ho nessuno qui che mi ami.


Solo di sconforti si pasce il mio cuore (Q. 281, p. 9, 28 settembre 1939, XVIII)






Non si resta, non si parte, non si torna. Ma questi sono soltanto pochi spunti “provvisori” di taglio vagamente antropologico, piccoli indizi per accostarsi a un “poema” complesso, affascinante, aperto che richiede molteplici e pazienti letture, sguardi di ambiti disciplinari diversi: un “poema” ancora, forse, tutto da scoprire.


















BIBLIOGRAFIA DELLE OPERE






16 Poesie, in AA.VV., Dieci poeti, Milano, Centauro editore, 1935, pp. 110-123.






Poco Suono, (1933-1935), Milano, Centauro editore, marzo-aprile 1936.






Ma questo…, (1950-1954), Siena, Maia, settembre 1955.






Parole del tempo, (1932-1935), con una Premessa dell’autore (pp. 5-12), Siena, Maia, gennaio 1956; comprende 25 poesie(1932-1933), Poco suono ((1933-1935), Parole del tempo (1933-1935).






Come in dittici, (1954-1956), con un Avvertimento di Leonardo Sinisgalli (pp. 5-8), Siena, Maia, settembre 1956.






Opere poetiche, a cura di Roberto Lerici e Giuseppe Tedeschi, con una Prefazione di Giuseppe Tedeschi, vol. I, Milano, Lerici editori, giugno 1962; comprende Come in dittici e Quaderni di Villa Nuccia (169 poesie scritta tra il febbraio 1959 e il maggio 1960).






Opere poetiche, a cura e con un’Avvertenza di Roberto Lerici, vol. II, Milano, Lerici editori, maggio 1966; comprende Ma questo…e Sogno più non ricordo (1956-1958).






Perpendicolarmente a vuoto, Poesie scelte e sedici poesie inedite, a cura di Giuseppe Bova, Rodolfo Chirico, Angela Stilo, Reggio Calabria, Edizioni Parallelo 38, maggio 1982.