"Affruntata": la politica eviti le passerelle

La “sospensione” e il rinvio alla domenica in Albis dell’Affruntata di S. Onofrio (decisi dalle autorità religiose e dai responsabili della Confraternita del Rosario) per impedire che uno dei più antichi e toccanti riti della regione fosse palesemente gestito e controllato da appartenenti alla criminalità organizzata, costituiscono (soprattutto a seguito delle avvertenze al priore della confraternita) fatti inquietanti che debbono spingere a riflessioni non banali e non scontate. Fatti che non hanno bisogno di luoghi comuni, di commenti retorici e di ipocriti stupori.


Non si capiscono, infatti, la sorpresa e l’indignazione, che colgono sulla via di Damasco tanti nostri rappresentanti delle istituzioni e della politica, dal momento che da almeno un decennio coraggiosi magistrati (ricordo in particolare Nicola Gratteri) vanno denunciando che le feste in molti paesi diventano anche lo spazio della rappresentazione della prepotenza e del predominio della ndrangheta e dal momento che da anni preti e vescovi sono impegnati, in solitudine e con amarezza, a cercare di “allontanare” dai riti religiosi quanti se ne servono per “ratificare” e “proclamare” il controllo del territorio.

I riti e le feste sono stati anche in passato spazio di conflitti, di contrasti, di tensioni, ma ormai sono spesso diventati “luoghi” di ricerca del “consenso” e di affermazione del “predominio” da parte dei “poteri malavitosi”. L’espressione è di Pino Mandarano, presidente dell’associazione Santonofresi e Calabresi nel Mondo, che in un intervento pubblico manifesta tutto il dolore della “gente di buona volontà” e con sgomento esprime solidarietà al priore, al parroco, al Vescovo. Eventi come questi mettono di nuovo, e in negativo, la nostra regione al centro dell’attenzione, nazionale ed internazionale, “creano una pessima immagine che nasconde quella parte più vera e più genuina nella quale ci riconosciamo” (è ancora Mandarano a scrivere). Bisognerebbe prevedere per la ’ndrangheta anche il reato di “devastazione dell’immagine”; oltre che di quella del territorio, delle risorse e delle coscienze e, pertanto, non saranno mai sufficienti gli attestati di solidarietà che arrivano da tante parti, da giornalisti, amministratori, donne e uomini politici.

Non mi stancherò mai di sostenere che di fronte a questi fatti bisogna cercare convergenze e unità, lontano da ogni divisione sterile e da piccoli interessi particolari. Ma perché la solidarietà sia efficace, ottenga risultati concreti, crei condivisione e anche “ribellione” e “reazione” alla catastrofe ndrangheta, occorre che sia autentica e affermata con coerenza, nel rispetto dei ruoli, delle competenze, delle regole, delle diverse istituzioni.

Abbiamo visto di recente che non basta urlare o esibire striscioni con slogan altisonanti per fare davvero “antimafia” e per affermare la “cultura della legalità”. Alla fine contano i fatti (quelli moralmente orientati) e i comportamenti, non le retoriche che spesso nascondono interessi a volte dubbi. Senza alcun intento polemico, ma come invito alla riflessione, sento il dovere di dire che certi inviti del mondo politico a partecipare all’Affruntata mi sono apparsi sopra le righe, fuori luogo, anche segno di una grande debolezza della politica.

Non metto in discussione la solidarietà (ben venga specie perché pubblica) espressa sui giornali da alcuni parlamentari e da molti amministratori dei diversi schieramenti (colgo anzi l’occasione per manifestare la mia solidarietà ad Angela Napoli, per le intimidazioni seguite alle sue denunce mirate e coraggiose), certi toni, certi inviti rischiano di creare “disagio” e confusione. Non sono in discussione le buone intenzioni e le sempre apprezzabili manifestazioni di solidarietà e, ovviamente, non mi riferisco ai parlamentari direttamente coinvolti in questa vicenda, ma ne approfitto per una riflessione di carattere generale a cui tutti siamo chiamati. Quando qualche uomo politico invita “i calabresi perbene” e “onesti” (dove i “perbene” e gli “onesti” siamo sempre noi e i “permale” e i “disonesti” sono sempre gli altri) a partecipare all’Affruntata di S. Onofrio domenica prossima, si ha come la sensazione che assuma un ruolo che non gli compete.

È opportuno riflettere se certa politica mediatizzata non sia ormai onnipresente, “invadendo” di sé anche le sfere private e del simbolico. Al credente che, pur all’interno di un rito collettivo, manifesta la propria spiritualità personale va garantita ogni forma di rispetto e di protezione. All’Affruntata, ai riti, alla messa, alle cerimonie, alla fede chiamano (dovrebbero chiamare) il Papa, i vescovi e i parroci e non chi si occupa di gestione della cosa pubblica.

Chi ha responsabilità pubbliche deve dirci cosa fa per il bene pubblico, come amministra, come applica le regole e persegue la legalità nell’ente da lui amministrato, come evita le infiltrazioni criminali nella pubblica amministrazione, come si impegna per affermare le leggi e la legalità nella istituzione che rappresenta, magari nel partito in cui ha deciso di militare, non può prendere (è il caso di dirlo) il pulpito degli altri.

Non vorrei che l’Affruntata, rito di grande intensità e bellezza, narrazione del trionfo della vita sulla morte, mito della Passione e della Resurrezione, venisse confusa e scambiata per una sorta di manifestazione antindrangheta, come una comoda passeggiata per autoassolverci e per dirci quanto siamo bravi. Come ci hanno insegnato col loro esempio Madre Teresa di Calcutta, ma anche Gandhi, i riti e le processioni si fanno “per” e non “contro” e, detto per inciso, penso che, tolta la gestione dei riti alla criminalità (ma in realtà bisogna togliere la gestione economica e sociale, non solo quella simbolica), un cattolico non possa non porsi il problema di come accogliere, perdonare, fare redimere anche i peccatori, i malfattori. La legalità e la moralità da affermare in pubblico e in privato, non possono cancellare la pratica del perdono e della non violenza che hanno fatto la forza del Cristianesimo.

Osservo, vivo, descrivo da decenni questi riti – da laico, da studioso, da scrittore -; l’ho fatto sempre con discrezione, con partecipazione, con il desiderio di capire. Con le istituzioni universitarie a cui sono legato abbiamo realizzato pubblicazioni, ma anche seminari e convegni, non ultimo, nel settembre 2008, quello tenutosi tra Vallelonga, Torre di Ruggiero e Vibo Valentia, in cui proponevamo la Calabria come “Terra della Settimana Santa e dell’Incontro”, a cui parteciparono studiosi provenienti da diciannove paesi europei, afferenti alla rete PACT-EURETHNO, ma anche uomini di chiesa tra cui lo stesso Monsignor Renzo. Sempre con l’auspicio che anche studiosi, fotografi, osservatori esterni e turisti richiamati dalla propaganda mantengano un atteggiamento rispettoso dei fedeli che, in ogni caso, restano i principali protagonisti dei riti religiosi e “narrano” la loro vita e le loro speranze. Mi sembra pertanto quasi una rinuncia a capire e a distinguere il fatto che dei parlamentari e degli amministratori annuncino, con una certa (spero involontaria) “enfasi”, con comunicati stampa, la loro presenza ad una manifestazione religiosa, anche se diventata carica di grandi valenze simboliche e va bene al di là del “fatto religioso”. A un rito si va, si partecipa, si aderisce o meno, ma non ci si annuncia.

Molti rappresentanti del mondo politico hanno pubblicamente chiesto che la Chiesa si liberi dall’ingerenza mafiosa sulle questioni religiose. Coerentemente, sarebbe il caso che tanti smettessero di partecipare a riti, processioni, manifestazioni religiose soltanto per farsi vedere, per apparire, per mostrare che ci sono. Esistono relazioni (come è bene che esistano), anche regolamentate dalla Chiesa, tra istituzioni pubbliche e religiose, ma sarebbe bene evitare reciproche strumentalizzazioni. Certa voglia di “protagonismo”, improntato spesso a legami clientelari, non rischia poi di essere o apparire involontariamente “funzionale” a quel protagonismo della criminalità, che tutti condanniamo? L’onnipresenza e l’occupazione generalizzata da parte della politica della sfera privata e religiosa (feste, nascite, battesimi, comparatici) è davvero poi così lontana da quella “cultura” che la ndrangheta usa in maniera violenta e devastante? L’invasione di campo altrui, il voler “predicare” dove altri dovrebbero dire parole di verità, non è forse la rinuncia della politica a fare politica, non è forse una dichiarazione di impotenza e magari un sorta di senso di colpa per non riuscire ad essere incisivi, efficaci, là dove bisognerebbe esserlo, nei luoghi in cui si opera e dove si è stati “mandati” e dove si è scelto di andare, la dove siamo responsabili e dove dobbiamo rendere conto?

La migliore solidarietà al Vescovo e alla Chiesa che si “ribella” passa non attraverso parole, ma con esempi di buona politica e anche di “buona cittadinanza”. Attraverso il rispetto delle regole e dei ruoli, che poi è il migliore modo per aiutare quella comunità che, comunque, passata la festa, resterà sola e dovrà scegliere autonomamente la via da percorrere. Non si invoca solitudine e disimpegno, ma presenza sentita, appropriata, mirata, credibile, forse più praticata che proclamata. Sarebbe ora, certo, che i cittadini si rifiutassero di prendere parte ai riti controllati dalla ’ndrangheta, ma sarebbe anche ora che la politica sostenesse adeguatamente i magistrati in prima linea, approvasse (o tentasse di fare approvare) quelle leggi che vengono invocate da quanti combattono quotidianamente, con pochi mezzi e in solitudine, il crimine.

Pino Mandarano conclude il già citato intervento con un efficace richiamo alla speranza: «la speranza che nella comunità santonofrese rappresenta la voglia e la forza di reagire contro la prepotenza, l’arroganza e la violenza dei pochi che non si rendono conto del danno, irreparabile, che stanno arrecando al nostro piccolo paese e alla nostra comunità».

Non facciamo cadere nel vuoto questo invito alla speranza, non lasciamo sola la comunità di S. Onofrio, accorriamo numerosi, ma facciamolo in silenzio, con discrezione, con garbo, con rispetto, con riguardo. L’unico annuncio che dobbiamo “auspicare” e “praticare” (credenti e laici) è quello della Rinascita. Seguiamo con “devozione” le donne, i giovani, gli uomini, i congregati che al momento dell’incontro, come tutti gli anni, si commuoveranno, piangeranno, pregheranno, trarranno (soprattutto quest’anno) benevoli auspici per una “mortificazione” imposta all’intera comunità. La Calabria ha bisogno di questi incontri, che costano fatica, richiedono “impegno”, senso etico e senso del “sacro”, e non necessitano di clamori sterili, di presenze effimere, “doverose”, “formali” e occasionali. Ha bisogno di dialoghi autentici, serrati e continuati nel tempo.

“Il Quotidiano della Calabria”, 11 aprile 2010