Lo stupore e la ricchezza dei riti

I riti della Settimana Santa e di Pasqua continuano a segnare l’intero territorio calabrese e presentano una ricchezza e un’articolazione che stupiscono anche per la grande capacità organizzativa e per il lungo impegno profuso dagli abitanti di grandi centri e di piccoli paesi. 


La “narrazione” della morte e della resurrezione di Cristo coinvolge e accomuna le diverse comunità, a volte sparse e frammentate, vuote o sovraffollate, della regione. L’attenzione degli osservatori esterni quasi sempre privilegia riti considerati “spettacolari”, “originali” per la presenza di elementi come ilsangue o gesti altamente drammatici, che li rendono notevolmente attraenti.

A tali riti, carichi di tensione, di passione, di partecipazione, bisogna accostarsi con attenzione, con la consapevolezza che spesso non siamo percepiti, e non siamo, a essi esterni. Bisognerebbe evitare atteggiamenti di esotismo postmoderno e abbandonare la tentazione di “folklorizzare” i nostri luoghi.

L’Affruntata (o Cumprunta o Svilata)ha luogo la domenica di Pasqua e consiste nell’incontro teatralizzato tra la Madonna e il Cristo Risorto. L’incontro è preceduto, in molti paesi, dai viaggi di S. Giovanni che, per tre o più volte, si sposta da una chiesa all’altra per annunciare a Maria, addolorata e incredula, la Resurrezione del Figlio. Al terzo viaggio S. Giovanni si dirige verso la Madonna insieme a Cristo Risorto. Maria finalmente si convince dell’avvenuta Resurrezione e comincia a correre verso il Figlio. In molti centri l’incontro viene ritardato, rallentato, accompagnato da un’attesa e da una lentezza che generano emozione e pathos: quando le statue sono ormai vicine, Maria va “avanti e indietro” per tre o più volte, si inchina, non sa se avvicinarsi o allontanarsi. I portantini mimano in tal modo lo stupore e la commozione della Madonna. Al suo fianco procede alla stessa velocità la statua di S. Giovanni.

Al momento dell’incontro, la Madonna perde il velo nero e si presenta vestita di bianco o di azzurro. Sia la svelazione (’a svilazioni), sia i giri e i movimenti che i portantini compiono per disporre le due o tre statue nella stessa direzione, sia l’incontro, sia l’inchino (a Dasà l’Affruntata è detta, non a caso, ‘A ncrinata) che in alcuni luoghi la Madonna fa al Cristo richiedono grande attenzione ed abilità, lunga preparazione e consuetudine.

Non è facile determinare con precisione l’origine e la diffusione dell’ Affruntata, ma gli studiosi si rifanno a ritualità e a liturgie presenti già nel periodo greco-bizantino e alla sacre rappresentazioni medievali e quattro-cinquecentesche. Il rito si afferma nel Seicento, dopo la Controriforma, per influsso degli Spagnoli e per iniziativa dei Gesuiti, innestandosi su concezioni arcaiche e su precedenti ritualità popolari. Riti analoghi sono segnalati in Spagna, Sicilia, Malta. Il rito è strettamente legato alla predicazione, ai culti, alla liturgia, ad istituzioni religiose, come le confraternite, che si affermano in epoca moderna in Calabria e in altre regioni meridionali.

Padre Fiore da Cropani (Della Calabria Illustrata, 1691) ci consegna, forse, la prima descrizione del rito. Egli nota che «Domenica di Resurrezione omissis Si accresce la festa nella città di Gerace con una processione di mattina col concorso di quasi tutta la città, e l'uno e l'altro clero secolare e regolare, nella quale con mirabile artificio s'incontrano insieme la Vergine da lutto con Cristo Sagramentato: al cui incontro svestita la Madre de’ suoi lutti, adora il suo carissimo Figliuolo: incontro qual riempie di molta tenerezza d'affetto i circostanti». Una delle più antiche e significative descrizioni è quella del 1836 relativa a Polistena, quando la Chiesa disponeva il divieto di celebrazione, a riprova di contrasti tra liturgia ufficiale e pratiche popolari. Rocco Liberti, il più attento studioso della Settimana Santa nella Piana, ricorda, facendo riferimento a uno studio di Giovanni Russo, che comunque, nella petizione inoltrata al re due anni dopo dal sindaco, dai decurioni e dal clero per la sua ripresa che «da molti Secoli, ab immemorabili, e da che cominciò ad esistere questo Comune, senza alcuna interruzione, nella ricorrenza della solenne festa della Santa Pasqua di Resurrezione, si celebrava la detta solennità a spese di detta Congregazione (quella del SS.mo Sacramento n.d.r.), colla processione del SS.mo Sagramento per tutto l’abitato dove nel largo del Mercato si venivano ad incontrare le processioni di Gesù Sagramentato e quella dell'Imagine di Maria SS.ma sempre Vergine».

Il rito è molto diffuso in provincia di Catanzaro (Filadelfia, Borgia, Squillace, S. Andrea, S. Vito sullo Ionio Soverato, S. Caterina, Badolato), nel Vibonese (Vibo, Maierato, S. Onofrio, Filogaso, S. Gregorio, Zammarò, Arena, Dasà) e nei due versanti della provincia di Reggio (Polistena, Laureana, Rizziconi, Gioisa Jonica, Melicucco, Cinquefrondi, San Ferdinando, San Giorgio Morgeto, Rosarno, Maropati, Laureana di Borrello, Cittanova, Seminara, Bagnara, Anoia, Stilo, Gioiosa Jonica, Caraffa del Bianco).

Bisognerebbe approfondire quanto i riti della Settimana Santa nella Calabria meridionale non abbiano uno stretto legame anche con le vicende “catastrofiche” che ne hanno segnato, in epoca moderna, almeno a partire dal Seicento. Non bisogna dimenticare che i paesi del Vibonese e della Calabria meridionale dove si svolge il rito hanno conosciuto storia di distruzione e rifondazione a seguito di eventi catastrofici come i terremoti del 1638, 1659, 1783. Tali eventi hanno influito sulla mentalità popolare e anche su un’ideologia del lutto e del cordoglio da elaborare a livello comunitario.

Il “terribile flagello” del 1783 ha cancellato interi abitati della Piana, ne ha ridisegnato il paesaggio e gli insediamenti, provocando migliaia di morti; il terremoto del 1905 ha invece distrutto quasi interamente numerosi centri del Vibonese; quello del 1907 ha devastato i paesaggi della Piana e dell’Aspromonte; e quello del 1908 che ha cancellato le due città sullo Stretto. La Mater Dolorosa, la Madonna del Rosario, che a Soriano Calabro, il giorno di Pasqua, incontra dopo i viaggi di Giovanni, il Cristo Risorto e, perdendo il velo nero, diventa una luminosa Mater Gloriosa, è conosciuta come “Madonna del Flagello” in memoria del catastrofico sisma del 7 febbraio 1783, che provocò distruzioni ancora impresse nelle “magnifiche rovine” del convento domenicano. A Filogaso, il luogo centrale dell’attuale spazio urbano dove avviene l’incontro delle tre statue segna una sorta di confine tra due abitati originariamente separati, Panaia e Filogaso.

Gli esempi potrebbero continuare, a conferma di come questo rito racconti, oggi, come un passato, storie di separatezze e bisogni di unità, vicende di abbandoni e di ritorni, di frammentazione e ricomposizione.

In molti paesi, gli attimi che precedono l’incontro, la svelazione della Madonna, che perde il velo a lutto, sono carichi, di attenzione, tensione ed emozione. Prima dell’incontro viene realizzata, nell’ “ora cruciale del mezzogiorno”, una sorta di “sospensione del tempo”. “Come se” tutto, il mondo e la vita potessero finire. “Come se” il destino della comunità dipendesse dalla riuscita del rito. Il mondo, la natura, il paesaggio, il paese sono muti e silenziosi, pietrificato, come accade negli istanti che precedono un terremoto. La paura che qualcosa di “terribile” possa essere annunciato da un incontro non riuscito lascia, a rito concluso, spazio alla gioia, mista a pianto, agli applausi e agli abbracci liberatori.

I contadini, in passato, traevano auspici sulla produzione e il raccolto: la “cattiva riuscita” poteva preludere ad eventi spaventosi e “terribili”, a qualche disgrazia (guerra, carestia, pestilenza). Se durante le manifestazioni della Settimana Santa (fino alle fasi iniziali dell’“incontro”) Maria (Mater Dolorosa) appare modello di sofferenza e di dolore e Cristo riassume e rappresenta tutte le morti individuali, con l’Affruntata viene celebrato il rito della Resurrezione, viene narrato e presentificato il trionfo della vita sulla morte. Maria diventa Mater Gloriosa.

In un periodo di svuotamento dei paesi dell’interno, di intasamento delle marine, i riti della Settimana Santa continuano a svolgere, diversamente dal passato, una funzione di legame e di vicinanza tra luoghi separati e raccontano nuove frammentazioni e dilatazioni del territorio. Si pensi ai “ricongiungimenti” (provvisori) che, in occasioni delle processioni e dei riti festivi, vengono attuati e rappresentati tra “rimasti” e “partiti”, che non a caso sono stati visti come i “defunti” di un mondo frammentato e disperso.

Le chiese, le strade, le piazze, i vicoli, i calvari, i cimiteri diventano luoghi densi di “sacralità”, spazi scenici “eccezionali” anche nei paesi spesso in abbandono dove viene rappresentata una “vicenda”, antica e sempre attuale, quella della vita che trionfa sulla morte, della vita che afferma sempre le sue ragioni. Le persone sono impegnate in riti carichi di sacralità e di spiritualità e che anche, attraverso manifestazioni spettacolari e teatrali (che richiedono una lunga e meticolosa preparazione) affermano un bisogno di presenza, riepilogano la loro storia, ridefiniscono, con gesti e parole sacri, il loro senso dell’appartenenza ai luoghi.

L’Affruntata in realtà appare anche la narrazione di “mancati” incontri, di frammentazioni e di separazioni compiute per sempre, di ricongiungimenti sognati, di delocalizzazioni avvenute. Proprio negli anni passati gli abitanti (con in testa la confraternita) di S. Onofrio hanno trasferito e rappresentato, con forte senso di orgoglio, il loro rito a Carmagnola in Piemonte e a Woodbridge nell’Ontario, in prossimità di Toronto, luoghi dove sono sorti dei doppi del paese di origine. Bisogna capire con precisione cosa è accaduto, non fare considerazioni frettolose. Certo, anche a prescindere da questo inquietante episodio, le feste riflettono anche le luci e le ombre presenti nelle nostre comunità, i contrasti e i conflitti sempre latenti, raccontano i rapporti sociali e anche i desideri e le voglie di apparire di ceti sociali emergenti o che, talora, prosperano nell’illegalità. Nelle diverse parti della regione, sono davvero frequenti le feste e i riti che vedono la presenza “attiva” di appartenenti alla criminalità organizzata: specie nel corso degli “incanti” che danno “diritto-privilegio” a portare le statue sono frequenti i tentativi di affermare e di ostentare, anche a livello rituale e simbolico, il controllo del territorio, si fa capire alla gente chi comanda e chi decide. La Chiesa calabrese è stata per lungo tempo silenziosa, timorosa, a volte “compiacente”. Finalmente si sta muovendo qualcosa. Negli ultimi tempi vescovi, parroci, uomini religiosi, confraternite, spesso in solitudine, vanno ponendo, con convinzione, la necessità di modificare situazioni che mortificano le popolazioni. E’ urgente che la Chiesa indichi percorsi coerenti, vie adeguate, conferisca a questi riti la forza, la “verità” e il valore della Rinascita e della Resurrezione, che poco hanno a vedere con la cultura della violenza, della morte e della mortificazione, che spesso prevalgono nei nostri paesi.

"Il Quotidiano”, 6 aprile 2010