La scomparsa di un grande poeta

Ciccio, Francesco, Mazzè, il maestro, il poeta, l’amico se ne è andato in una calda giornata di luglio, nella sua casa di S. Nicola da Crissa, dove era nato nel 1927.


Aveva compiuto, grazie ai sacrifici del padre “mastro Raffaele”, gli studi tra Vibo e Spoleto, per poi diventare, ancora giovanissimo, e per sempre, il maestro Mazzè. Quarant’anni di attività svolta nelle scuole del suo paese con grande passione, competenza, e partecipazione, ma anche con gioiosità proficua, iniziando al sapere e alla vita generazioni di allievi. Sono stato suo alunno nella quarta e quinta elementare alla fine degli anni Cinquanta e da lui sono stato preparato per gli esami di ammissione alle medie. Ho un ricordo bello, vivo, fondante di quegli anni. L’immagine di un maestro che, col sorriso, la battuta, l’ironia, i paradossi, ti faceva amare i libri, le letture, la scuola. Iniziammo in quegli anni un legame intenso che, fino all’altro giorno, si sarebbe arricchito e sarebbe stato improntato a stima, amicizia, affetto. Era generoso, ospitale, accogliente, il mio maestro, e anche orgoglioso delle mie ricerche e dei miei studi, e dei miei libri, e aveva il dono della convivialità, dello scherzo, interpretando la migliore e più bella tradizione carnevalesca del nostro paese.

Leggeva molto e ha insegnato la matematica, l’inglese, il francese a giovani e meno giovani della comunità. Non fui molto sorpreso quando tanti anni addietro mi regalò la sua prima raccolta di poesie, che avevo avuto modo di sentirgli recitare nei bar, nelle cantine, nelle case, nelle piazze.

L’originalità, la forza, la potenza dei suoi versi, ora ironici ed amari, ora sarcastici e di denuncia, ora lirici ora burleschi, sono state sottolineate da critici letterari e da autori come Sharo Gambino e Pasquino Crupi. E’ stato una figura che ha allietato la vita di un paese che, lentamente, diventava vuoto e si scopriva triste, e per questo era stimato, amato, riconosciuto e ben voluto. Di solito, nessuno è profeta in patria, ma nell’agosto del 2004 l’Amministrazione Comunale di S. Nicola gli diede il “Nicolino d’oro”, un riconoscimento a coloro che hanno portato il nome del paese fuori dai suoi confini. Conoscitore di proverbi e di termini dialettali stava da anni lavorando a un dizionario sannicolese-italiano. Nel 2003, su mia proposta, ha ricevuto a Gioia Tauro un significativo premio di poesia dialettale da una Giuria di esperti, presieduta da Pasquino Crupi. Nella motivazione da me scritta ho sottolineato come nel tempo egli, quasi inevitabilmente e con grande spontaneità, come capita agli artisti nati, abbia trasferito sulla carta la propria versatilità, la propria ironia, la propria capacità di guardare il mondo con un misto di disincanto e di umana pietà. Rijù pe’ no’ mu ciangiu è la sua penultima raccolta di poesie dialettali, dopo le tante prove offerte in volumi o in riviste che lo hanno fatto conoscere ad un vasto pubblico. Mazzè si rivela poeta della vita quotidiana, che osserva nei suoi paradossi, rivelandone il carattere grottesco. La sua satira colpisce, come con un fioretto, personaggi e figure della vita d’ogni giorno, ma anche uomini politici, indicandone vizi, difetti, ipocrisie. La sua denuncia a sfondo sociale, che colpisce duramente anche personaggi della vita politica nazionale, non ha tanto connotazioni politiche, ma oserei dire prepolitici. Il suo, uno sguardo quasi irriverente e carnevalesco, tipico dell’antico mondo contadino che dissacrando tende a rappresentare il punto di vista dell’uomo semplice.

Le favole in versi, le storie, i fatti da lui raccontati hanno la capacità di farci ridere degli altri e di noi stessi, ma anche di fare riflettere, di interrogare, in maniera profonda, ma senza drammatizzazioni esasperate. Le “storie” e le invenzioni di Mazzè si aprono poi a esiti impensati. La sua ironia, come in un giallo con conclusione a sorpresa, assume contorni lirici, anche di tenerezza: si veda “La chiesola di campagna”, intrisa di nostalgia per un piccolo mondo antico scomparso. Viceversa, altre volte, partendo da situazioni liriche e quasi nostalgiche lentamente, con i suoi versi, giunge ad un umorismo che fa piazza pulita di finzioni, luoghi comuni, retoriche. Si leggano le poesie “Visita alla Madonna” e “La funtana de la chiazza”, dove con una partenza e un andamento lirico giunge poi a una conclusione amara, quasi irriverente, quasi a sottolineare che la vita dell’uomo è fatta di contrasti, di contraddizioni, di ipocrisie che è bene conoscere e guardare con un misto di condanna. tenerezza, indulgenza, amore.

Mazzè narra con grande pietas, e con comprensione i difetti degli uomini, le malefatte dei politici. Di particolare intensità sono poi i versi dedicati al mangiare e al vino, un vero e proprio inno al cibo, ma soprattutto alla vita, alla convivialità, a quella dimensione dello stare insieme che si va smarrendo.

Questi contenuti diventano quasi un patrimonio collettivo grazie a una facilità nel verseggiare, a una capacità di creare rime, di inventare metafore, a un linguaggio che affonda le radici in una tradizione popolare che diventa colta e in una tradizione colta che rielabora il linguaggio popolare. Non c’è monotonia nei versi di Mazzè, che cambia registro, metrica, ritmo, mostrando di avere assorbito sia la tradizione poetica calabrese, sia quella colta. La rima e la composizione musicale non sono ricercate e artefatte, appaiono naturali e spontanee, come nella migliore tradizione. Le sue poesie sono insieme testi musicali, cantati e suonati (egli era un bravissimo suonatore di fisarmonica e componeva la musica dei suoi versi. Mazzè si collega, con una sua elaborazione originale, con un percorso personalissimo, fatto di lettura e di conoscenza della vita di ogni giorno, alla migliore tradizione della poesia dialettale. Vengono in mente Donnu Pantu, Vincenzo Ammirà, Bruno Pelaggi, Giovanni Patari. Mazzè conferma come il dialetto (egli adopera quello del suo paese e dell’area delle Serre e del Tirreno vibonese) sia tutt’altro che una lingua morta, ma resti “espressione” vitale, rinnovabile, insuperabile per esprimere sentimenti profondi, immagini e metafore difficilmente trasferibili, traducibili, nella lingua italiana. Il dialetto per lui è una ricchezza da tutelare, un codice espressivo attuale, una lingua viva, una grande risorsa. Mazzè rappresenta una delle voci più vive e attuali della poesia dialettale calabrese e, probabilmente, meridionale. Merita una diversa fortuna critica, che di certo non tarderà ad arrivare: bisognerà tornare, con pacatezza e competenza, sui suoi versi, per collocarlo in un posto alto nella poesia dilettale meridionale degli ultimi trent’anni, in ambiti più originali di quelli di tanti osannati e celebrati, ma a volte scadenti, poeti locali.

La vita è fatta di appuntamenti rimandati, di “poi ci vediamo”, di adesso vengo a trovarvi, e in genere tutto finisce in sensi di colpa e in rammarico per le nostre inadempienze, per l’impossibilità di fare tutto, di stare in tanti posti e di badare a tutto. Mi aveva invitato di recente a pranzo e volevo andare per domandargli storie e fatti di paese, ascoltarlo, aggiornarmi sulle sue ultime produzioni. Sono riuscito a vederlo tre giorni prima che morisse. Era felice di vedermi. Ed ero felice. Abbiamo parlato di poesia e anche della necessità di pubblicare, in maniera critica e filologica, le sue opere edite e le tante inedite. Indicava ai figli dove erano custoditi i quaderni per mostrarmeli. Era il nostro addio e forse la sua consegna. Ritalba e Nicola, i due amati figli che gli sono stati accanto fino all’ultimo, si assumeranno, certamente, il compito di raccogliere, custodire, pubblicare le sue opere. La mia memoria non contiene tutti i ricordi che ho di lui. Potrei scrivere storie e racconti e, col tempo, spero di potermi occupare più di quanto non abbia potuto fare mentre era in vita. La fontana della Piazza, adesso apparirà più triste, si sentirà più sola e cosi i vicoli, le case, le cose, le parole, i nomi del paese. Piangerà lacrime di acqua, ma l’acqua è fonte di memoria. I luoghi e le storie di Ciccio Mazzè torneranno sempre per costruire la storia identitaria, letteraria, sociale, culturale delle nostre comunità. Con l’affetto dell’alunno bambino e con la stima dell’amico studioso adulto, grazie maestro e buon viaggio.

“Il Quotidiano della Calabria”, sabato 24 luglio 2010