La Calabria diversa risponda alla denuncia di Carteri

La “denuncia” che Gianni Carteri ha fatto ieri su questo giornale (“Una Locride irredimibile in mano ai paraninfi”), è di quelle che scuotono, provocano indignazione e amarezza, senso d’impotenza e anche un’ incontrollabile “ribellione”. Conosco Carteri da molti anni, ci incontriamo e ci sentiamo spesso: penso di non abusare della parola amicizia per indicare il nostro legame umano e intellettuale. Carteri è uno degli studiosi più raffinati, appassionati, lucidi della nostra terra. I suoi scritti su Pavese e su Alvaro hanno aperto nuovi percorsi di studio e di ricerca, hanno squarciato silenzi anche a livello nazionale e tra la critica più attenta e avvertita. Per lui, come per tanti altri, la scrittura è “salvezza” e per la Calabria un arricchimento. Pure condizionato da una malattia (policitemia) grave e progressiva, Carteri è instancabile organizzatore di eventi culturali, appassionato uomo di scuola, autore di libri importanti e freschi, di articoli e saggi, che diventano, spesso, “poesia”. Adesso, con grande dignità, con pacatezza, con il garbo lo stile sobrio a lui abituali, senza inveire, si “denuda” e ci racconta la sua dolorosa vicenda.


Una malattia che lo accompagna da oltre venticinque anni e che lui affronta con forza, coraggio, senza mai lamentarsi, aiutato dalla scrittura e da una fede che una madre bella e piena di spiritualità ha saputo coltivare. E ci racconta di una vicenda kafkiana di cui è protagonista. A dispetto di cartelle cliniche e di evidente stato di aggravamento, una commissione medica di Locri non riconosce la sua patologia e non gli concede il diritto alle cure e alle assistenze di cui avrebbe bisogno.

Non chiede favori, non ha santi protettori, detesta i favori di ´ndranghetisti, politicanti, operatori sanitari, non chiede “piaceri”, lui che un grande senso della pietas, ma, con coraggio e dignità, si offre come testimone per denunciare il grande degrado e la devastazione morale della nostra terra. Nella regione con il debito sanitario più alto del mondo occidentale, dei falsi e mille invalidi, dei morti che risultano vivi e dei vivi che muoiono di malasanità, delle truffe miliardarie, dei dirigenti asserviti e che vendono l’anima, Gianni Carteri è costretto a raccontare il suo “calvario”, puntando il dito, senza malanimo, contro politicanti e funzionari arroganti, sempre pronti a dire sì, purché a chiedere siano amici o amici degli amici. Non si sente né vittima né perseguitato, né unico, ma si offre come uno dei tanti “ultimi”, ignorati, senza “santi protettori”. Quello che vive e testimonia Carteri riguarda tanti, gli indifesi, coloro che hanno la pretesa di rispettare procedure e regole, la temerarietà di non chiedere favori, l’ardire di affermare la cultura dei diritti e dei doveri. Carteri si consola, almeno, con la scrittura e resta un “privilegiato” perché ha la possibilità, la forza, il senso civico ed etico per dare voce ai tanti dimenticati ed esclusi, di cui nulla sappiamo e che spesso vivono e muoiono senza che possano dare testimonianza della loro solitudine e del loro dolore. Mi auguro che, dopo tante promesse e tanti proclami, abbia, per casi come questi, qualcosa da dire, da rispondere, da accertare il Presidente della Giunta Regionale e Commissario alla Sanità?

Non penso di andare fuori tema se alla vicenda emblematica di Carteri associo quella, ugualmente, emblematica di Saverio Strati.

Il 16 agosto lo scrittore ha compiuto ottantasei anni. Questo giornale lo ha ricordato, come fa da almeno sei anni quando io stesso ho fatto gli auguri allo scrittore. Strati, dopo la grande mobilitazione del “Quotidiano”, gli intereventi di Vincenzo Ziccarelli, Matteo Cosenza, Annarosa Macrì, Pasquino Crupi e tanti altri, la presa di posizione di qualche uomo politico, si è visto riconoscere prima un “vitalizio provvisorio” da parte del Consiglio Regionale della Calabria e poi ha potuto usufruire della Legge Bacchelli. La Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Unical, ha approvato l’inverno scorso (non ho sotto mano verbali e le date e vado a memoria) il conferimento di una laurea ad honorem allo scrittore. Una decisione (necessariamente) unanime, che ha visto grandi adesioni e che è avvenuta con motivazioni che collocano lo scrittore nel paesaggio della letteratura europea del Novecento. Strati non chiede nulla. Non ama titoli e parate: è uomo sobrio e schivo. Una laurea ad honorem non aggiunge nulla alla sua grandezza e probabilmente, quando l’avrà, se l’avrà, non potrà nemmeno ritirarla. Il problema non è Strati. Ancora una volta il problema è di una Calabria (in questo caso di un’università calabrese) che vorrebbe riconoscersi, rileggersi, trovare un’anima anche attraverso figure “simboliche” come Strati e che invece è vilipesa, ignorata, trascurata dall’altra Calabria (ombrosa e sotterranea) e da coloro che consentono, rafforzano, alimentano questo inquietante “stato delle cose”. Il ministro Gelmini, quello che si premura di avvertire qualche università privata a non negare la laurea ad honorem a Bossi, notissimo studioso, grande statista e benemerito pacifista, cultore dell’unità nazionale e delle civiltà italiche, il ministro Gelmini, dunque, (se le informazioni sono esatte) dal 9 maggio 2009 non trova il tempo per firmare la proposta della Facoltà di Lettere e del Senato Accademico dell’Unical. Ha firmato di tutto (tagli, cancellazione di scuole e di docenti ecc.), ma non ha trovato un secondo per firmare un “titolo” simbolico a un grande autore italiano riconosciuto tale per altro dallo stesso governo. Ho fatto, anche con disagio e controvoglia, doverosi e istituzionali interventi con esponenti politici di tutti gli schieramenti. Nulla. Capisco. Quelli della maggioranza sembrano impegnati a portare avanti la grande “rivoluzione culturale” di cui parlano quotidianamente e quelli di opposizione sono indaffarati a “farsi” fuori reciprocamente, a “fare fuori” la Calabria, a mantenere sempre una “collocazione” utile anche “dopo la catastrofe”.

Questa Calabria “politicante”, arruffona, affarista, arrogante, grigia, compiacente, collusa, apatica, dedita agli affari, alle nomine, alle consulenze, agli incarichi, alle consorterie e alle mafie, questa Calabria che avvelena paesaggi, devasta coste e montagne, ci invade con “mascherati” e “sbandieratori”, questa orrenda Calabria non ha nulla da dire e da riconoscere ai Gianni Carteri, alla gente normale, agli ammalati, ai non raccomandati, agli ultimi, ai giovani, ai Mimmo Lucano, ai magistrati reggini che scoperchiano quotidianamente altarini. Sogno di fine estate. La denuncia di Carteri può diventare occasione, minima e simbolica, perché, se esiste, batta un colpo (d’indignazione e di proposta) una Calabria diversa, che non si rassegna, che non ci sta, che è stanca di ascoltare favole e menzogne da qualsiasi parte provengano?

“Il Quotidiano della Calabria”, sabato 21 agosto 2010