Che diventi uno spazio ludico e festivo

Lo «stress» da «contesto mafioso»


Anni addietro un giornalista di un importante periodico inglese, in una corrispondenza da Reggio Calabria, notava come le persone sembrassero colpite da una forma particolare da «stress», uno stress dovuto al «contesto mafioso» in cui erano costretti a vivere e operare. L’articolo appariva in un periodo in cui i magistrati reggini (già allora) lamentavano quotidianamente di non poter celebrare i processi per mancanza di uomini e mezzi. Attentati e avvertenze erano segnalati in tutta la regione.

I politici locali del tempo, al governo e all’opposizione, fecero a gara per rispondere al giornale inglese, inneggiando a una città “normale” o addirittura “eccezionale”. La reazione di «lesa calabresità», la retorica identitaria e la difesa d’ufficio del “noi” contro gli “altri” coinvolsero anche alcuni studiosi e cittadini per bene. Di fronte alla realtà più inquietante, qualcuno sa trovare ragioni per difendere l’indifendibile.

Emerge, inattesa, la tendenza “difensiva” dell’identità, per cui di “noi” e “tra di noi” possiamo dire le cose più terribili, mentre se le stesse cose vengono sostenute da “forestieri” allora, ci si irrigidisce, ci si offende.

Ammettiamolo. Esiste uno «stress» da «contesto ambientale». Mi sono occupato a lungo del motivo del «calabrese melanconico» (un’elaborazione che risale almeno al Cinquecento) e ho cercato di mostrare come la melanconia sia talora una proiezione dello sguardo melanconico di chi osserva, spesso la rappresentazione di un universo segnato da catastrofi che generano morti, lutti, depressione, insicurezza, sfiducia nel presente e nel futuro, prolungate pratiche funebri, senso che tutto è accaduto e che nulla possa mutare, rassegnazione al peggio e a tutte le disgrazie. Ho “narrato” la «melanconia da catastrofe», da terremoto, da malaria, da alluvioni, frane, abbandono e spostamenti di paesi e ancora la melanconia da isolamento e da luoghi chiusi, e poi da emigrazione. All’interno di questa storia di lunga durata ho individuato la ’ndrangheta come l’ultima grande catastrofe che ha colpito la società, ricordando le conseguenze nefaste che provoca nella vita quotidiana delle persone, modificandone la psicologia e la percezione di sé.

Vivere in luoghi controllati dalla criminalità; entrare tranquilli soltanto nei locali “autorizzati” dalla criminalità organizzata; camminare con la paura di essere uccisi nel corso dei quotidiani conflitti; ascoltare nella notte le bombe che devastano le case o il rumore delle macchine incendiate; percepire che un negozio è stato bruciato e immaginare che quelli vicini non hanno subito la stessa sorte perché i proprietari pagano il pizzo; andare, per necessità, nei locali gestiti dalla ’ndrangheta; partecipare a riti religiosi e vedere come protagonisti gli ’ndranghetisti del luogo. Tutto questo e altro ancora (sistema delle clientele, delle raccomandazioni, voto di scambio, ecc.) non determinano stress, amarezza, apatia, sconforto, voglia di scappare, senso di vergogna, irritazione o accettazione per evitare il peggio?
La melanconia da ’ndrangheta

Spesso incontri studiosi e intellettuali di tutte le città del mondo. La domanda ti arriva attesa e improvvisa, rituale e amara: «E la ’ndrangheta come sta?».

Vorresti scomparire, sprofondare, perché ti senti chiamato in causa. E giù a dover spiegare che non tutti i calabresi sono ’ndranghetisti, che la regione ha tante cose belle, mille positività, e a scoprire che ripeti quei luoghi comuni che rimproveri agli altri. Avresti voluto parlare di mondo, di cultura, di scrittura ed eccoti impegnato in interminabili discussioni sulla criminalità, con argomentazioni che gli interlocutori non capiscono.

La ’ndrangheta ci crea stress e melanconia perché ci ruba tempo, ci sottrae l’ombra, ci rovina l’immagine. Sono in molti a domandare: ma perché parlate sempre di ndrangheta? Ribaltiamo la domanda. Non siamo noi a occuparci di ’ndrangheta: è la ’ndrangheta che si occupa, violentemente, di noi, della nostra vita, del nostro futuro, del nostro territorio che ci consegna avvelenato, inquinato, degradato: è la ’ndrangheta che prosciuga passione e che ci incattivisce. Non penso che le altre parti del mondo siano tanti paradisi; credo che il conflitto e il dolore facciano parte della vita in tutti posti, ma soltanto in questa zona di Occidente dobbiamo sperimentare un surplus di fatica, di angoscia, di inquietudine: dobbiamo avere una carica ulteriore di attenzione e di tensione.

Solo, da queste parti, bisogna ripensare, ossessivamente, la propria identità dalla mattina alla sera, ogni giorno. Le angosce non dipendono soltanto dalla presenza ’ndranghtetista, ma essa ha amplificato tutti i nostri difetti, ha alimentato i nostri peggiori istinti, ha incrementato il nostro atavico tasso di conflittualità. Ci ha fiaccati, resi più insensibili. Ci inquieta perché ci restituisce il lato peggiore di noi e a volte siamo costretti a verificare che siamo “riflessi” e “racchiusi” nella sua immagine. E’ un doppio inquietante dell’intera società e i “doppi” spesso si “assomigliano”.

Soltanto da noi, capita di andare nelle edicole e ascoltare qualcuno che chiedendo un giornale domanda all’edicolante: «Quantu furù li morte?», quanti morti ammazzati in prima pagina? Un misto di cinismo e d’ ironia, di abitudine al delitto, alle uccisioni, una sordida rassegnazione. La ’ndrangheta (sostenuta dalla malapolitica) ci prosciuga le energie, i sentimenti, ci costringe a occuparci di lei, ci limita nel pensare, ci ruba l’anima, ci devasta l’immagine.

L’immagine e il senso di noi. Non sono stati soltanto gli “uomini d’onore” a farne scempio. Hanno collaborato attivamente faccendieri, uomini politici, amministratori, tecnici, professionisti distruggendo anche l’immagine fisica, oltre che morale, della regione. Hanno sciupato paesaggi, risorse, bellezze, devastato marine, colline, montagne, boschi, e magari poi hanno chiamato gli Oliverio Toscani per fotografarci belli, giovani, contenti e sorridenti. Non so se esistono i reati di creazione di stress prolungato, di “offesa” dell’immagine, di distruzione della bellezza, della fiducia e della speranza. Se sì, i calabresi dovrebbero costituirsi parte civile nei tanti processi dove la “zona grigia” ha dato il meglio di sé. 
Solidarietà, impegno, festa gioiosa

Matteo Cosenza ha avuto il merito civile e la sensibilità culturale di promuovere la manifestazione del 25 settembre a Reggio e quello più grande di alimentare un dibattito (e un’iniziativa non facile) con impegno e apertura. In un precedente intervento ho avvertito contro i rischi di unanimismi di maniera e di adesioni rituali, ho suggerito come le “inclusioni” necessarie debbano avvenire senza liturgie interessate, con “distinzione” di ruoli ed evitando un “noi” in cui tutti, a parole, si riconoscono e cercano spazio. Non “la notte in cui le vacche sono nere e prospera la zona grigia”, ma l’alba della chiarezza, delle adesioni motivate e convinte, delle coerenze e degli impegni precisi. Molti intervenuti (ricordo Ciroma, Paride Leporace, Franco Crispini, Giovanni Iuffrida), hanno fornito elementi di riflessione importanti per costruire “bene” un’iniziativa ormai carica di attese e di aspettative, insolite in una Calabria generalmente sonnolenta e indifferente. Le adesioni di persone, associazioni, amministrazioni e gruppi credibili hanno aiutato a fare superare perplessità e diffidenze. Non si può stare a guardare: ognuno deve fare la propria parte. Dipende da noi dare a questa manifestazione un carattere di rottura, un senso alto, popolare, dal basso, senza “padrini”, primi della classe, dipendenti da telecamera.

Una rondine non fa primavera, ma senza la prima rondine non arriveranno nemmeno le altre, nemmeno la primavera. Bisogna accoglierla, curarla, accompagnarla. Riprendo una suggestiva proposta di Paride Leporace: partecipare alla manifestazione, con indignazione, con dolore, con senso della solidarietà, ma anche appropriandoci della tarantella, una tradizione musicale e di danza che avvicina tanti giovani. La tarantella, il ballo, i pellegrinaggi a Polsi sono nati prima della ’ndrangheta: sganciamoli dalle strumentalizzazioni degli ’ndranghetisti, di quanti hanno ancora un atteggiamento neoromantico nei confronti di un’organizzazione che non ha (non ha mai avuto) nulla di oppositivo, ma ha praticato sempre la cultura della morte. La ’ndrangheta e, in maniera diversa, certi politici (cupi, preoccupati di se stessi, seriosi, irascibili, conflittuali) hanno rafforzato l’immagine di una Calabria lugubre e luttuosa. Hanno scelto il buio e l’oscurità, la notte e le tenebre. Si dica “no" alla malapolitica, alle clientele, ai “capobastoni”, e si avanzino proposte concrete, ma non si creino falsi nemici, bersagli facili, non si alimenti la pericolosa e sterile contrapposizione Sud-Nord. Il Nord non va confuso con la Lega e il leghismo. La manifestazione resti rigorosamente “no ’ndrangheta” e non si pensi a una lotta contro lo Stato. Si scenda in piazza per vicinanza ai magistrati e alle forze dell’ordine: la solidarietà non va inquinata da rivendicazioni localistiche tipiche di altre stagioni e di temperie politiche completamente diverse, che hanno prodotto, tra l’altro, macerie ancora non rimosse.

Mi piacerebbe vedere striscioni colorati e creativi. Sogno scolaresche e ragazze che ricordino, con i loro cori, che la ’ndrangheta è l’estremizzazione di esclusioni che le donne subiscono quotidianamente nelle case e nella società.

Diventi questa iniziativa di solidarietà e di opposizione, di “pietas” e di testimonianza, anche uno spazio ludico e festivo. Come gli antichi Carnevali. “Rivolta” (“No ’ndrangheta”) e “festa” (“Sì alla cultura della vita e basta con la cultura della morte”). Mi sono occupato in passato dei conflitti, dei contrasti, della doppiezza della nostra terra. Le “due” Calabrie non sono separabili, sono a volte confuse. Per passare dall’ una all’altra, da quella angusta a quella ariosa, da quella lugubre a quella gioiosa, da quella triste a quella carnevalesca, da quelle che rifiuta a quella che accoglie, basta poco, bastano convinzione e persuasione. Sono sufficienti, talora, piccoli gesti, simbolici ed esemplari. Diano la loro vicinanza, donne e uomini, artisti, musicisti, pittori, attori, registi, scenografi, grafici, scrittori, registi, tutti coloro che hanno saputo raccontare mille e lontane Calabrie, con linguaggi antichi e nuovi. Ci aiutino a disegnare, colorare, contaminare, mescolare un mondo nuovo. Vorrei vedere suonare assieme, con le loro musiche, i cantastorie e i suonatori del Poro, quelli dell’Aspromonte e delle Serre, i musicisti tradizionali, con i loro tamburelli, gli organetti, le zampogne, la fisarmonica, le pepite, la lira, i ragazzi e le ragazze dei fiati della Piana, le bande musicali di tanti paesi, i gruppi rock, etnorock, di musica “leggera”. Vorrei camminare con i giovani della mia Università, con le classi dei miei figli, con i colleghi che amano la didattica e la ricerca, non protestano solo per i loro interessi e non bussano alle porte degli assessorati. Vorrei vedere gli editori distribuire libri sulla Calabria e sugli scrittori calabresi e di tutte le parti del mondo. Vorrei abbracciare tanta gente perbene, silenziosa, che finalmente non sta più zitta, e anche tanti operatori e fotografi che filmino, a futura memoria, come un possibile nuovo inizio, un’altra Calabria che ha anche una tradizione nobile, di lunga durata e che è stata soffocata nel tempo. Mi piace immaginare che con questa Calabria potrebbero camminare, contenti, Rocco Gatto e Giuseppe Valarioti, i tanti coraggiosi e onesti, sognatori una Calabria migliore, uccisi dalla ’ndrangheta. Manifestiamo anche per non dimenticare.

A quanti si troveranno a partecipare per “dovere” e in maniera “liturgica” più che per convinzione, a coloro che sono abituati a “passarelle” sterili e ad esibizioni di maniera, si mostri un altro modo di affermare la “presenza”. Si faccia avanti una Calabria pacifica e legale, che non tollera di essere identificata con la violenza e che, anche nella lotta contro la criminalità, riesce a essere migliore, più efficace, più convinta, più vera dei suoi gruppi dirigenti e del suo impresentabile e inossidabile ceto politico (che potrebbe cogliere l’occasione per mettersi da parte, indietro). Si faccia in modo che le telecamere debbano per forza essere attratte dalla Calabria vivace e che vuole vivere. Si mandi all’Italia il messaggio, il sogno, la speranza di un’altra Calabria, di una terra ferita, ma non vinta, in rovina, ma con la volontà di ricostruire anche sulle macerie, che desidera, sia pure in maniera confusa, di non essere più area geografica da cancellare (come vorrebbe Brunetta) ma parte costitutiva, attiva, di una nuova Italia, dell’Europa, del Mediterraneo. Una manifestazione, certo, cambia ben poco. Non risolve i problemi. Eppure bisogna cogliere gli attimi favorevoli, le occasioni che possono assumere un valore simbolico e fondante. Cominciare a sperare che qualcosa di nuovo potrebbe accadere, sta già accadendo. Se non ora quando? Il tempo sta davvero scadendo.

Scritto da Vito Teti (“Il Quotidiano della Calabria”, domenica 19 settembre 2010, p. 1 e p. 24)