Rancori e conflitti esasperati dalla “solitudine”

Di fronte a fatti devastanti e inquietanti come quelli di Filandari la tentazione di chi vive, con fatica e con dolore, in questa parte di mondo, è di non commentare, non fare uscire parole a sproposito. Cosa si può dire di ragionevole e comprensibile di fronte ad episodi, che mettono in crisi il senso della tua presenza non solo di intellettuale, di calabrese, di italiano, ma di essere umano? Come entrare nel cuore e nell’animo, nella mente di coloro che tolgono la vita a cinque persone e la rovinano a diecine di altri e a se stessi, se non con un senso di sgomento e di dolente pietà?


La vicenda di Filandari ci interroga, però, come abitanti di questi luoghi, perché respiriamo la stessa aria e percorriamo le stesse vie dei protagonisti di questo eccidio. Ci sono un contesto e un ambiente che ci appartengono e a cui apparteniamo.

Tante analisi affrettate e di maniera, sociologismi e antropologismi a buon mercato, considerazioni stereotipate, riproposte, magari raffinate, di antichi luoghi comuni, richiedono riflessioni problematiche, che non intendono spiegare, ma che invitano a pensare e a uscire da schematismi di maniera e da scoperta dell’acqua calda. Ho letto la spiegazione del “così fan tutti”, “queste cose avvengono dovunque, “che volete? anche qui è America”, “queste cose succedono anche al Nord”. Ed è vero, ma così la Calabria, i paesi, gli episodi criminali vengono annacquati nel “mare” della globalità, inseriti in una violenza che riguarda il mondo. La barbarie dei nostri luoghi non sarebbe che una manifestazione, a tinte locali, di un più generale e imbarbarimento.

Una lettura, di segno contrario, insiste sulla peculiarità e la specificità degli eccidi e degli episodi criminali che si verificano, periodicamente, in Calabria e chiama in causa il senso della terra, i legami di sangue, rapporti “arcaici” e “primitivi” su cui magari si è formata e consolidata una criminalità organizzata, onnipotente, onnipresente, ramificata in tutto il mondo, e che proprio in quelle “regole” arcaiche e tradizionali trova la forza e la solidità per diventare una holding internazionale. Per tale via, la Calabria, come al tempo dell’antropologia positivista, quando i meridionali erano considerati criminali per razza e per forma del cranio, viene confinata ai margini della storia e del mondo civile, viene condannata a una sorta di “maledizione” senza scampo, cacciata in un angusto vicolo senza via di uscita.

Entrambe le letture hanno molte buone frecce al loro arco: il problema è che quando l’arco viene tirato troppo o non viene tirato si sbaglia bersaglio o si colpisce nel mucchio, a caso. Bisogna percorrere vie meno scomode e più tortuose se vogliamo avvicinarci alle zone ombrose dei contesti culturali e sociali in cui avvengono crimini orrendi. La Calabria ha avuto una storia di catastrofi, invasioni, malarie, terremoti, alluvioni, abbandoni di abitati, svuotamenti di luoghi, distruzioni di economie che l’hanno resa, nel tempo, fragile, insicura, precaria e, poi, assistita e “resa invalida” da pratiche clientelari. L’incompiutezza delle case, delle strade, delle iniziative degli uomini è legata molto a una sorta di patologia melanconica da catastrofe. La fuga è l’altro volto della stanzialità. L’attaccamento alla terra non ha nulla di metafisico - quasi la Terra di heidiggeriana memoria - ma è l’esito di rapporti economici e sociali tradizionali, di una mentalità legata a condizioni esistenziali, alla paura di una fine sempre imminente, all’idea che il “peggio” può sempre accadere. Il senso di appartenenza, più che a una regione o a una comunità, a un luogo, a una casa, a una famiglia, a un gruppo è il prodotto di una geoantropologia fatta di separatezze, frammentazioni, divisioni territoriali, angustia degli spazi, relazioni sociali “feudali”. Nel bene e nel male, le ribellioni e le rivolte per la terra e per la difesa del luogo sono state esito di bisogni antichi, di sogni millenaristici, di utopie colte e popolari: spesso si sono tradotte in lotte campanalistiche e in risse localistiche, che hanno fatto la fortuna dei gruppi dirigenti, politici e non soltanto, capaci di prosperare anche sulle rovine della regione. L’incuria e l’abbandono del territorio, le mancate opere di prevenzione, gli interventi mai definitivi, la cultura delle varianti e delle varianti alle varianti, hanno messo in piedi un’economia assistita, truffaldina, parassitaria, che ha prodotto ricchezza per pochi e povertà morale per tanti, distruzione e devastazione.

Lo spopolamento delle campagne e dei paesi, lo svuotamento dei centri urbani, esodi decennali hanno finito con l’accentuare, paradossalmente, il legame con la proprietà e la terra proprio nel momento in cui venivano abbandonate. Coglie nel segno Pasquino Crupi quando individua nello spopolamento una possibile causa delle barbarie di questi giorni. E’ vero: i paesi più si svuotano e più diventano deserti e dei non più luoghi, e più le persone si incattiviscono, si spaventano, si isolano. Essere in pochi, in una “nave” che affonda, non spinge a cercare nuove forme di socialità e d’ incontro, non alimenta progetti di “rinascita”, ma provoca isolamento e chiusure egoistiche. La solitudine dei paesi agevola i rancori ed esaspera i conflitti, scatena guerre per un confine di terreni tenuti incolti e sporchi, cause decennali per una finestra aperta davanti a una casa sventrata. Lo svuotamento dei centri urbani amplifica un senso di vuoto sociale e morale e incoraggia (in nome di una retorica del fare senza etica e senza prospettiva) la spinta a fare da sé: una versione inquietante e locale del “nazionale” o “nordico” “ghe pensi mi”.

L’antropologia dei paesi calabresi, chiamata in causa da attenti osservatori, non è più quella del passato, è profondamente mutata, non ha più cemento e solidità, è subalterna a modelli locali criminali, a valori e comportamenti postmoderni. L’identità basata su terra, sangue, origine crea localismi e “razzismi”, stragi e tragedie quando accoglie modelli di riferimento esterni, dominanti e vincenti. Siamo o non siamo abitanti di un Paese dove nessuno ha torto, nessuno vuole essere processato, perché la colpa è degli altri? La scomparsa del “paese presepe” e la nascita dei doppi lungo le coste e nelle pianure, la cementificazione di colline e montagne, la frammentazione dei luoghi, hanno accentuato il senso di separatezza e di solitudine delle popolazioni. Abbiamo costruito tanti palazzi, molte ville, centinaia e migliaia di abitazioni – spesso sventrate, incompiute, scheletriche – che in realtà sono dei bunker, delle monadi edilizie, magari eleganti, kitsch, raffinate, pesanti di ricchezze, ma poveri di socialità. Abbiamo costruito case sfarzose in luoghi che assomigliano agli “slums” e alle “banlieus” “metropolitane” per bruttezza, indefinitezza, sporcizia, violenza, solitudine, comportamenti “illegali” e senza regole. Come trasformare il bello in “orrido”: questo è un nostro primato, che non fa classifica negli indici sulla qualità della vita.

Abbiamo abbandonato le antiche comunità e non abbiamo creato un nuovo senso della comunità. La Calabria ha saltato la modernità e così nel bene e nel male amplifica, anticipa, riassume i tratti di quella che chiamiamo postmodernità. E’ una regione insieme liquida e “pesante”, arcaica e postmoderna, insicura e piena di certezze, sregolata e con mille lacciuoli, mille dipendenze, mille legami oppressivi. La conflittualità e le litigiosità tra nuclei familiari si sono amplificate con la fuga e i ritorni, ma anche con il desiderio di cambiare velocemente condizione, con la voglia di un arricchimento facile e veloce, a cui sia la ’ndrangheta sia la politica per professione, contigua alla criminalità, hanno offerto modelli insuperabili. L’immagine della ’ndrangheta come una struttura, un insieme complesso di elementi che si rinviano, un «fatto sociale totale», che tutto contagia e contamina, porta a concludere che essa si configuri come un’ulteriore «catastrofe» naturale e storica che devasta la Calabria e i luoghi dove si è ramificata. Una nuova catastrofe che alimenta sfiducia, rancore, indifferenza, senso di apatia delle persone.

In questi giorni, in diverse circostanze e in luoghi diversi, ho incontrato tante persone di ogni estrazione e di diversa sensibilità: gente, di solito, tranquilla, perbene, “normale”. Ho colto una sorta di “sentire comune” che dà “ragione”, giustifica, trova attenuanti per chi ha compiuto la strage. Si comprende l’esasperazione di chi ha reagito, magari in maniera esagerata, a soprusi e a prepotenze subite nel tempo. Farsi giustizia da sé è qualcosa che si va diffondendo e praticando. A dare ragione a chi reagisce in maniera violenta sono soprattutto persone che poi stanno silenziose e mute con i prepotenti criminali, che scelgono sempre la via del quieto vivere. C’è da preoccuparsi di questa deriva morale e civile che rende più deboli i mille lati positivi, le bellezze, le virtù della gente e della terra. Non sono di quelli che rimpiangono il buon tempo andato o che mitizzano il passato, conosco le miserie e le tristezze dei paesi di un tempo (bisognerebbe rileggere Seminara, Strati, La Cava, Gambino e i meridionalisti come Zanotti Bianco e Isnardi), e tuttavia ricordo il senso di umana pietà di fronte alla morte, la sentita partecipazione al lutto e al cordoglio degli altri. I paesi svuotati, solitari, stanchi, depressi, arricchiti e impoveriti sembrano avere smarrito il senso della pietas antica e della vicinanza che univa nelle disgrazie e nel dolore. Naturalmente bisogna registrare anche l’assenza delle istituzioni pubbliche, della Chiesa, dello Stato. Perché a due o tre denunce, fatte come consigliano le leggi dello Stato, i suoi rappresentanti non hanno dato risposta? Perché quando le persone subiscono un torto, un furto, un’ingiustizia non trovano mai ascolto e anzi vengono invitate a rivolgersi a “chi può” e a “chi si sa”, al potente o al prepotente di turno?

In assenza di regole civili e dello Stato (e della politica intesa come polis) la regione diventa terra di nessuno o terra di regole che, da un lato hanno origine in una storia di lunga durata e in un’antropologia da catastrofe, dall’altro vengono legittimate e inventate, utilizzate, dalla criminalità, capace di coltivare gli aspetti più deteriori, più nefasti, più inquietanti di una terra che ha anche tante luci ed è abitata da persone perbene, che assistono sgomenti a una degenerazione prosperata negli ultimi anni. La rissosità, la conflittualità, l’illegalità, la scelta di farsi giustizia da sé, come nel West (secondo riduzioni lette in questo giorno) sono però i frutti impuri e putridi di una modernizzazione violenta e della distruzione di culture, valori, economie, che si basavano sulla fatica e su stili di vita “morali”. Il richiamo alla storia, all’antropologia, al passato non può spiegare tutto e non può spingere ad autoassoluzioni generiche o a condanne gratuite. Negli ultimi anni i calabresi per bene, forse, hanno perso per sempre, magari senza “giocare”, senza accorgersene, la partita a vantaggio di criminali, “poveri arricchiti”, di un ceto di professionisti, che sposano il malaffare, e di una borghesia senza luce e senza “lumi”.

Se la magistratura sta battendo un colpo, in silenzio e in maniera decisa, la politica continua a essere assente: spesso quando è presente, lo e per fare l’antipolitica e l’antistato. La politica-politicante sa urlare slogan e promettere “rivoluzioni” per poi badare a parenti e amici, con una “violenza”, una prepotenza, un’arroganza non distanti, anzi contigui e funzionali, da quelle della criminalità organizzata o da quanti pensano che bisogna sbrigarsela da soli, in qualsiasi modo. L’orizzonte non è roseo. Non penso che a ogni pioggia bisogna inveire contro il governo ladro e nemmeno che la politica-politicante sia la responsabile, la sola, di ogni male, e tuttavia le cronache quotidiane parlano di uomini di partiti e di istituzioni che praticano una continua guerra per bande, che operano “ad personam”, che sono maestri di “familismo” e di pratiche clientelari. Costoro non mandano messaggi incoraggianti alla società, non offrono modelli positivi e non hanno credibilità quando condannano, giudicano, fanno retorica, condanne e proclami rituali.

Fatti drammatici come quelli di Filandari possono assomigliare a fenomeni che avvengono in altre parti del mondo, ma questo non ci consola e non ci assolve. Sono vicende “nostre”, legate anche alla nostra incapacità di rifondare le comunità e di inventare un senso civico, con la presenza decisiva di istituzioni pubbliche, scuole, associazioni, Chiesa, singoli cittadini. Sono fatti nostri perché sono gli altri, a cominciare dalla grande stampa e dai commentatori “nazionali”, che ce li assegnano e ce li rimproverano, trovando sempre nuove buone ragioni (da noi imperdonabilmente offerte) o pretesti per isolare la Calabria, marginalizzarla, separarla dal resto d’Italia.


Scritto da Vito Teti (“Il Quotidiano della Calabria, 2 gennaio 2011, p. 1 pp. 12-13)