Da nonno Peppe

Le cantine erano una sorta di centro di convergenza,
i motel di una volta, luoghi di incontri e di scambi, di ristoro e di riposo
La cantina del nonno Peppe nell’infanzia è stata una sorta di luogo di iniziazione alla vita. Il padre di mia madre, un uomo robusto e imponente, come si conveniva a un “americano” che era “tornato” ad aveva acquistato dei poderi e avviato qualche attività commerciale, mi portava, tenendomi per mano, dalla casa della Cutura, la zona alta del paese, alla nostra cantina della Caria, alla fine del paese e lì facevo la scoperta di grandi bevitori e narratori di storie, di abili e instancabili giocatori di carte e di autisti di camion di passaggio che sostavano lungo la statale 110, che dall’Angitola portava, attraverso le Serre, a Monasterace.
La “viaregia” (così denominata in memoria di un viaggio di un re Borbone alle ferriere di Mongiana) congiungeva Tirreno e Ionio e lungo l’itinerario sorgevano celebri e frequentate cantine come quella di “Cicco lu Diavulu”, tra l’Angitola, S. Nicola, Capistrano, Filogaso. Non lontano dall’Angitola sorgeva il famoso “Fondaco del Fico”, dove facevano sosta tutti i grandi protagonisti del Grand Tour, che si spingevano, in Calabria: Swinburne, Saint Non, Galanti, Keppel Kraven, Tommasini, Lenormant, fino a Destrèe. Di questo luogo emblematico di una terra di viaggi e di passaggi ho narrato la storia (Il “Fondaco del Fico”. Taverne, locande e alberghi in Calabria - fine Settecento-prima metà del Novecento, in I viaggi di Erodoto, 27, 1995, pp. 80-101). E qui il mio amico scrittore Carmine Abate ha ambientato uno dei suoi più belli romanzi (Tra due mari, Milano, 2002). Quel luogo simbolo è stato demolito per inutili opere di cementificazione. La cancellazione sistematica di memorie, luoghi, storie.
Le cantine erano centri di convergenza, i motel di una volta, luoghi di incontri e di scambi, di ristoro e di riposo, talvolta di litigi e risse che finivano in abbracci e bevute o in qualche scazzottata.
Certe volte, quando penso alla cantina di nonno Giò, mi sembra di aver vissuto una favola o di raccontare una leggenda. Ricordo le grandi botti e il tavolo da gioco e i bicchieri che volavano come le parole e le bestemmie, i cibi che improvvisamente comparivano sul tavolo: pane duro, qualche sarda, delle olive e nei momenti di lusso qualche salsiccia, del formaggio e poi “roba in coccio”, castagne, noci, nocciole, lupini, “calia”, i ceci abbrustoliti. Con mio padre, non appena tornato dal Canada - avevo otto anni -, facevo il giro della cantine del paese. Non era un grande bevitore, mio padre, ma la sua comitiva era fantastica, fantasiosa, lenta, passava ore a parlare attorno a un quintino, l’ottavo di un litro: un vero bevitore adoperava il bicchiere “piccolino”. I beoni del paese pretendevano rigorosamente il quintino: naturalmente ne bevevano un’infinità e il cantiniere non riusciva a tenere i conti. Papà, tornato da Toronto, mi portava con sé per acquisti nella vicina Pizzo e in una piccola trattoria scoprì lo spezzatino di carne piccante, le alici fritte, l’uva e il vino zibibbo. La mia scoperta del mondo cominciava con la scoperta di frutti, cibi, osterie, botteghe, persone affascinanti di luoghi che mi sembravano lontani.
Da giovane, negli anni sessanta, ebbi finalmente accesso nelle trattorie mobili della fiera di Monserrato a Vallelonga o a quella della Madonna della Grazia a Torre di Ruggiero, dove con la nonna, la mamma e altre donne mi recavo a piedi fin da bambino. Era ormai al crepuscolo quello che a inizio Novecento (tra 1907 e 1911) aveva visto Norman Douglas (“Vecchia Calabria”, Firenze 1978, p. 227) sul Pollino, durante la festa della Madonna, dove «si accendono i fuochi sotto improvvisati ripari e si divora una pazzesca quantità di cibo, secondo l’uso prescritto in queste occasioni: “si mangia per divozione”». Ho vissuto, allora, le sensazioni che Corrado Alvaro (“Polsi, nell’arte, nella leggenda e nella storia”, Gerace 1912, pp. 59-62) aveva vissuto giovanissimo a Polsi in Aspromonte per la festa della Madonna della Montagna: «Alcuni pellegrini portano nelle bisacce il pane e gli alimenti che li nutriranno durante la festa [...] Per le vie, e sotto i castagni sono improvvisate osterie: il popolo non sa far festa senza dare un giudizio sul vino. [...] E lì le pentole bollono a terra perché la valle sembra diventata una grande cucina che deve sfamare tutta quella gente che s’agita; il bosco è un incendio di lumi e di lampi di fucili; Polsi diventa un paese favoloso...».
Paesi, santuari, luoghi di culto, montagne, valli, fiumare, campagne, spazi produttivi e di trasformazione degli alimenti, piazze, frantoi, mulini, diventavano «grandi cucine all’aperto, luogo di socialità e di convivialità, di teatralità, di buon mangiare e di trasmissione del sapere alimentare.
Le osterie del calabrese erano baracche precarie, incompiute, provvisorie, quasi a raffigurare una terra segnata da ripetute catastrofi, da abbandoni e ricostruzioni, da spostamenti e da esodi. Una «terra in fuga» non poteva che avere “cucine” improvvisate e alimentare un legame affettivo ed emotivo con il cibo che le persone portavano con sé. Il calabrese, è sempre Alvaro a parlare, «anche quando parte per l’America, anche se va soldato, si porta il suo pane e il suo companatico; li porta nella manica della giacchetta che si mette a tracolla, e lega la manica in fondo come un sacchetto. Per lui non esistono ancora le osterie e gli alberghi…» (Ibid.). Ne ho scritto in molti miei saggi e libri (“Il colore del cibo”, Roma, 1999; “Mangiare meridiano”, Catanzaro, 2003; “Storia del peperoncino”, Roma, 2007): portare con sé il cibo erano un tratto distintivo dell’antropologia calabrese. C’entrano la necessità e la precarietà, ma anche il valore fisico, affettivo, mentale che si intratteneva con gli alimenti. La sacralità e insieme la religiosità, la convivialità e la dimensione carnevalesca esplodevano nei luoghi di pellegrinaggio, durante le feste e i riti cerimoniali, nel Carnevale e nelle osterie di canne e frasche, eccezionali, mobili.
Se penso alla cantine, alle trattorie, alle osterie della regione, di quella vecchia Calabria ancora viva ai miei tempi, esse mi appaiono la metafora di una terra dinamica, in viaggio, sempre precaria, aperta, popolata da figure di erranti, ambulanti, viaggiatori, viandanti, sognatori. Qualche viaggiatore del Grand Tour resta deluso e infastidito dello stato delle locande (avendo in mente alberghi del luogo di provenienza): non si accorgeva delle osterie mobili, anche se spesso incontrava persone che, con generosità e con prodotti di qualità, dividevano il cibo con lui. Quelli più attenti, che non seguivano le rotte abituali, e che si facevano accogliere dagli abitanti dei luoghi invece scoprivano una varietà e una ricchezza di prodotti, di mescolanze, di colori, di sapori che davano un altro volto a una terra che pure era segnata da miseria e da fame. Il riferimento all’ospitalità a volte suona retorico, ma c’è tanta verità nel fatto che il viaggio era possibile grazie all’accoglienza e alla generosità delle persone, sia dei benestanti che organizzavano pranzi luculliani, con mille cibi e mille vini, sia dei ceti popolari che offrivano il loro pane duro, le olive, il formaggio che si portavano all’anta, nei campi.
Alla fine degli anni sessanta - quando tornavano le persone emigrate per cercare mondo, cibo e acqua - le cantine e le osterie dei paesi divennero luoghi “alternativi”. Diventarono metafora di una nuova mobilità, accolsero gli studenti, figli di emigrati e contadini e braccianti, che finalmente non si vergognavano di andare in quei luoghi e che cominciarono a rivisitare anche le tradizioni culinarie e che, con nuove disponibilità, finalmente realizzavano sogni di generazioni di affamati, davano vita a quel trionfo del cibo che spesso avveniva solo nei racconti popolari e nelle “storie” che ascoltavo nella cantine e che rivelavano il carattere ideologico della sobrietà, della frugalità, della “dieta mediterranea”. Le cantine, aperte in paese divennero luogo di mangiate interminabili, di bevute, di progetti, di sogni e di speranza. Un mio grande e generoso amico, tornato dal Canada, introdusse, con la sua generosità, l’uso del Wiskey e il vino ebbe una certa decadenza, ma per poco. In questa cantina che vidi, tra l’altro, il grande uso del peperoncino, che a casa mia non godeva di grande fortuna. A Catanzaro, dove ho insegnato alla fine degli anni settanta all’Accademia di Belle Arti, feci in tempo a frequentare le ultime “potiche”, quelle con la “frasca” di richiamo, dove veniva servito il celebre “morsello” fumante nella pitta. La gente entrava veloce e divorava, soffiando per il bruciore, quel piatto, che resta un elemento di una cucina “povera”, ma fantasiosa, dove vengono fusi tanti elementi di quel grande melting pot alimentare, che è la cucina calabrese.
Poi arrivarono, per fortuna, il boom economico, l’acqua nelle case e i surgelatori, e arrivarono anche, purtroppo, i ristoranti improvvisati per i turisti, lo “scimmiottamento” di una cucina globale, i piatti immangiabili con le panne e gli intrugli dei “non luoghi” e del “non mangiare”, la devastazione delle coste, la distruzione del paesaggio. Chiusero per sempre le vecchie osterie e le piccole cantine; la cucina sacra dei pellegrinaggi si conservò soltanto con ammiccamento a una cucina standardizzata e globale. La buona cucina delle case e delle famiglie, le mille tipicità locali, i mille miscugli non ha trovato riscontro nei locali “pubblici”, nella ristorazione.
Non faccio delle mie nostalgie una lettura della storia e del passato. Ho ascoltato tante storie di fame per poter mitizzare un buon tempo antico alimentare mai esistito. La nostalgia che mi accompagna è quella che, come suggeriva Pasolini, si pone il problema della critica del presente. È la nostalgia di un periodo in cui il cibo era sempre necessario e mai superfluo, veniva circondato dalla sacralità che si assegna ai beni preziosi. Era il cibo che stabiliva legami tra uomini e natura, persone e divinità, vivi e defunti, emigrati e rimasti. Soltanto negli ultimi tempi, le cucine e i prodotti locali ritrovano attenzione anche nei luoghi pubblici, in poche osterie e agriturismi.
Siamo combattuti tra “retorica” e “persuasione”, rischio erosione di un patrimonio culturale e culinario costruito in maniera originale nei secoli e la speranza che tale patrimonio, riguardato e rivisitato, adottato e innovato, venga inserito in un nuova sapienza sui luoghi e dei luoghi. Ai moderni viaggiatori, ai flâneur, agli escursionisti, ai turisti e ai visitatori più attenti, consiglierei di non seguire rotte scontate e consuete, di non presentarsi stizzosi e pretenziosi, di non camminare preceduti da luoghi comuni, di addentrarsi (anche geograficamente) nella Calabria più profonda e meno frequentata, nei violi e nelle piazze dei centri urbani: è li che potranno scoprire, a dispetto di tutte le devastazioni, l’anima dei luoghi, le cucine locali, legate alla produzione e a tempi, a ritmi, a pratiche alimentari, a rituali diversi da quelli standardizzati e globalizzati. Suggerisco la visita di alcune osterie consigliate nelle guide di Slow (ma altre ce ne sono che meriterebbero migliore fortuna) e, magari, di fare la conoscenza di qualche abitante del luogo: nelle case e nelle abitudini familiari persistono, rinnovate, ancora la convivialità, l’arte di cucinare e mangiare prodotti introvabili, la facilità di assaggiare piatti non trasportabili e irripetibili, il piacere del cibo e del mangiare, il senso antico e sacro dell’ospitalità.
“Il Quotidiano della Calabria”, domenica 22 gennaio 2012, pp. 16-17

Mie rovine di paese 2/2

Stefo sorrise a questa grande bugia del padre: quella di essere rimasto. In realtà nessuno più di suo padre aveva il senso della lontananza e dell’altrove. Era ossessionato dalla fine del suo mondo, ma era curioso della nascita di nuovi mondi. Chiuse il quaderno. Pensò che avrebbe avuto di che fare in paese: avrebbe sistemato gli appunti e le carte del padre. Le foto. Gli studi delle nuvole: rosse, a pecorella, bianche, luminose, sul campanile della chiesa, sopra il Fellà, all’orizzonte, in prossimità dello stretto. In tutte le ore del giorno e in tutti i mesi dell’anno. Si affacciò: le nuvole passeggiavano come quelle che piacevano a suo padre. Andò a dirglielo. Il vecchio sembrò capire e lo guardò come se lo avesse riconosciuto. Gli parve di scorgere un sorriso sul volto del padre che stava silenzioso e gli richiese: «Hai visto mio figlio Stefo?».

Stefo si trovò a fissare il paese in maniera intensa e muta. Come in trance. Per lunghi attimi non ricordò dove fosse, come gli capitava con il sonno pomeridiano dell’estate afosa quando era giovane. Aveva sognato o aveva pensato? Aveva avuto delle visioni? Aveva mescolato i suoi sentimenti con i sogni, le paure, le utopie del padre? Doveva arrivare alla chiesetta Santa Maria, se esisteva ancora, e bagnarsi il volto con l’acqua gelida e morbida. Svegliarsi. Il paese non era morto, ma non era nemmeno quello pieno e gioioso dell’ultima visione. Molte immagini si abbracciavano e racchiudevano tanti spicchi di verità che avevano dato origine a qualcosa di profondamente nuovo, impensabile, impensato. Decise che era l’ora di mettere in pratica l’arte della dimenticanza. Per i ricordi ci sarebbe stato tempo. Parcheggiò la macchina, la chiuse. Nessuno l’avrebbe toccata. Si mise a camminare. C’era tanta strada da percorrere. C’era tanto da fare.

“Il Quotidiano della Calabria”, domenica 15 gennaio 2012, pp. 15-17

Mie rovine di paese 1/2

Un viaggio onirico. Dopo il 2012 accadde nel 2049.
La dimensione dell’altrove. Il partire per tornare.

Superati gli ultimi tornanti, accarezzati dagli olivi e dalle querce, il paese ormai sarebbe apparso nel suo sonno mattutino, con la luce dell’alba di settembre. Stefo accostò la macchina e scese. Percorse un breve tratto di strada a piedi. Il cuore gli batteva e sentiva un leggero sudore. Il paese era circondato da nuvole basse, luminose, che tagliavano le sue case e restituivano l’immagine di un corpo spezzato. Stefo non riusciva a distinguere la sua casa e anche il campanile della chiesa gli era sottratto alla vista da una nube nerastra.

Si sedette su un muretto della vecchia strada costruita dai Borboni. Cercò di controllare i ricordi, di farli uscire con un certo ordine. Fissò quell’abitato che un amico di suo padre, tanti anni addietro, aveva paragonato, per le sue case appiccicate, a un «piatto di pignolata». Era nato in quel paese alla fine dell’altro secolo ed era cresciuto pensando, prima, che fosse «il paese più brutto del mondo» e, poi, il «posto più bello dell’universo». Il padre gli aveva raccontato fin da bambino la storia del paese: la fondazione medievale, l’arrivo del culto di S. Nicola, le lotte tra le confraternite. Gli parlava dei terremoti, dei briganti, degli emigranti; gli raccontava le storie dei personaggi mitici e le leggende delle persone conosciute. Non sembrava felice, suo padre, di essere rimasto in quel posto. Viaggiava molto, per lavoro, per studio, insegnava in un’università che distava cento chilometri, ma non riusciva mai a spiegare e a spiegarsi perché non fosse andato via. Non era contento quando tornava e non era allegro quando partiva. Stefo non era cresciuto nelle campagne e nei vicoli come il padre. Il paese presepe, anche se resistiva fisicamente, era finito. Quel luogo era attraversato da mille linee che lo portavano fuori. Suo padre sembrava ossessionato dalla fine del paese, che si vuotava giorno dopo giorno e sembrava a rischio abbandono. Gli diceva: «Da giovane, avevo immaginato il ritorno di tutti coloro che erano partiti. Non sono più tornati e invece tanti altri se ne sono andati. Sono straniero in paese. Meno male che arrivano questi nuovi abitanti dalla Romania e dal Marocco, dalla Polonia e dall’Africa». Stefo giocava spesso con ragazzi figli di immigrati e d’estate attendeva l’arrivo dei paesani che tornavano per le vacanze. Un giorno se ne sarebbe andato e se ne sarebbe andata sua sorella e i cugini. Molti parenti e i due fratelli della madre vivevano a Bologna. Stefo capiva che la vita era movimento, viaggio, ma anche dolore e nostalgia.

Aveva tante domande da fare al padre, ma lo trovava sempre al computer, sui suoi libri, sul divano e si sentiva intimidito, non lo disturbava. Ogni tanto guardava tra i libri e le carte del padre, ma non trovava risposte alle sue domande. Un giorno, aveva undici anni, il padre gli disse che la popolazione delle città del mondo aveva superato quella delle campagne, dei paesi, dei villaggi. Era un grande mutamento, ripeteva il padre, e dobbiamo abituarci a un nuovo mondo. In quel tempo, Stefo, pensava alla fine del mondo. C’era una profezia dei Maya e c’erano i film nei quali le acque e il fuoco inghiottivano tutti. Con i compagni con cui giocava a pallone nelle strade o con cui andava in pizzeria parlavano spesso di questa possibilità e ognuno aveva le sue storie da raccontare, ascoltate su internet, in Tv, o dai nonni. Chiedeva al padre se davvero nel 2012 sarebbe venuta la fine del mondo, ma le lunghi risposte rassicuranti, lo facevano invece preoccupare. Il padre gli disse che questa storia si ripeteva a ogni generazione: anche aveva temuto anche nel 1960 ma non era successo nulla. La bisnonna Felicia diceva al padre che un giorno sarebbe venuto il finimondo, ma gli anziani, concludeva, il padre, senza troppa convinzione, hanno sempre bisogno di pensare che il mondo finirà con la loro vita. Stefo frequentò il Liceo a Vibo Valentia e il Dams a Bologna. Il mondo conosceva una grande crisi economica e lui tornava spesso in paese. La vita in città non era facile, ma il paese ormai lo trovava anche lui sempre più vuoto. Partiva e tornava. Diventò un famoso fotografo e girò il mondo. Sua sorella si era trasferita a Roma, dove poi si era sposata. Amici, compagni di scuola e cugini in giro per l’Italia, per l’Europa, in Canada. Qualcuno era rimasto in paese o nella regione. Il padre e la madre viaggiavano per il loro lavoro. Suo padre continuava a scrivere e a raccontare e domandare e a domandarsi perché era rimasto in quel piccolo villaggio, lui che amava le città, le luci e le vetrine, le librerie e i grandi monumenti, le gallerie d’arte e i musei. Forse, gli diceva Stefo, ti sono piaciuti di più i boschi e la montagna, i volti e le strade antiche, forse, non sei riuscito a partire per coltivare il sogno della partenza e dell’altrove. Stefo si era sposato con una musicista francese. Una storia d’ amore, finita male, come tutte le storie belle e intense. 

Aveva chiuso con i legami stabili e definitivi, o pensati tali. Le immagini che catturava nel mondo erano le sue creature. Ovunque andasse non trovava la luce, le nuvole, i colori del suo paese. Un giorno, era il 2049, aveva ormai superato i cinquanta, decise di tornare per sempre. Decise non è il verbo giusto. Sentì che doveva tornare. Quanto stava succedendo nel mondo e quanto accadeva nel paese lo chiamavano al punto di partenza. Adesso mentre guardava quel paese muto, lontano, silenzioso, capiva che non se ne era mai andato e che il suo non era un ritorno, ma un destino, simile forse a quello di suo padre.

Era tornato, allora. Il paese non esisteva più. Era un cumulo di macerie. Aveva visto rovine e crolli. Anche dal vivo. Suo padre, quando lui era bambino, si fermava a lungo sulle immagini del crollo delle Due Torri. Una volta lo aveva portato a vedere un paese crollato a causa di una grande frana. E poi aveva visto le rovine dell’antichità nella sua terra e in varie parti del mondo. Un’attrazione, accompagnata da un senso di pietas che gli aveva trasmesso il padre. L’ingresso nella sua ruga dalla parte di Dorico era ostruito. Salì lungo i sentieri degli orti dove aveva giocato da bambino. Riusciva ancora a muoversi nel buio. Arrivò nella parte alta del paese. Le case erano tutte crollate, ma qualcuno aveva aperto dei varchi che gli permettevano di camminare. Dovette trattenere le lacrime. Aveva immaginato questo scenario, ma vedere muri, case, strade della sua infanzia e della sua gioventù ridotte in polvere e in cenere era qualcosa di terribile. Ne aveva visto di morti, di guerre, di catastrofi, ma questa era la fine del suo mondo. Arrivò in prossimità della chiesa. Era sventrata. Soltanto la facciata principale aveva resistito all’urto delle scosse e ai saccheggi degli uomini. Non entrò. Non voleva vedere. Ricordò il più grande scrittore calabrese del Novecento - il padre gli ripeteva a memoria le opere - che in un racconto parla di piazze e strade deserte, di chiesa spalancata e di altare disadorno. Di un perpetuo Venerdì Santo. 

Era il racconto dello svuotamento dei paesi per la discesa lungo le coste, per l’emigrazione, per le ripetute alluvioni. Di questa storia di catastrofi, che avevano segnato la storia della terra in cui era nato, non avevano tenuto conto governanti nazionali e locali, tecnici e imprenditori e nemmeno gli abitanti che avevano costruito alla meglio, in qualsiasi posto, nelle zone sismiche. Terra di bellezze e di rovine, scriveva suo padre, terra desolata, dove le catastrofi arricchiscono i gruppi dirigenti. Troppo cemento. Sventramenti. Poca cura e attenzione. Poco riguardo e rispetto. E la natura si prendeva il suo. Le continue e leggere scosse e le faglie a cui non si era data eccessiva importanza rendevano sempre più fragile il paese. Le acque non erano state controllate, cullate, e ogni tanto riprendevano la loro strada. Le guerre che erano state combattute in varie parti del mondo avevano riguardato soltanto alla lontana il paese. C’era una guerra più sottile, quella della natura e dell’incuria degli uomini. «My city of ruin, My city of ruin»: ricordò la canzone di Springsteen, il cantante amato da suo padre. Pensò al primo concerto della sua vita, quello a Roma, negli anni in cui aveva paura della profezia Maya, dove erano andati con suo padre, sua madre, sua sorella. Aveva un nodo alla gola. Si girò per guardare nel posto dove un tempo c’era la fontana della piazza, cantata dai poeti locali. Non c’era traccia. Fu quasi contento che le strade che portavano a casa sua, «alla casa», fossero impercorribili, ostruite da calcinacci e cemento, da muri sventrati e da ferri, pietre, tegole, eternit e altri materiali. Si disse che forse la casa aveva in parte resistito. Che magari la sua stanzetta era rimasta intatta. Riprese la strada verso la zona alta. Da lì avrebbe raggiunto la campagna dei nonni materni, dove si erano rifugiati i parenti e i familiari superstiti. Sua madre e sua sorella stavano arrivando da Roma.

Avrebbe atteso nei piani alti, nelle campagne, dove l’ultima scossa di terremoto aveva provocato meno danni e nelle località dove erano stati costruiti ripari provvisori dai sopravvissuti. I soccorsi non erano mai arrivati. Non c’erano uomini a sufficienza per intervenire nei tanti paesi colpiti e nelle tante aree in cui si verificavano frequentemente catastrofi naturali. Migliaia di militari erano impegnati nel mondo per sostenere le guerre che dovevano impedire che i terroristi adoperassero le bombe. Mio paese di rovine, mio mondo di rovine. Cominciò a ricordare volti e nomi. Fece un rapido inventario delle persone perdute. Fu tentato di cominciare a scavare. Con le mani. Ebbe l’idea di salvare almeno oggetti, tracce, segni del mondo scomparso. Si trovò a prendere un CD e un libro resistiti al crollo e alle piogge e agli incendi seguiti ai terremoti. Li conservò come se dovessero essere degli oggetti sacri che qualcuno avrebbe adoperato per la ricostruzione del paese.

Era tornato, allora. Il paese non era più quello della sua infanzia, ma era il luogo in cui si sentiva a casa. Per anni aveva pensato di essere andato via per sempre e di avere risolto il rapporto col paese con i suoi ritorni estivi o per le feste, con le sue improvvisate e telefonate o agli amici, ed invece alla fine, superati i cinquant’anni, aveva deciso che quello era un posto buono, centrale, vivibile per spostarsi nel mondo. Il mondo era ormai sempre più un «picciol loco», come gli studiosi del passato, chiamavano il suo paese, fatto di tanti vasti luoghi che si assomigliavano tutti. Le metropoli erano ormai troppo grandi, troppo estese, troppo nuove, troppo tutto, per poter trovare la dimensione di calma e la giusta concentrazione di cui aveva bisogno. I paesi, come quello da cui era partito, avevano conosciuto nel primo ventennio del nuovo secolo, grandi difficoltà, erano a rischio abbandono e spopolamento. I giovani non volevano partire, ma una grande improvvisa crisi economica spingeva nelle città. Gli emigrati non tornavano più. Gli studenti che andavano in città all’università tornavano soltanto poche volte all’anno e poi allentavano sempre più i legami. Come aveva fatto lui. La crisi non era, però, contingente, ma come dicevano ormai gli economisti, come ormai ammettevano i governanti, strutturale, sarebbe durata a lungo o per meglio dire per sempre. Il cinquantennio di benessere dell’Occidente era finito per sempre. Bisognava inventare nuovi modelli e nuovi stili di vita. Milioni di giovani non avevano più un lavoro. La sua era la seconda generazione senza un’idea del futuro. Senza attese e, quasi, senza speranze. Un presente che non poteva essere eterno perché si reggeva molto sulle eredità del passato. Mondi come India e Cina acquistavano una centralità che trasformava l’Europa e l’America in una sorta di mondo periferico, il cui benessere era sempre precario, mantenuto soltanto con grandi tensioni sociali e con una progressiva perdita di libertà individuali e collettive. La genetica e la tecnica aprivano nuove possibilità, nuove speranze e nuovi sogni, ma erano soltanto disponibili a pochi, erano teoriche. Le città dovevano fare il conto con difficoltà nell’approvvigionamento, le tensioni negli slums, i continui mutamenti di clima. Il suo paese che si stava svuotando, come altri, improvvisamente divenne un luogo di salvezza. Dalle città dove la gente perdeva il lavoro lentamente tornava e ripopolava le vecchie e abbandonate case, cercava di ricordare antiche forme di produzione. Le campagne, le periferie, i paesi in abbandono conoscevano, invece, una nuova vitalità. I locali erano sostenuti nelle nuove imprese da diecine di famiglie di immigrati. Ai tempi della sua infanzia su mille cinquecento abitanti c’erano circa cento stranieri. Adesso erano la metà della popolazione. Le case erano piene come ai tempi dell’infanzia di suo padre. Sorgevano botteghe artigianali, piccoli punti vendite, iniziative legate al turismo. Non era il paradiso, ma quelli che abitavano ormai si ritenevano fortunati e pensavano di avere una migliore qualità della vita. Le reti virtuali ti collegavano al mondo. Il paese era ormai un mondo.

Attraversò la piazza che era piena di gente. Riconobbe qualcuno, ma non si fermò. Fece dei gesti di saluto con la mano, dei cenni che corrispondevano a un ci vediamo dopo.Parcheggiò la macchina nel garage dietro l’orto. Suonò al portone. La vecchia zia, che viveva con la cugina e il marito, la abbracciò commossa. Salì la scala che lo portava al piano di sopra a casa sua. Sua madre era sulla porta e non riusciva a mantenere la sua gioia. Si diresse nella sua camera. Non era cambiato nulla. Con cautela si avvicino nella stanza matrimoniale dove l’anziano padre, ormai era vicino a cento, era seduto in una poltrona. Era la stessa stanza in cui il padre era nato. Lo abbracciò. Il padre lo guardò come arrivando da un mondo lontano e gli chiese: «Hai visto Stefo mio?». Non lo aveva riconosciuto, ma lo cercava. Era stato lucido e presente fino ai novanta, ma adesso perdeva lentamente memoria e non riconosceva le persone. Chiacchierò con la madre. Le diede buone notizie della sorella che viveva a Roma col marito e due figlie e che tornava spesso in paese a trovare la mamma che viaggiava verso gli ottanta anni. Bevvero un caffè, mentre chiedeva notizie degli zii, dei nonni, dei cugini che vivevano in paese o in altre parti d’Italia. Non vedeva l’ora di andare nella campagna che i nonni avevano tenuta viva e produttiva anche nel periodo dello svuotamento e dove adesso erano tornati i due zii da Bologna con le rispettive mogli. I cugini e le cugine erano rimasti fuori, nel luogo in cui erano nati, ma qualcuno meditava un “ritorno” nel paese dei nonni. Stefo inserì nello stereo antico una canzone di quando era bambino e voleva fare il dj. Si guardò nel vecchio specchio del nonno: ormai sembrava suo padre ed ebbe come l’impressione che il vero padre seduto sul divano attendesse per vedere compiuta la trasformazione. Vide che qualcosa era cambiato nella sua stanza. C’erano il computer, i CD, un mobile capiente con quaderni che il padre aveva affidato alla madre per lui. Provò una grande commozione. Si mise seduto sul divano. Aprì un quaderno del 2010, l’anno in cui era ossessionato dalla fine del mondo. Cominciò a sfogliare e a leggere. Si fermo su due paginette fitte che portavano la data 10 agosto 2010.


«S. Lorenzo. Un tempo andavo a vedere le stelle, la volta celeste, il cielo notturno luminoso. Non ci vado da anni. Stasera lo propongo a Stefo e a Cate. Anno terribile. Venti e più morti in paese e d’estate. Sono diventato quasi un ultimo abitante. Dobbiamo accompagnare il nostro destino. Non so cosa rispondere a Stefo quando mi chiede del 2012. Gli racconto che sono stato invitato a un Convegno di fantantropologia e cerco di spiegargli qualcosa. Finalmente all’antropologia si concede la fantasia, l’arte, l’invenzione, l’immedesimazione, l’intuizione. Magari la leggerezza e l’allegria desuete in tante ricerche e in tante pesanti scritture. Si interrogava sul proprio senso e sul proprio destino in un mondo che diventava sempre altro. Dopo decenni di oggettività e di retoriche scientiste. Quale sarà l’antropologia nel 2049? Una disciplina di un sapere frammentato in una nuova epoca medievale? O scoprirà definitivamente una vocazione critica, narrativa, dialogica? Un nuovo modo di guardarci e di considerare noi e l’altro? Ci sarà ancora l’uomo nel 2049? E se esiterà ancora il mondo non sarà in presenza radicalmente nuovo, non sarà abitato da un uomo diverso dall’uomo sapiens o appartenente a una nuova “primitività”? Questi luoghi come saranno: vuoti, pieni, in abbandono, devastati? L’antropologia è stata storia di un rapporto con gli altri lontani da noi, poi gli altri sono venuti da noi, noi siamo diventati gli altri e abbiamo posto di trovare l’altro che è in noi. Quale antropologia possiamo immaginare se il noi racconterà un’umanità diversa da quelle finora conosciute?

Le previsioni e le profezie hanno il dono di essere smentite, di non avverarsi. Gli studiosi si basano sempre sull’individuazione e sulle proiezioni di un dato, di un elemento isolato, astratto da contesti e relazioni le più diverse. Le “proiezioni” non tengono conto, se non in parte, di altre mille variabili, di casi, di incidenti imprevisti, di catastrofi. Effetto serra, variazioni climatiche, asteroidi, siccità, i 3/4 dell’umanità potrebbero abitare un universo di cemento-acciaio-vetro-baracche, la desertificazione o anche eventi positivi (annunciati dalla genetica, dalla medicina) non potrebbero modificare queste previsioni? La fine del mondo già avvenuta, la catastrofe in corso, l’apocalisse segnalata da Jean Baudrillard e da eventi come il crollo delle Torri Gemelle non trovano posto nei calcoli degli scienziati. Previsioni apocalittiche parlano di una non lontana fuga di massa dalle città e di un ritorno nelle campagne e nei piccoli centri, dove ancora si troverebbero risorse e saperi per sopravvivere. Il problema sarà quello dell’abitare, dello stare nei nuovi luoghi. Il restare, come forma di nuovo appaesamento?».


“Il Quotidiano della Calabria”, domenica 15 gennaio 2012, pp. 15-17