Mie rovine di paese 2/2

Stefo sorrise a questa grande bugia del padre: quella di essere rimasto. In realtà nessuno più di suo padre aveva il senso della lontananza e dell’altrove. Era ossessionato dalla fine del suo mondo, ma era curioso della nascita di nuovi mondi. Chiuse il quaderno. Pensò che avrebbe avuto di che fare in paese: avrebbe sistemato gli appunti e le carte del padre. Le foto. Gli studi delle nuvole: rosse, a pecorella, bianche, luminose, sul campanile della chiesa, sopra il Fellà, all’orizzonte, in prossimità dello stretto. In tutte le ore del giorno e in tutti i mesi dell’anno. Si affacciò: le nuvole passeggiavano come quelle che piacevano a suo padre. Andò a dirglielo. Il vecchio sembrò capire e lo guardò come se lo avesse riconosciuto. Gli parve di scorgere un sorriso sul volto del padre che stava silenzioso e gli richiese: «Hai visto mio figlio Stefo?».

Stefo si trovò a fissare il paese in maniera intensa e muta. Come in trance. Per lunghi attimi non ricordò dove fosse, come gli capitava con il sonno pomeridiano dell’estate afosa quando era giovane. Aveva sognato o aveva pensato? Aveva avuto delle visioni? Aveva mescolato i suoi sentimenti con i sogni, le paure, le utopie del padre? Doveva arrivare alla chiesetta Santa Maria, se esisteva ancora, e bagnarsi il volto con l’acqua gelida e morbida. Svegliarsi. Il paese non era morto, ma non era nemmeno quello pieno e gioioso dell’ultima visione. Molte immagini si abbracciavano e racchiudevano tanti spicchi di verità che avevano dato origine a qualcosa di profondamente nuovo, impensabile, impensato. Decise che era l’ora di mettere in pratica l’arte della dimenticanza. Per i ricordi ci sarebbe stato tempo. Parcheggiò la macchina, la chiuse. Nessuno l’avrebbe toccata. Si mise a camminare. C’era tanta strada da percorrere. C’era tanto da fare.

“Il Quotidiano della Calabria”, domenica 15 gennaio 2012, pp. 15-17