Alfonsina Bellio. Benedetta sia la scrittura! Vito Teti torna a parlare di Sud.

« Sono arrivati i sudici »: è il 18 febbraio 1861, sta per iniziare la prima riunione del parlamento del Regno d'Italia, e con questa espressione un parlamentare del Nord avrebbe apostrofato i suoi colleghi meridionali. Pur nell'alone leggendario che avvolge questo frammento di storia, sembra comunque di ascoltare altre voci parlare di altri uomini, in un'eco funesta che rimbalza continuamente da un'epoca all'altra, anche in tempi molto vicini a noi: cambiano i volti, cambiano i colori, permane la miopia del pregiudizio. 

L'ultima fatica editoriale di Vito Teti ripercorre, come in un'epopea rovesciata, il lungo processo di costruzione di un pregiudizio, quello che ha segnato come un bollo di infamia intere popolazioni di quell'area geografica che, ancora con un'invenzione culturale, si definisce Sud Italia o Meridione.

Teti narra del suo patriottismo di bambino degli anni Cinquanta, modellato sugli eroi del libro Cuore e della Juventus, alimentato dai programmi di una televisione che allora fu determinante per l'alfabetizzazione delle masse e l'unificazione linguistica. E, in quello stile rigorosamente documentario e insieme squisitamente narrativo e autobiografico che ha fatto apprezzare i suoi libri fin da "Le strade di casa" e "Il paese e l'ombra", ci porta per cerchi concentrici dalla ruga, al paese, al Paese. Il paese è qui quel microcosmo che le storie e le diverse percezioni hanno finito spesso per contrapporre a un Paese macrocosmo che diventava "altro", pur restando patria. 

« Soltanto più tardi avrei saputo come in realtà ero italiano, sì, ma un po' minore, abitante di un'Italia minore, marginale, maltrattata». Soltanto dopo tante partenze e altrettanti ritorni, che anche qui caratterizzano quella percezione ossimorica del sé che impregna tutto il percorso intellettuale e umano dell'autore, costantemente in bilico tra il « sentirsi radicato e sradicato ».

Uomo di un Sud vissuto sulla pelle senza sconti, percorso in ogni angolo remoto, amato e odiato come si può amare e odiare il paese e il padre, Teti dà corpo, colore e sonorità a una scrittura capace di affrescare grandi immagini corali, che a tratti parrebbe evocare il romanticismo civile di un Eugène Delacroix o il realismo militante di un Ernesto Treccani. Ma attenzione: resterebbe di certo deluso chi cercasse nelle pagine di questa o altre opere dell'antropologo calabrese un'accondiscendenza, seppur accennata o velata, verso quei movimenti fondati su un meridionalismo fatto di lamentele, separatezze, senso di inferiorità alternato a dichiarazioni di superiorità e deliri di onnipotenza da cui, come Teti ama sottolineare, « proprio i grandi meridionalisti erano lontani ». Come forte è, al contrario, la denuncia di quegli atteggiamenti e comportamenti che ancora oggi alimentano l'immagine di un Sud ozioso, sudicio e indolente, il riferimento esplicito a quell'umanità sradicata dalla civiltà contadina che si è trasformata, a partire dagli anni Settanta, anche per l'azione erosiva di una miriade di faccendieri e consulenti che hanno nutrito una forma di assistenzialismo malato e paralizzante, facendo dell' « invalidità » un valore in un'economia e in una cultura del parassitismo. « La maledizione continua ad avverarsi e i meridionali non riescono ad uscire dalle trappole che sono state loro create o che si sono creati ».



Maledetto Sud, uscito in questo mese di ottobre presso Einaudi è sociologia, storia e antropologia del processo di costruzione di un pregiudizio, dell'esclusione e marginalizzazione progressiva delle popolazioni meridionali, ma è nello stesso tempo atto di impegno e denuncia, esortazione a riconoscere i meccanismi autoinvalidanti, a mantenere la lucidità sia di fronte all'atteggiamento comodo del rinunciatario che verso l'autocommiserazione di chi rimane intrappolato nel planctus delle antiche glorie defraudate, pur continuando a smascherare i cliché che lo sguardo esterno proietta su uomini e luoghi. E allora benedetta sia la scrittura, questa scrittura, sguardo che si fa parola, che sa argomentare, perorare, scuotere, chiarire, serbando sempre una dimensione poetica e intima che chiama in causa tutti, uno per uno, senza possibilità di nascondersi dietro slogan ridondanti o manifesti inutili.

Alfonsina Bellio