La bellezza del calcio e la banalità del tifo

Non vedevo l’ora che iniziassero i mondiali. Non ho visto l’ora che terminassero. Amo profondamente il calcio e capisco le sue valenze spettacolari e mediatiche, e tuttavia cominciavo ad avere una crisi di rigetto, a subire una pericolosa assuefazione, constatando quanto sia labile la “linea d’ombra” che separa la bellezza del calcio dalla banalità del tifo, la magia del pallone dalla magia mediatica. Ho seguito, quasi tutte le partite, con attenzione e coinvolgimento: 64 partite e 32 giorni (escludendo preparativi ed attese) costituiscono un evento esaltante, unico, irripetibile, ma anche un periodo di “narcosi”, di “anestesia”. Mi venivano in mente narratori come Osvaldo Soriano e Sandro Onofri, maestri nel raccontare la dimensione sociale, popolare, ludica, “evasiva”, ma anche identitaria, epica ed eroica del pallone: la magia di farci tornare bambini e di farci sognare. Altre storie. Le interminabili chiacchiere televisive, le aperture dei telegiornali con le domande al polpo Paul e ai polpi Costanzo e Galeazzi (una prova generale per il modello Minzolini?), hanno attutito il piacere di guardare le partite, peraltro poco esaltanti. La metafisica delle vuvuzelas o le teorie meccaniche su Jubulani, il folklorismo magico-religioso alla Maradona: la globalizzazione del magismo arcaico e postmoderno e la rinuncia alla “razionalità”.


Si può “prevedere” il futuro? E il “tempo” potrà essere osservato con la contemporaneità di passato, presente e futuro? Forse, ma queste prospettive hanno a che fare con la scienza e non con la superstizione. Mi sono simpatici gli scaramantici spargitori di sale, quelli che toccano ferro e parti delicate, chi fa le corna o si affida ai propri piccoli rituali, ma ritengo questo “folklore” come elemento del gioco, del divertimento, dello stare assieme. E’ improbabile che la “mano di Dio” possa occuparsi di Maradona o di Suarez.

E poi sarebbe bello, davvero, conoscere il futuro? Vi immaginate se avessimo saputo, in anticipo, che Rubben si sarebbe fumato clamorosamente il gol della probabile vittoria e che Iniesta avrebbe segnato a pochissimi minuti dalla fine, quando ormai tutti attendavamo i rigori? Se il gioco è metafora dell’imprevedibilità della vita, se è legato al caso, alla fortuna, agli incidenti, agli accidenti, perché pretendiamo di prevederne gli esiti?

Le vie e le indecisioni del tifo, quando non è gioco la propria nazionale o la propria squadra di Club, sono infinite. Mi sono seduto, pertanto, abbastanza disincantato, incerto se vedere la finale. Ho ammirato lo spettacolo, i balli e i canti, ho guardato con commozione Mandela e, poi, prima della partita Fabio Cannavaro che, con passo elegante e incerto, consegnava la coppa. Passa la gloria del mondo. Osannato Cannavaro nel 2006, adesso è considerato quasi volontario autore della sconfitta. Forse dovremmo adottare uno sguardo più pacato e giudicare a distanza. Forse più che alla disfatta di quest’anno, dovremmo pensare al miracolo dei mondiali precedenti. Credo che ricorderemo e valorizzeremo la vittoria del 2006 e tenderemo a dimenticare e a giustificare l’eliminazione di quest’anno. Attendevo il responso del campo, onore al merito, ma col passare dei minuti mi infastidiva il gioco duro e falloso dei tulipani. Non erano i tulipani della mia giovinezza. Loro non facevano toccare la palla, questi debbono spezzare il gioco, magari le gambe. L’arbitro non controlla la partita e compie errori clamorosi. Non è una bella finale. Le finali sono bruttissime. Sbaglia Robben e, forse, c’è l’intervento di Eupalla che non avrebbe tollerato la vittoria di una squadra così brutta.

La nazionale spagnola ha avuto capacità di coniugare programmazione, valorizzazione dei talenti giovani, scelta di un blocco e apertura al calcio internazionale. Sette giocatori in campo militano nel Barcellona, la squadra più vincente in questi anni, che ha inventato Messi e investito sui bambini e i giovanissimi. L’Italia è lontana da questa impostazione. L’Inter non ha fornito un calciatore alla nazionale e il blocco di Lippi è stato quello di una squadra di infortunati e campioni al tramonto. Sneijder, dopo la partita contro l’Uraguay, ha detto che la sua gioia è immensa, indescrivibile, nemmeno paragonabile a quella provata in occasione di vittorie con i Club. Julio Cesar e Maicon hanno parlato di un dolore immenso, di una sorta di disgrazia personale, familiare e collettiva, di un qualcosa che non hanno mai vissuto con le loro squadre. I nostri miliardari e spendaccioni presidenti non sono stimolati dalle struggenti sensazioni ed emozioni dei “loro” campioni? Non sentono il bisogno di imboccare vie diverse e non hanno l’ambizione di vedere vincere la nazionale italiana con calciatori formati nei loro Club?

Partecipo alla “Fiesta” del bravo e pacato Del Bosque, di Iniesta e Casillas, dei miei amici spagnoli, citando Javier Màrias, il grande scrittore spagnolo, che domenica su “La Repubblica” scrive:

«Chi snobba il calcio e lo vede come una cosa di “orde” sembra non essersi soffermato molto a riflettere sull’allegria o sulla tristezza disinteressate che il calcio suscita in milioni di persone contemporaneamente. Che una squadra vinca o perda non ci cambierà la vita: chi sta male e chi è felice non vedrà la propria felicità essenziale intaccata da una sconfitta. Nessuno diventerà più ricco o più povero, nessuno diventerà disoccupato o smetterà di esserlo, ma non sono molte le occasioni nelle quali le persone saltano di gioia o chinano la testa come malinconia e dignità tutte allo stesso tempo. L’effetto della vittoria o della sconfitta non è duraturo, diciamo che svanisce dopo quarantotto ore, più o meno come l’effetto della visione di un grande film, o la lettura di uno stupefacente romanzo o l’ascolto di una musica sorprendente o la contemplazione di un quadro che turba. Nemmeno l’arte cambia qualcosa della nostra vita personale. …».

Il calcio appare come una “seconda vita” della gente, una vita quasi “parallela” a quella ordinaria. Il calcio, da questo punto di vista, assume una sorta di dimensione carnevalesca, “trasgressiva”, “oppositiva”, gioiosa. Michail Bachtin vedeva sempre trasferirsi “altrove”, rinnovandosi, lo “spirito carnevalesco”. Il Carnevale tradizionale (che non ha nulla a che fare con le “carnevalate” della nostra società e della nostra politica) ci ricorda che le “due vite” non erano separate, spesso si confondevano. Le metafore o i simboli sono efficaci, ma non vanno confusi con la realtà che rappresentano, anche se sono dotati di una loro “realtà”. Il calcio racconta la vita, ma non è la vita. Bisogna fare attenzione a chi lo scambia con la vita. La violenza negli stadi non avviene anche perché il gioco erode la metafora e il calcio diventa un sostitutivo, un surrogato, una fuga dalla vita?

La Spagna, attanagliata dalla crisi, con tensioni autonomiste, si ritrova unita grazie ai suoi campioni. Da Madrid a Barcellona, da Bilbao, a Siviglia, si urla un prima impensabile “Evviva Spagna”. Ma in Sud Africa vengono registrate le prime aggressioni ed espulsioni xenofobe e, dopo il pianto di rabbia o di commozione dei campioni ritorna quello più vero, amaro, dei bambini senza pallone, senza cibo, senza acqua.

La vittoria, anche quando concorre alla costruzione di un nuovo gioioso senso di sé (i cui risvolti possono essere anche negativi come quando si affermano i “noi”), non risolve i problemi. Li fa vedere con un altro occhio. Un’affermazione della nazionale italiana avrebbe facilitato il compito di Berlusconi nell’opera di devastazione della Costituzione o avrebbe contrastato la politica separatista della Lega? Ci attendono altre difficoltose partite e, purtroppo, non abbiamo le “nazionali” adatte per giocarle con Pd e sinistre appaiono più fuse e confuse della nazionale di Lippi. Torneremo a vincere quando non avremo più le “cricche” al potere e quando nel calcio, come nella società, nei partiti, nelle istituzioni, saranno aperte le strade ai giovani e ai figli degli immigrati? Ahimè, il campionato mondiale suscita anche strani sogni! Un’altra politica, un’altra Italia, un’altra nazionale? Avremmo, davvero, bisogno della “mano di Dio”. Che bello! Sono finiti i mondiali. Non ne potevo più. A proposito, quando cominciano le qualificazioni per gli europei, le partite estive e il campionato? Che noia, che tristezza, la vita senza calcio!

“Il Quotidiano della Calabria”, 14 luglio 2010