Recensioni e Segnalazioni - Itaca: Se la scelta è restare

L'ITALIA NON E' UN PAESE PER GIOVANI?

Corrado Alvaro fece l'elogio della "restanza" da çontrapporre alla foga dell'erranza. Anche restare può essere un'avventura decisiva.
Vito Teti, antropologo, lo scrive nel suo Pietre di pane.


Riflessioni - Identità, Retorica e Persuasione.

Se la "calabresità" diventa slogan, rivendicazioni sterili e artifici per non fare i conti con se stessi.



Quotidiano del Sud, 29 dicembre 2014



Fotografie - "visioni" magico-telluriche.

Carissimi,

mi sembrano troppe belle queste "visioni" magico-telluriche, inquiete, di fine anno per non inviarvele, pensandovi con grande affetto.

Un abbraccio caro e un Bel 2015.


Dal balcone 28 dicembre ore 7.00


Dal balcone Verso l'Etna 28 dicembre ore 17.00

Dal balcone Verso l'Etna 28 dicembre ore 17.00

Dal balcone verso lo Stretto 28 dicimbre ore 7.30

Appuntamenti Incontri Presentazioni - Filadelfia (VV): presentazione di Maledetto Sud

28 dicembre 2014
ore 17.00
Auditorium Comunale di Filadelfia

Presentazione di
Maledetto Sud
di Vito Teti

Con i canti di mia madre Buon Natale e un bel 2015

Il campanile del paese
Pace e Serenità e Bellezza
Non so dire meglio di quello che dicono i canti che ci ha donato mia madre (Caterina Iozzo, nata nel 1913, che ha appreso da sua nonna e da sua mamma e che ha trasmesso a me e a mia sorella e ai rispettivi figli).

 
La cona di Dorico

C'era una volta lo spaventapasseri

La testa tra le nuvole

Nuvole basse
  

Viaggio attorno alla mia camera

O caru Gesù miu
O caru Gesù miu
Quantu ni amasti
De Cielu nterra scindire volisti
De vigilanti furu li pastura
Chi si pigghiaru l’agnellu alli mani
Cumincano a lodare tutti quanti
Ed a sonare cu’ li soe strumente
Poe vinne l’ura de lu battezzare
A lu chiumi Giordanu ti nde jisti
Nostro San Gianni fude lu cumpare
L’Angeli tutti jà si nde scindiru
A Bettelemme ti depositasti
La dimuranza tua jà la facisti.


Nuvole basse
Bombineju de jocu avanti
Bombineju de jocu avanti
Venitinde alla casa mia
Ca ti conzu nu letticeju
Pe’ sta povera anima mia
Anima mia no’ stare cunfusa
Cà Gesù ti vole pe’ spusa
E ti vole e ti cuverna
E ti la duna la Gloria Eterna.

Tramonto di dicembre


Si partiru li tri Re magi
Si partiru li tri Re magi
De la parti de l’Oriente
Una stella li guidau
Bettelemme li trasiu
Quandu furu avanti la Grutta
Tutti tri si ndinocchiaru
E de oro argentu finu
Rugalaru a Gesù Bambinu
E tu Bambinu nasci
No pannizzi e nente fasci
Mancu focu pe’ scarfà
Fa la ninna la ninna dò
All’una de mezzanotte
Nesciu l’Angelu a Parrà
Pe’ mu avvisa li Pastura
C’avia nesciutu lu Redentoore
Gesu meo Gesu meo
Vero omo e vero Deo
Chiju sangu chi spargisti
Arricordati di me.
Tra due mari

Bombineju vattinde alla scola
Bombineju vattinde alla scola
Ca tua mamma la missa ti sona
Ti la sona cantata cantata

Lu Bombineju de l’Addolorata.
La testa nel cielo

Mettersi in viaggio

Dov’è finita l’antropologia? ViaPo lo ha chiesto a Vito Teti


di MARIATERESA GALATI



Prof. Teti, dal suo punto di osservazione, il Sud e l’università della Calabria, dove insegna Antropologia culturale e svolge attività di ricerca, ma anche un rapporto intenso con giornali ed editori nazionali, in che senso si può parlare di “crisi dell’antropologia”, come si sente dire da più parti?
Mi trovo spesso a dovere rispondere alle persone che mi chiedono, oltre ad insegnare e a “lavorare” all’Università, dove insegno per l’appunto Antropologia Culturale, in che cosa consista oggi la ricerca antropologica, quale sia il senso dell’antropologia, intesa come discorso sull’uomo e sulle culture, in fondo quali sono le ragioni personali e culturali del mio “mestiere”. Le risposte possibili sono tante e spesso più che legate a teorie, metodologie, interpretazioni della ricerca etnografica e dell’antropologia, abbiano molto a che fare con il rapporto che ognuno di noi ha con se stesso e con gli altri, con la capacità di entrare in dialogo con il mondo e i suoi abitanti, lontani e vicini, di mettersi in discussione e di conoscersi attraverso l’altro.
Forse più che l’antropologia è in crisi una certa idea dell’antropologia, quella che per lungo tempo ha privilegiato la ricerca in luoghi lontani ed estremi e che ha avuto la “presunzione” di presentarsi come disciplina scientifica, affermando un’oggettività che ormai hanno rifiutato anche le scienze esatte, quelle, comunemente, definite “scientifiche”.

Lorenzo Calogero: il silenzio degli editori e la critica imbelle. Vito Teti: “Nei quaderni del poeta l’antropologia dell’ecoappartenenza…”

di Chiara Fera

Per il recupero dei quaderni (804) di uno dei più grandi poeti del Novecento, Lorenzo Calogero (Melicuccà, 28 maggio 1910 – Melicuccà, 25 marzo 1961), ha svolto un ruolo decisivo con la sua Università (Arcavacata) il prof. Vito Teti: antropologo dalle innumerevoli e prestigiose pubblicazioni (sua è l’introduzione a Un paese e altri scritti giovanili di Corrado Alvaro di recente pubblicato da Donzelli) e scrittore (con Il patriota e la maestra edito da Quodlibet s’è aggiudicato la VII edizione del Premio letterario nazionale Tropea).

In occasione di un’importante iniziativa in cui s’è tornato a parlare del poeta di Melicuccà ( si è svolta il 29 novembre a Cittanova ed è stata promossa dall’associazione Sykea in partenariato con l’agenzia Galbatir col patrocinio del Dipartimento di studi umanistici dell’Università della Calabria in collaborazione con il Liceo “V. Gerace”) al professor Teti abbiamo chiesto di soffermarsi su alcuni punti caldi del “caso Calogero”.

Il Ricordo: il Sen. Antonino Murmura

Il piacere e il dolore di sentirsi cittadino Vibonese.

di Vito Teti

La scomparsa di Antonino Murmura mi addolora e mi rattrista non poco. Non soltanto per i legami amicali e di stima che, negli ultimi tempi, avevano contraddistinto i nostri occasionali o cercati rapporti, ma perché Murmura lascia un “vuoto” in un territorio e una provincia che, negli ultimi anni, si sono andati sempre più degradati a livello demografico, economico, civile, culturale, politico. Ricordare Murmura, figura politica e pubblica più importante della seconda metà del Novecento, significa, per quelli della mia generazione che hanno consumato in questi luoghi passioni ed azioni culturali, civili e politiche, in qualche modo fare una sorta di outing, guardare anche dentro se stessi e nelle vicende politiche di un territorio che Murmura ha quasi incarnato, con i suoi pregi e anche con le contraddizioni e i limiti propri della geopolitica e, vorrei dire, della geoantropologia di questi luoghi. Murmura, per la generazione del sessantotto, costituisce uno specchio, un’immagine, una figura con la quale è bene fare i conti, nel ricordarlo, in maniera sincera e non rituale, senza le liturgie di maniera, che, da persona intelligente quale era, non avrebbe gradito e lo avrebbero fatto sorridere.

Reggio: l’11 dicembre ReggioNonTace incontra il Prof. Vito Teti

Ecco,

io e te, Meridione,
dobbiamo parlarci una volta,
ragionare davvero con calma,
da soli,
senza raccontarci fantasie
sulle nostre contrade.
Noi dobbiamo deciderci
con questo cuore troppo cantastorie.
Franco Costabile



Di seguito la nota dell’organizzazione: Alla fine di un anno, mentre tanti sono occupati a fare bilanci o a programmare un futuro più roseo, qualcuno prende l’impegno di continuare a camminare giorno dopo giorno, nella consapevolezza che stare dalla parte di chi soffre per l’ingiustizia è il compito che abbiamo nei tempi della crisi. Per l’incontro di dicembre, il movimento ReggioNonTace fa una proposta a tutti coloro che hanno questo desiderio di ri-considerare la propria vita e capirsi per decidere di scegliere la strada più autentica dell’andare nella profondità dei problemi non per risolverli, ma deponendo le armi che colonialismo, capitalismo e globalizzazione usano per mettere in atto le loro macchinazioni.

Vito Teti: “C’è Calabria e Calabria, ma spesso facciamo di tutto per confermare pregiudizi"

di Valeria Guarniera

"Abitare nei luoghi non è un fatto gratuito, non è una concessione, è una scommessa, è un impegno". Ordinario di etnologia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università della Calabria, dove ha fondato e dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, Vito Teti alla sua Calabria – che ama e conosce profondamente - non fa sconti. Nel tentativo di smontare i luoghi comuni che appiattiscono questo "Maledetto Sud" ha comunque uno sguardo critico ed esorta, prima di tutto, ad una presa di coscienza perché a confermare quei pregiudizi, a rafforzare quegli stereotipi sono stati spesso proprio i calabresi, "mostrandosi essi stessi maledetti, con un atteggiamento apatico, retorico, lacrimevole", attraverso un arroccamento identitario sterile e immobile: "Dobbiamo raccontarci e assumerci noi le verità scomode, anziché negarle o farcele rinfacciare dagli altri". Parla di identità, tradizione, memoria: termini che devono essere adoperati – e vissuti – in maniera dinamica, proiettata al movimento, al cambiamento. E poi partire, restare, tornare. Scelte o condizioni imposte dalla vita che comunque devono assumere un senso etico, lontano dall'indifferenza o dall'immobilismo, perché – ne è convinto il professore - è importante muoversi pur restando fermi"


Un paese ed altri scritti giovanili (1911-1916) è una raccolta di scritti inediti di Corrado Alvaro – che lei stesso ha scoperto - appena pubblicata da Donzelli. Di Corrado Alvaro si parla spesso ed è indubbiamente un autore importantissimo che a suo dire è più citato (a volte anche malamente) che studiato...
Purtroppo in Calabria non si legge tantissimo, e questo è un dato generalizzato. Nelle scuole forse non si trova il tempo per "iniziare" i ragazzi alla lettura di Alvaro. E poi forse risente di una sorta di marginalizzazione di autore regionale, mentre sappiamo benissimo che Alvaro in realtà è stato uno scrittore europeo. Quindi diciamo che i fattori sono diversi, ma al primo posto metterei che purtroppo non siamo un popolo di lettori. Io ho un'esperienza didattica abbastanza significativa da questo punto di vista: faccio una domanda agli studenti del primo anno per capire quanti di loro abbiano letto Alvaro e devo dire che sono pochi a sapere davvero chi sia. Vedo poi che, specie tra un certo ceto politico e anche tra certi operatori della cultura, il riferimento ad Alvaro è spesso rituale, liturgico ma non convinto e ancora meno frutto di uno studio attento delle sue opere. Questa antologia di scritti inediti rappresenta un vero scoop letterario, un avvenimento inatteso: miracolosamente sono venute fuori queste carte, note, poesie che erano state custodite da un compagno di Liceo al Galluppi di Catanzaro – Domenico Lico – con cui Alvaro aveva fraternizzato. Si tratta di prime prove d'autore in cui si vede già la vocazione, la passione di un Alvaro poeta, già molto colto, con delle solide letture alle spalle, con una buona conoscenza del greco e del latino. Dalla testimonianza di Lico viene fuori un giovane leader politico in prima fila negli scioperi contro l'Austria. Un Alvaro irredentista, repubblicano. E anche un Alvaro conferenziere, che già a 16/17 anni, entra nelle elite intellettuali catanzaresi.

Definisce il Sud come "luogo di ossimoro" ricco di contrasti climatici, storici, sociali, produttivi. "Le regioni del Sud – scrive – presentano profonde differenze. Eppure tutto viene artificiosamente unificato".
Si. In genere si fa nascere la marginalizzazione e la differenza Nord/Sud con l'unificazione nazionale. In realtà con l'unificazione nazionale viene creata e inventata una questione meridionale. Però questa nasce attraverso un'operazione di unificazione di regioni e di realtà diverse, che prima venivano percepite separatamente. Realtà che avevano delle loro specificità, e che dopo vengono unificate nel blocco geografico, amministrativo, culturale Meridione/Mezzogiorno. Un modo per ridurre ad unità qualcosa che si presentava con una varietà e con una ricchezza da quel momento sostanzialmente ignorate.

Ha definito il suo ultimo saggio – Maledetto Sud – come "un urlo di dolore e amore, di rabbia e delusione" e, tra le pagine, c'è il tentativo di smontare i luoghi comuni dei pregiudizi che segnano il Sud: "Dobbiamo raccontarci e assumerci noi le verità scomode, anziché negarle o farcele rinfacciare dagli altri". Prima di tutto, dunque, una presa di coscienza...
Già ne "La razza Maledetta" decostruisco i paradigmi razzisti, antimeridionali. Tutti pregiudizi che – vorrei sottolineare – sono precedenti all'unificazione: per esempio, si dicevano dei calabresi delle cose pessime nella stessa Napoli nel '700. L'antropologia del post Unità non fa altro che adattare al nuovo paradigma scientifico della razza stereotipi e pregiudizi che erano comunque preesistenti. E' importante capire come queste immagini siano spesso la proiezione di uno sguardo esterno interessato, distorto, errato e di come in realtà agisca un pregiudizio forte nei confronti della Calabria e di tutto il Sud Italia. Ciò detto però il problema che io ho individuato nell'ultimo periodo è che certe volte i meridionali – e quindi i calabresi – hanno fatto di tutto per confermare questi pregiudizi, hanno concorso al rafforzamento dello stereotipo quasi volendo dare ragione a chi aveva individuato in queste terre dei luoghi maledetti, mostrandosi essi stessi maledetti, con un atteggiamento apatico, retorico, lacrimevole che non significa elaborazione di culture o risposta con l'azione a quello che è il pregiudizio. I pregiudizi sono nocivi, dannosi, orribili fino ad arrivare al razzismo ma la risposta non può essere affidata a una reazione difensiva ad oltranza, non può consistere in un arroccamento identitario. Se qualcuno ci definisce 'ndranghetisti, la risposta non può essere "non esiste la 'ndrangheta". La 'ndrangheta esiste, và capita nelle sue ramificazioni, nelle sue origini, nelle sue "ragioni" economiche, sociali, culturali, nel nome delle devastazioni che ha compiuto. Negare l'evidenza nel nome di un arroccamento identitario perché gli altri parlano male di noi lo trovo totalmente sbagliato. E d'altra parte rispetto a questo atteggiamento, che poi sfocia in una sorta di calabresità di maniera retorica edulcorata, forse bisogna cercare di elaborare un concetto di identità aperta, plurale, dinamica.

Recentemente ha detto: "Il termine identità mi mette in allarme, sento odore di retorica. L'identità è un inganno..."
E' una parola che spesso viene adoperata, anche dai media, con grande superficialità. L'identità non può che essere il frutto di una serie di eventi controversi, di rappresentazione. Le culture – proprio come gli individui – sono tante cose assieme. E quindi l'identità spesso è un crogiolo, è qualcosa di confuso e di contraddittorio. Ed è anche un inganno perché tante volte noi diamo per dato qualcosa che dato non è, perché l'identità è qualcosa che bisogna elaborare, costruire, à mettere in discussione. Non siamo superiori o inferiori per nascita e quindi anche la diversità và conquistata attraverso un processo elaborazione e di costruzione.

Calabresi a volte troppo permalosi. Nell'estate del 1959 Pier Paolo Pasolini si reca a Cutro per scrivere un articolo e lì numerosi incontri gli provocano la sensazione di aver visitato "veramente il paese dei banditi, come di vede in certi film western". Alla reazione indignata a quelle parole, Pasolini risponde: "Mi dispiace dell'equivoco, non si tiene mai abbastanza conto del vostro complesso di inferiorità e della vostra mania di persecuzione" esortando a non fare come gli struzzi "perché con la retorica non si progredisce..."
Pasolini da osservatore profondo della realtà e da intellettuale che amava le periferie, i margini e gli ultimi, si permetteva il diritto alla verità e a dire quello che pensava. E indubbiamente non si tirava indietro dall'individuare anche dei limiti nelle popolazioni che per l'appunto finivano con il rafforzare il luogo comune. E' significativa questa immagine dei calabresi che di fronte ai problemi nascondono la testa sotto la sabbia, come gli struzzi. C'è questo atteggiamento difensivo e reattivo per cui se gli altri dicono delle cose non gradevoli nei nostri confronti, allora c'è una sorta di insurrezione, di ribellione indicandoli subito come razzisti. Ma spesso vengono fatte delle denunce che invece andrebbero assunte problematicamente e che dovrebbero far riflettere. C'è sempre una sorta di identità per reazione: ci si arrabbia di fronte ai giudizi negativi e si aspettano quelli, tanto attesi, positivi. Ma noi per avere una soggettività, una proposta, un progetto, perché dobbiamo aspettare sempre il giudizio degli altri? Per cui, se l'altro parla male, allora noi ci risentiamo e se invece parla bene noi ci rallegriamo. Noi dobbiamo entrare in dialogo con le rappresentazioni degli altri, ma queste non devono farci giocare al ruolo di vittime o di persone gratificate.

Pasolini venne frainteso, additato. Ciò accade anche oggi: lo scrive lei stesso nel suo libro come sia doloroso vedere come i pochi intellettuali, giornalisti, studiosi che denunciano la presenza della criminalità organizzata, il malaffare e la malapolitica, debbano difendersi da quanti li indicano calunniatori della propria terra
Capita a molti giornalisti, coraggiosi, che solo perché denunciano dei fatti vengano indicati come calunniatori. Si diventa "nemici della città" perché si indicano le piaghe e i difetti. Ma l'intellettuale, il libero pensatore, non deve essere compiacente, non deve adeguarsi al potere di chi comanda. Deve, con autenticità e persuasione, facilitare l'incontro e nello stesso tempo essere sempre all'opposizione. Invece io vedo che c'è un certo giornalismo che, invece di denunciare e di fare inchiesta, si crogiola su questi ragionamenti sull'identità, in un racconto retorico che viene costruito attraverso il racconto degli altri. E così scompare quella che invece dovrebbe essere un'analisi lucida della realtà. Io amo questa terra, ma questo non mi deve impedire di vedere i guasti, le devastazioni, i difetti. E soprattutto io ho il dovere di vedere e dire cosa non và, perché altrimenti sarei omissivo, compiacente. E non solo non mi sento offeso quando descrivono una situazione sgradevole, in maniera motivata, con dei dati di fatto. Ma anzi come calabrese io devo ringraziare chi lo fa perché contribuisce a mostrarmi nella mia differenza rispetto ad altri.

Si tende a nascondersi dietro un "noi" che spesso appiattisce le profonde differenze che ci sono. Lei stesso ha detto: "Non amo l'espressione 'noi calabresi' anche perché dentro ci vedo inserite persone con cui non vorrei avere nulla a che fare..."
Il "noi" tende ad attribuire la responsabilità sempre ad altri, a metterci in contrasto con gli altri e ad unificare quello che non è unificabile. In Calabria ci sono per esempio tantissimi "noi". Ci sono gli studenti che combattono la mafia, ci sono i giornalisti d'inchiesta, ci sono i giornalisti pifferai del potere, ci sono gli intellettuali, i professionisti. C'è la criminalità. E c'è chi combatte la criminalità. Quindi perché dobbiamo dire "noi calabresi"? c'è Calabria e Calabria. Ci sono situazioni in cui le popolazioni non danno il meglio di se ed essere compreso in quel "noi" non mi piace affatto: rifiuto di sentirmi uniformato o uguale agli altri. Ma non per una presunta superiorità o per un atteggiamento aristocratico. Noi abbiamo bisogno di segnalare i limiti e i guasti proprio per il bene della Calabria. Questo è lo scatto che non si riesce a fare unitamente al fatto che abbiamo privilegiato un'identità dell'essere. Noi siamo un'identità assertiva e non un'identità del fare. Un'identità rivolta all'indietro, che guarda al passato: noi siamo stati la magna Grecia ecc. Bisogna scegliere qui ed oggi, conoscere il passato, studiarlo nella sua complessità, nella sua ricchezza e nelle sue contraddizioni per agire oggi. Continuare a ragionare sul passato, sull'essere (su cosa siamo stati) e non sull'operare (su ciò che possiamo fare), secondo me è sterile.

Guardiamo al passato e - in una sorta di immobilità mentale – non riusciamo a fare grandi passi in avanti...
Ci sono termini che vengono adoperati con grande superficialità: nostalgia, tradizione, memoria. Questi sono termini dinamici, che comportano movimento. Non sono termini fissi, immobili. La nostalgia non deve necessariamente essere rivolta al passato. Può essere una nostalgia rivolta al futuro, una nostalgia dell'altro, una nostalgia del nuovo mondo. Una nostalgia critica del presente. La memoria non può bloccarci al passato. Il passato và conosciuto – quando è necessario addirittura dimenticato – per poter andare avanti.

Nel saggio "Pietre di pane, un'antropologia del restare" si interroga sulla "restanza". Il dilemma partire o restare – ha spiegato – segna la nostra storia, la nostra antropologia, la nostra anima. "Chi decide di restare – ha detto – ha l'obbligo di dare un senso etico alla sua scelta, di muoversi pur restando fermo"
Mi sono occupato molto di emigrazione, di antropologia del viaggio, ho viaggiato molto, ho visitato le comunità di emigrati e ho visto che spesso vivevano con l'idea del mondo di origine, ma mentre avevano nostalgia cambiavano il loro mondo. Viceversa ho visto molte persone rimaste che hanno operato per il cambiamento. Io tenderei ad eliminare questa opposizione tra andare e restare, chi è rimasto e chi è partito che – certo, appartiene all'antropologia di questa terra – però non deve essere vista come qualcosa di conflittuale. Chi resta oggi, nella maggior parte dei casi, si trova nella condizione di disagio, spaesamento, difficoltà superiori a chi è partito. Allora vuol dire che questa scelta, questo atto, questo caso del restare deve essere assunto in maniera propositiva: se siamo rimasti è perché vogliamo che questi luoghi mutino, perché vogliamo renderli abitabili. E non restare come atto di immobilismo, apatia e indifferenza.

C'è chi resta. Chi parte. E poi c'è chi torna...
Molti, con le motivazioni diverse, fanno la scelta di tornare nel luogo dove sono nati i genitori. Tanti studenti che hanno fatto gli studi fuori, poi vogliono realizzarsi nel loro luogo di origine. Io penso che questo ritorno vada visto come una sorta di nuovo viaggio di fondazione: tornare per rifondare, per riorganizzare, per cambiare. È questo il senso anche del ritorno. Non si può ritornare per non fare nulla, il ritorno deve essere dinamico. Abitare nei luoghi non è un fatto gratuito, non è una concessione, è una scommessa, è un impegno. Significa rispettarli, amarli, dire quello che non và bene. Significa avere cura dei luoghi, riguardo. E riguardo significa capacità di guardare con un altro occhio ma anche di rispettare, di curare. Questo territorio è molto fragile, per le condizioni geografiche, geologiche, storiche e và protetto. Ma và protetto guardandolo prima che arrivi la catastrofe, il dramma. E non dopo. Ci sono eventi catastrofici che evidentemente non sono prevedibili. Però si possono prevedere le conseguenze che si verificano se noi non siamo stati molto attenti, se non siamo stati diligenti. Si possono limitare i danni, il numero dei morti, i guasti. E questo significa avere un rapporto affettivo con i luoghi che è fatto di amore continuo, costante nel tempo e non solo nell'emergenza, quando gli interessi poi pensano al profitto più che alle vite.

In Maledetto Sud scrive: "Sentirsi radicato e sradicato, qui e altrove, partito e rimasto, è forse la condizione dolce e dolorosa di chi capisce quanto sia diventato più piccolo il mondo ed enormemente più grandi i suoi problemi. Forse allora – continua – bisogna ripartire da una riflessione sulla possibilità e sulla necessità di sentirsi italiano pur sentendo l'appartenenza ad un luogo o ad un mondo"
Noi siamo tante cose. Siamo il posto in cui siamo nati, e che non ci siamo scelti, ma che poi abbiamo deciso di abitare o di lasciare. Siamo i nostri familiari, che non abbiamo scelto, ma che ci hanno cresciuto e con cui avremo sempre un rapporto. Siamo i nostri compagni di scuola. Siamo i libri che abbiamo letto, i viaggi che abbiamo fatto, le persone che abbiamo incontrato, le persone che ci hanno amato. Siamo fatti di pezzetti di noi che partono, che sognano. Che restano, che sono inquieti. C'è un'inquietudine che sicuramente appartiene alla geoantropologia della Calabria: la storia dei terremoti, delle frane, degli spostamenti, dell'abbandono dei paesi. Passaggi di popoli, la storia dell'emigrazione. Sicuramente c'è un sentimento di inquietudine che noi dobbiamo assumerci, che dobbiamo riconoscere e mettere a disposizione e in relazione ad altri sentimenti inquieti che solo in un progetto di riconoscimento dei luoghi si può trasformare in un progetto per riscattare una terra che ha le risorse, spesso evocate quasi in maniera liturgica, rituale, durante le campagne elettorali con retorica e non con persuasione. Se noi pensiamo che il paesaggio è la risorsa di questa terra, allora dobbiamo custodirlo, amarlo, proteggerlo. Se pensiamo che i giovani sono una risorsa, allora dobbiamo metterli in condizione di lavorare, far sì che non cadano vittime della criminalità. Che possano scegliere se partire o restare.

Momenti informativi del Galbatir: La poesia di Lorenzo Calogero - 29 Novembre Cittanova


Finalmente si torna a parlare di Calogero, in ambito scientifico, e nei luoghi del poeta, grazie all'iniziativa che si svolge il giorno 29 novembre alle ore 10,00 presso la sala congressi Giulio Cosentino di Cittanova, promossa dall’associazione Sykea in partenariato con l’agenzia Galbatir, patrocinata dal DSU (Dipartimento di Studi Umanistici) dell’Università della Calabria in collaborazione con il Liceo “V. Gerace” . I lavori si aprono con i saluti di Maria Antonella Timpano, preside del Liceo “Gerace”, di Francesco Cosentino, sindaco di Cittanova, di Antonio Alvaro, presidente Galbatir e di Emanuele Antonio Oliveri, sindaco di Melicuccà e proseguono con la proiezione del filmato Lorenzo Calogero. L’ombra assidua della poesia, realizzato nel 2010 dal Dipartimento di Filologia dell’Università della Calabria. Le relazioni in programma per le ore 11,30, moderate da Filippo Teramo, sono a cura del prof. Vito Teti, Ordinario di Antropologia Culturale presso l’Università della Calabria, del prof. Gianni Carteri, Critico letterario e della dott.ssa Sonia Rovito, Dottore di Ricerca. La mattinata si conclude con gli interventi della dott.ssa Maria Valarioti, Presidente dell’Associazione Sykea e del prof. Teti. 

I libri di Vito Teti presentati al Rhegium Julli a cura di Anna Foti - “Un paese e altri scritti giovanili (1911 – 1916)”

Corrado Alvaro (San Luca 1895 - Roma 1956), giornalista, scrittore, poeta, traduttore, firma del Corriere della Sera e di numerosi reportage, corrispondente de Il Mondo, è stato tra i più grandi intellettuali del Novecento. Autore di Gente in Aspromonte (Premio La Stampa 1931) e Quasi una vita (Premio Strega nel 1951). 

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“Ferito e demotivato, in ospedale, Alvaro mette mano al suo testo sul Paese. Tra le carte custodite o reperite da Lico, c’è il manoscritto di un lungo racconto. Sulla prima pagina di Un Paese (1916). Tentativo di Romanzo, leggiamo:’C’è un manoscritto inedito di Alvaro, qualificato in una lettera a me diretta, come il primo tentativo di Gente in Aspromonte fatto a Livorno nel 1916 tra un’operazione chirurgico e l’altra dopo le ferite riportate in combattimento nella Prima grande guerra mondiale”. Così Vito Teti, nella sua introduzione, descrive come inizia e da dove parte il cammino che ha condotto alla pubblicazione della prima opera narrativa di Alvaro, finora inedita, data alla stampa con i caratteri di Donzelli e con il titolo “Un paese e altri scritti giovanili (1911 – 1916)” .

I libri di Vito Teti presentati al Rhegium Julli a cura di Anna Foti - "Maledetto Sud"

Chi può parlare del Sud, cogliendone l’essenza e coniugando la storia di lunga durata con una memoria frammentata? Chi sa raccontare il Sud? O forse ci si dovrebbe chiedere cosa compone e cosa alimenta l’identità di Italiano minore, come dalla Storia è stato dipinto il meridionale? L’antropologo e scrittore calabrese Vito Teti tramuta queste domande in tappe di un viaggio per decostruire stereotipi e dare voce ai luoghi che la grande storia definisce remoti perchè la contemporaneità li ha “disabitati”, tentando, senza riuscirci, di privarli della piccola e preziosa vita vissuta di cui sono custodi. Le tappe, a loro volta, sono le pagine di “Maledetto Sud” (Einuadi) in cui palpitano erranza e stanzialità, partenza e restanza, volti di uno stesso universo. Un’identità che pare essersi sgretolata con il processo di unificazione dell’Italia, favorendo l’incontro – scontro con i luoghi comuni del meridionale ozioso, lento, sudicio, maledetto, melanconico, brigante, mafioso, ndranghetista. Una contrapposizione tra Nord e Sud ereditata e di cui oggi è difficile disfarsi, come un’identità angusta, come un retaggio maledetto non contrapposto ab origine, ma nato da una contrapposizione creata ad arte. Con tutto questo stride, ma resiste, l’identità legata ai luoghi dei ricordi, degli affetti, della fatica, della nostalgia, piuttosto che quella ispirata alle bandiere ed alle patrie che hanno preteso il sacrificio della vita, per poi dimenticarlo colpevolmente. Specialmente dai popoli del Sud. Questa dei luoghi dimenticati è l’unica identità che può salvarci. L’analisi sociologica di questa terra martoriata è tanto complessa ed inestricabile oggi – la ndrangheta oggi è causa o effetto della miseria di questi territori? - quanto era invece semplice un tempo, quando la povertà generava l’ozio, il viaggio alla ricerca di futuro generava la malinconia, la ndrangheta dava il lavoro mentre lo Stato latitava. Nessuna distinzione era da inventare. Vi erano e vi sono condizioni diverse che al Sud hanno alimentato dipendenza, bisogni e ricattabilità, uccidendo la libertà. Un viaggio tra le tante ombre in cui intravedere un nuovo sogno. L’alterità non è distanza ma occasione di incontro ed il dualismo della partenza e della prestanza, in realtà, non custodisce una contrapposizione ma lascia confluire, in un unico cammino, lo zampillo costante di ricerca e riscoperta di identità; a noi non resta che essere consapevoli della singolare doppiezza delle rocche e della coste del Sud e dell’appartenenza ad un popolo universale le cui le genti dovrebbero essere e sentirsi innanzitutto libere. Non c’è identità che pre - esista alla libertà. Non c’è meridionale o settentrionale, italiano o tedesco, europeo o americano che non aspiri alla medesima libertà. E allora il riscatto del Sud è in realtà il riscatto di tutti i Sud e di tutte le genti che la storia ha messo sotto scacco; ed è anche l’unica occasione di salvezza di ogni galassia di questo Universo comune.

I libri di Vito Teti presentati al Rhegium Julli a cura di Anna Foti - "PIETRE DI PANE. UN’ANTROPOLOGIA DEL RESTARE"

L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della «restanza» – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme. Cosa sarebbe, dunque, la storia dell’uomo e della donna senza l’apporto di chi cammina ‘viaggiando’, al pari di chi cammina ‘restando’, senza il viaggio di Ulisse e senza l’attesa di Penelope? L’ennesima domanda la cui risposta è, di per sé, un viaggio dentro ciascuno di noi, dentro quella dimensione profondamente umana del movimento, della tensione verso ‘altro’ da quello che ci è noto e verso ‘l’altro’ da noi, del fermento che ogni mutamento, anche quello apparentemente più immobile, porta con sé. Un cammino, quale esercizio costante di verità, che non necessità delle distanze e degli spazi staticamente concepiti, ma che riscopre e riscrive nuovi orizzonti in cui ‘qui’ e ‘altrove’ in realtà si mescolano, si rifondano e si reinventano a vicenda. Senza enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Così l’antropologo Vito Teti tesse la tela nuova del racconto di chi ‘rimane’, dopo una tradizione culturale che ha prediletto il nomadismo e l’erranza piuttosto che la stanzialità e la permanenza, attraverso la modernità ulissiaca in cui l’eroe viaggia mentre la donna attende. Ma è questa stessa tradizione, nell’odierno spaccato di globalizzazione, a rivelare di possedere da sempre il germoglio di una nuova lettura del viaggio come ritorno. Il ritorno, dunque, a qualcosa che evidentemente, pur appartenendo a qualcuno rimasto in un luogo fisico, non ha smesso di avere un respiro universale. L’antropologia approda all’esplorazione di colui che ‘rimane’, invece di partire, e che nell’atto stesso di restare partecipa attivamente al cambiamento. 

Premi Rhegium Julii 2014, quasi mezzo secolo di cultura e incontri con le scuole

di Anna Foti


Reggio Calabria - “Giunge alla quarantasettesima edizione il premio Rhegium Julii, tra i premi più duraturi della nostra storia e con un evidente valido impianto culturale”.

La nuova copertina di Pietre di Pane


Martedì 18 novembre, ore 18.00 - Vito Teti presenta Pietre di pane


Martedì 18 novembre
ore 18.00

Vito Teti
presenta
Pietre di pane
(Quodlibet)

intervengono
Giuseppe Ferraro (Unical)
Teresa Caligiure (Unical)

Letture a cura di
Ernesto Orrico






La Feltrinelli Corso Mazzini 86 - Cosenza

Vito Teti: Matera, un modello per la Calabria?

Abbiamo letto l’articolo del professor Vito Teti su Matera capitale europea della cultura. L’antropologo calabrese ha manifestato la sua soddisfazione per la vittoria della città lucana, vissuta come “riscatto dell’intero Sud, vittima più di se stesso che non degli altri”. Lo studioso ripercorre velocemente gli Anni ’50 quando gli intellettuali di allora osservavano la città dei Sassi e la consideravano condannata a non “entrare nella modernità”.


Il centro storico materano cominciò ad essere studiato, dall’antropologia e non solo, fin dal momento in cui i residenti furono obbligati ad abbandonarlo per motivi igienico-sanitari. Ne venne messa in luce la ricchezza in quanto “insediamento abitativo unico al mondo, irripetibile” e ci fu dopo qualche tempo il ritorno lento e graduale nei luoghi originari, ripristinando tecniche antiche del restauro e saperi delle maestranze artigiane, pregni di ricchezza creativa e culturale rispetto alla contemporaneità tecnologica, spesso dimentica del passato perché già rimosso. Ed ecco, dopo mezzo secolo, quello che, a prima vista potrebbe apparire come un miracolo: Matera capitale europea della cultura. In realtà è il frutto del lavoro di associazioni, Università e singoli intellettuali, durato decenni, che ha condotto alla vittoria. Un successo meritato che può diventare un modello al quale fare riferimento per “coniugare tradizione e innovazione”.

Un Sud diverso e vincente è possibile se trasforma “le rovine” in risorse. Si è passati dalla “maledizione” dei Sassi negli anni ’50 alla “benedizione” dello stesso luogo perché rigenerato grazie alla sensibilità e alla intelligenza di quella comunità. Ma le note positive mutano in negative nella seconda parte dell’articolo, non appena l’autore sposta lo sguardo verso la nostra Regione. Come Meridionale si sente anch’egli vincitore, come Calabrese sconfitto. Allora la contentezza cambia in amarezza per lo stato di degrado (in tutti i sensi) “dello sfasciume pendulo sul mare”. Lo studioso non risparmia “j’accuse” verso l’intera classe dirigente anche se parecchi si salvano (“le mille formiche”).

La chiusa è una dichiarazione d’amore per la propria Terra: “Amo la Calabria”. E pure di denuncia dei comportamenti negativi “che occultano la luminosità e gli splendori della regione”. Alla fine, la speranza: “Matera, allora, ci segnala che un altro Sud è possibile e che la maledizione può essere ribaltata”. Vito Teti è veramente innamorato della Calabria e non ha bisogno d’andare nei “Tristi Tropici” per coinvolgersi. E’ in sintonia con gli intellettuali materani.

In “Geografie ed etnografie dell’interno”, a proposito della fine del paese-presepe, ha scritto: “Paradossalmente proprio questi non più luoghi mezzo pieni e mezzo vuoti, arcaici e postmoderni, potrebbero costituire la risorsa di una nuova Calabria, che sappia guardare avanti senza dimenticare il passato, ma senza restarne prigioniera. [Scrive ancora] Non è il ritorno al vecchio paese, il ripristino improponibile del passato, ma la consapevolezza che le zone interne hanno risorse ambientali, paesaggistiche, culturali da offrire. La montagna [continua a ribadire] con le nuove sensibilità e consapevolezze, può diventare il luogo essenziale per affermare un diverso destino della Regione. [E ancora] Paesaggi, prodotti tipici, monumenti e anche beni immateriali possono attrarre flussi turistici, innescare processi economici e dinamicità. La regione è un melting pot [un crogiolo] - di beni paesaggistici, bellezze naturali, prodotti, reperti archeologici, memorie scritte e orali, beni immateriali- davvero unico e irripetibile”.

Consigliamo la lettura dell’articolo e del saggio etnografico ai candidati della prossima scadenza elettorale: offrono spunti per progetti attrattivi sulla Calabria al di là dei programmi politici tradizionali. Vito Teti sarà all’Uniter di Lamezia Terme mercoledì 5 novembre. I Lametini interessati avranno modo di ascoltare la lezione di un antropologo calabrese affascinato e sedotto dalla propria Terra.



Lamezia Terme, Mercoledì 5 novembre 2014, ore 17,00 - “Le dinamiche partire-restare” Conversazione con il Vito

UNIVERSITA’ DELLA TERZA ETA’ E DEL TEMPO LIBERO

“Dare vita agli anni”

XXVI Anno Accademico

“Le dinamiche partire-restare”
Conversazione del prof. Vito Teti

da
PIETRE di PANE
Un’antropologia del restare
di VITO TETI

UNITER, Salone Casa del Sacerdote
Via Misiani, Lamezia Terme
Mercoledì 5 novembre 2014, ore 17,00

Il giovane Alvaro, aspro e segreto

di Giovanni Russo

A cura di Vito teti una raccolta di testi giovanili tra i quali il racconto "Un paese"
Il giovane Alvaro, aspro e segreto
I temi di "Gente in Aspromonte" venati di dannunzianesimo