Spetta a noi combattere il male

Vito Teti

Un bambino di un anno o forse due sorride, con la sua bocca ancora senza tutti i dentini, sorride con gli occhi e con le sue manine, sorride con la posa dei suoi piedi al fotografo che lo ritrae ai piedi di un albero di Natale. La fine di ogni persona, anche se viene in tenera età, ti porta a leggerne, forse, a posteriori, i gesti, le immagini, i comportamenti dell'esistenza precedente. Il piccolo Nicola sembra, col suo sorriso alla vita e alla gioia, voglia scongiurare, implorare, allontanare la mano degli assassini che, invece, lo uccideranno a tre anni, sparandogli alla nuca e poi bruciandolo vivo in una macchina assieme allo zio e una sua compagna, in una delle tante e ricorrenti guerre tra famiglie di ’ndrangheta. Non è servito il suo sorriso, non sono serviti forse i suoi occhi terrorizzati e piangenti, le lacrime e le urla, che con dolore possiamo immaginare, a intenerire i suoi assassini, a fare loro scoprire un briciolo di residua umanità per risparmiare un bambino che invece era condannato fin dalla nascita. Di fronte a questo orrore, a questo banale e gratuito trionfo dal male, al tornare, in forma diversa, ma non meno inquietante, la barbarie che brucia e riduce a scheletri i corpicini dei bambini, diventi piccino e silenzioso, tanto è difficile trovare le parole dell’angoscia e del senso di impotenza. 


Claudio Magris sempre pacato e raffinato nella sua scrittura, in un articolo apparso sul «Corsera» (21 gennaio 2014), arriva ad augurare l’inferno ai boia e alla manovalanza della «malavita organizzata, merdosa macelleria», che lo Stato non persegue e non riesce ad annientare. Un’invettiva dai toni apocalittici che mi ha provocato un misto di indignazione e di vergogna. Ho pensato che il silenzio legato all’orrore e al senso d’impotenza deve essere squarciato da tanti interminabili urla di dolore nella speranza che arrivi al cuore di chi può e non fa, di chi non ascolta e non si rende conto di un inferno che ci circonda. Filippo Veltri su «Il Quotidiano della Calabria» (22 gennaio 2014) scrive che la foto di questo bambino dovremmo portarla per sempre nel nostro cuore e nell’anima, nei luoghi abitati e frequentati. 

Una terra avvelenata, dove non è la prima volta che la criminalità ammazza i bambini e le donne, ha provocato morti quanto in Iraq e a Beirut, sembra inverare una sorta di maledizione che grava su di noi e sembra conferire verità alle calunnie e agli stereotipi di cui siamo stati oggetto nel tempo. 

Cittadini, donne, uomini, giovani onesti, perbene, dignitosi, tenacemente impegnati ad affermare un altro senso della loro terra, delle sue bellezze e delle sue positività, escono sconfitti, umiliati, mortificati, segnati da questi inquietanti episodi. Dovrebbero chiedere uno stato di emergenza come dinnanzi alle più gravi catastrofi. Dovrebbero mettere definitivamente quanti hanno deturpato e rovinato persino l’immagine, la dignità, l’umanità, la pietas di una terra.

Essere e dirsi calabresi - dovrebbero capirlo proprio i calabresi - in Italia e nel mondo diventa sempre più complicato, sempre più difficile, sempre meno bello se non si riesce a dire delle parole nette, definitive, vere su un cancro, una catastrofe, che tutto devasta e inquina. Perché quello che è avvenuto a Cassano, o che avviene quotidianamente in tutta la regione, dove i giornalisti più sensibili sembrano inviati da un fronte di guerra, è soltanto la punta di un iceberg più grande e più devastante. I corpi, le menti, la vita, il paesaggio, le speranze dei grandi e dei giovani sono stati contagiati da una catastrofe alla quale non sappiamo reagire se non con la fuga o la rassegnazione. Sono d’accordo con Magris: la malavita organizzata è un cancro che non può essere contenuto o arginato, va estirpato, con decisione, senza trattative, patteggiamenti, compromessi. Va combattuto attuando una «rivoluzione» ideale, culturale e morale. Le forze politiche indaffarate a riscrivere regole e a cambiare la Costituzione, dovrebbero fare una netta, concreta, mirata dichiarazione di guerra alla criminalità. Certo c'è bisogno di uno Stato e di una politica credibili, non collusi, non compiacenti. Bisognerebbe scrivere, in una nuova legge, che l’Italia, pur restando una nazione pacifica e che persegue la pace, ingaggia una guerra difensiva contro la criminalità come si farebbe contro una nazione o un nemico esterno che ci vuole annientare o distruggere. Bisognerebbe dare forza, convinzione, vicinanza ai tanti cittadini silenziosi e a una società civile, che non si mostra all’altezza di quella civiltà antica, spesso esaltata retoricamente, ma mai rinverdita. Perché, accanto a pochi coraggiosi magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine e dello Sato, che contrastano efficacemente la ’ndrangheta, dalle nostre parti, politici politicanti, anche studiosi e intellettuali, professionisti e giornalisti, sono silenziosi o cedono a una sorta di retorica del garantismo (sono garantista convinto, ma mi insospettiscono quanti sono garantisti sempre per i carnefici e mai per le vittime), alla fuga risentita in un passato bello e glorioso, mai esistito, in una «Borbonia felix», o in una nostalgia di una classicità evocata a parole e in realtà cancellata, occultata, demolita (quanto accade a Sibari è esemplare, come quotidianamente ricorda questo giornale). 

Affiorano e prevalgono visioni edulcorate e patinate di una terra in realtà martoriata, la tendenza paranoica, lamentosa, vittimista a dare la colpa sempre agli altri, ad autoassolversi o ad autopunirsi, la chiusura in una identità angusta e risentita, che spinge sempre ad affermazioni tanto banali quanto sterile. «La ’ndrangheta è una creazione dei giornali del Nord» per cui chiunque, da queste parti, concorda con denunce portate avanti da altri rischia di diventa complice di un nemico della Calabria. «Da noi non tutto è ’ndrangheta», ripetono politici e difensori di una presunta identità aggredita, con considerazioni lamentose e pericolose che tendono all’autoassoluzione o alla giustificazione del non giustificabile. «La ’ndrangheta esiste dappertutto, a Roma, a Milano, a Torino» oppure: «Fatti orribili e di sangue, cruente e truci avvengono al Nord e dappertutto», ripetono alcuni, come se questo possa rendere meno profondo il burrone nel quale siamo precipitati, meno dolorosi i morsi del cancro che ci devasta, e meno soffocanti le fiamme dell'inferno che abbiamo contribuito ad alimentare, possa cancellare le nostre responsabilità e annullare le nostre colpe e le nostre vergogne, i mille disincanti e i mille tradimenti che abbiamo subito e che abbiamo compiuto. 

Mentre i bambini muoiono come nei lager nazisti, qui da noi qualcuno ha ancora voglia di crogiolarsi con la retorica dell’ospitalità e delle bellezze, valori e ricchezze che abbiamo, in realtà, sperperato, così come abbiamo sciupato l’innocenza e il futuro di Nicola. Troppe chiacchiere sulle nostre contrade soleggiate e californiane, mentre abbiamo trasformato il Paradiso in terra dei fuochi, dove qualcuno organizza nuovi inquietanti progrom. Le ombre che ci circondano sono dentro di noi. Del Male (non quello metafisico) potremo liberarci soltanto quando avremo capito che spetta a noi sconfiggerlo e eliminarlo, nella speranza che non sia troppo tardi.


Quotidiano della Calabria, 24 gennaio 2014