Sudici a chi? Colloquio con Vito Teti

L'università come parcheggio, la politica trent'anni dopo, il pentimento di essere rimasti. Parla l'autore di “Maledetto Sud”

RENDE Ci sono libri che sono «come la spada di Carlo Magno»: lunghi e piatti. La celebre definizione di Voltaire è quanto di più distante dal nuovo saggio di Vito Teti, “Maledetto Sud” (Einaudi). Non che la lama manchi, già dal titolo: è un coltello a metà tra scavino e spelucchino, insomma piccolo e impertinente ma doloroso quello che l'antropologo prima brandisce e poi immerge nel corpaccione informe della cosiddetta opinione pubblica per de-costruirla – o depezzarla, appunto – in poco più di 100 pagine. Senza mai ricorrere alla retorica meridionalista a priori – arma altrettanto contundente – ancora in voga in molta pubblicistica “terroniana” gemmata a cavallo del 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Teti non è un opinionista da talk show e dunque, da studioso, analizza, commenta, deduce, sintetizza ma non parte mai da assunti o dogmi. Semmai li confuta.

Questo colloquio è stato fatto a puntate. Teti – ordinario di Etnologia e direttore del Centro di antropologie e letterature del Mediterraneo – conserva il piacere della conversazione peripatetica, non ama discutere per telefono o tramite skype – altrimenti, forse, sarebbe stato un docente di ingegneria o di informatica o addirittura un “intellettuale del piffero” come quelli demoliti da Luca Mastrantonio, via skype appunto, con Vincenzo Latronico per Rivista Studio –; una serie di incontri tra librerie di Cosenza e panchine dell'Unical ha gradualmente composto l'intervista, dopo una gestazione di settimane e poi mesi, quasi in omaggio alla lentezza meridiana che il professore teorizza da prima che lo “slow” diventasse di moda. Ecco, sono le parole stesse di Teti a spiegare il primo, grande inganno, ovvero lo slittamento semantico del glorioso otium latino (creativo) nel parassitismo dell'oggi: «La fatica – si legge nel capitolo “Oziosi e lenti” – e l’etica del lavoro dei contadini sono ormai un lontano ricordo. Si rimpiange, nostalgicamente, il passato inesistente e quanto di nobile ci consegnava il passato viene dimenticato, cancellato, rimosso. Faccendieri, imboscati, mediatori, progettisti, consulenti, disgraziatamente fanno trionfare lo stereotipo dell’ozio. Non è solo un problema del Sud – il Nord ha rivelato altre forme di corruzione e di sperpero, di guadagni senza fatica, e si pensi alla vicenda recente delle quote latte – ma al Nord ci sono le piccole imprese e le aziende familiari, i lavori produttivi; al Sud prosperano piuttosto il terziario e i consumi di merci prodotte altrove, con le materie prime esportate, a basso prezzo, proprio dal Sud». E i giovani? Se prima «faticavano dalla mattina alla sera, adesso sono studenti, diplomati, laureati in perenne attesa di lavoro e vivono con lo stipendio e le pensioni distribuite con generosità». Si legge poco più avanti: «In questo contesto la ’ndrangheta si afferma come una grande holding che ha ramificazioni in tutto il mondo. Nascono complessi turistici, supermercati, villaggi palafitte, catene di negozi. Da dove arrivano i soldi è cosa nota. Si afferma il mito di una criminalità che crea posti di lavoro e occupazione, ma in realtà realizza ricchezze enormi per poche famiglie, crea dipendenze e bisogni, impedisce, con minacce, ricatti e attentati, il libero mercato, espelle i giovani e gli imprenditori onesti, si impadronisce dei lavori pubblici».

NEL PAESE ABBANDONATO DUE VOLTE «DOPO AVER PERSO I PROPRI FIGLI LA CALABRIA NON TRATTIENE NEANCHE I “NUOVI”» 
La poetica di Teti è un misto di vissuto quotidiano e rimandi letterari. Lo stesso “Maledetto Sud” aggiorna i temi già trattati vent'anni fa ne “La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale” (Manifestolibri, Roma 1993; nuova edizione 2011). Dal 1979 al 1982 Teti lavora in Rai, dal 1983 è all'Unical. Com'era l'ateneo trent'anni fa, e com'è cambiato, ammesso che lo sia? «Era un luogo di ricerca – risponde, ammirando i cubi della cittadella di Arcavacata di Rende –, si avvertiva il senso di scommessa, i giovani avevano la voglia e la speranza di apprendere. Ora trovi di tutto, da chi si “parcheggia” in attesa di qualcosa che non arriva a chi lavora molto o ha sfiducia e disincanto, e pensa che “tanto la laurea è inutile”. Devo dire però che il livello culturale è mediamente buono, forse i nostri studenti in questo si differenziano dalle altre facoltà. Di certo, in ogni caso, noto meno curiosità e meno tensione che in passato, anche “politica” nel senso lato del termine, meno socialità e tendenza alla soluzione dei problemi comuni». Sembrerebbe il classico passatismo del “come eravamo”. «No, credo piuttosto sia il bisogno di essere propositivi in una terra in cui non c'è politica e società civile, non c'è stata la Chiesa, non ci sono i partiti. I giovani fuggono e chi resta non crea motivi per cambiare, tutti assieme. Esistono singole situazioni e individualità, eppure il panorama complessivo non induce all'ottimismo. Non ti fa dire “com'è bello essere rimasto in Calabria”, spesso ti senti straniero in patria, ci sono momenti in cui ti chiedi se hai fatto bene: “Ne valeva davvero la pena?”». Di certo, se Teti ha dato tanto alla Calabria, anche la Calabria ha saputo “sdebitarsi”. Senza il bisogno di citare i tanti riconoscimenti e premi alla sua attività – in ultimo, con “Il patriota e la maestra” (Quodlibet 2012), il docente ha vinto il Premio Tropea 2013 –, basta pensare ai tanti studenti e laureati per i quali il professore resta un punto di riferimento anche per chi di loro, e non sono pochi, la Calabria l'ha lasciata. 

In “Pietre di pane. Un'antropologia del restare” (Quodlibet 2011), il grande tema del partire-tornare dimostra che le due categorie non sono in conflitto ma in dialogo tra loro. «Fuori dalla retorica, il problema dell'abitare e del vivere i luoghi rispettandoli e poi – eventualmente – cambiandoli senza chiusure è attualissimo: la Calabria è mutata nella sua composizione sociale, la presenza degli immigrati è forte e significativa. Penso al paese in cui sono nato: San Nicola da Crissa. Nel secondo dopoguerra in tanti sono partiti da qui. Molti vivono tuttora in Canada (dove c'è una grande comunità in rappresentanza del piccolo centro delle Preserre vibonesi – ndr). La mia speranza era che le case lasciate vuote negli anni Cinquanta e Sessanta si riempissero al loro ritorno. Di recente, a riabitarle sono stati i rumeni. È una comunità che svolge un ruolo sociale e civile di prim'ordine: penso a mestieri importanti come quelli nel campo dell'edilizia e dell'agricoltura ma anche al welfare delle tante badanti. Mio figlio ha legato tantissimo con un bimbo nato in Romania, i cui genitori sono inseriti perfettamente nella società: lei è pediatra a Vibo, lui un piccolo imprenditore edile. Il bello è che ora si sono trasferiti in città. Adesso quelle case sono diventate di nuovo dei luoghi morti... E il mio paese è stato abbandonato per la seconda volta. Dopo aver perso i propri figli, la Calabria più interna e profonda non sa trattenere neanche i “nuovi” che l'hanno scelta?». 

NORD-SUD, OVVERO IL NON SENSO DI UNA POLARITÀ CHE NON C'È (COME QUELLA DESTRA-SINISTRA) 
Già prima del doppio paginone culturale dedicatogli recentemente da Repubblica, “Maledetto Sud” aveva suscitato un bel dibattito. Non solo su scala regionale. «Ho imparato a capire il senso (più ancora forse il non senso) di questa polarità Nord Sud leggendo e rileggendo il breve libro uscito in questi giorni per Einaudi dell'antropologo calabrese», ha scritto sull'Huffington Post l'editor Antonella Tarpino, aggiungendo che l'«operazione» di cui si occupa Teti «diventa sempre più complicata nel momento in cui Nord e Sud, quasi come Destra e Sinistra, perdono gli antichi significati, e vanno collocati in un mondo più vasto, globale». Il «vento neoborbonico» di cui parla la Tarpino si è alimentato forse anche con la sensazione di “accerchiamento” che parte del mondo culturale e persino accademico ha subìto. «E così abbiamo le immagini del buon calabrese, ospitale e generoso. Spesso gli stessi osservatori lo descrivevano come sanguinario, brigante, vendicativo, feroce, crudele, inserito in una terra di bellezze e di rovine, con paesaggi incantevoli, sublimi, anch’essi inafferrabili. Tutto e il contrario di tutto. La regione rappresenta una sorta di luogo ossimoro. Nel senso di terra indecifrabile, anche perché le élite della regione spesso per reagire agli stereotipi esterni hanno costruito un’identità difensiva, angusta, un senso di noi opposto agli altri», ha detto Teti intervistato da Calabriaonweb. «Dobbiamo riconoscere – ha aggiunto al portale del Consiglio regionale – che i ceti politici meridionali, che hanno contato e come nella prima e nella seconda Repubblica, hanno avuto responsabilità a volte maggiori di quelli del Nord. Abbiamo contrastato le immagini odiosamente razziste della Lega, ma spesso, con i nostri comportamenti, abbiamo finito per dare consistenza agli stereotipi più cupi», non ultimo il topos «dell’accoglienza» ma «per interessi non sempre trasparenti e legittimi. C’è il Sud delle mafie che devastano e inquinano tutto e c’è un Sud che non accetta più lo strapotere mafioso, che non tace, si ribella. Insomma, il “noi meridionali”, come l’identità meridionale, mi sembra sterile». 

GLI EPILETTICI DI GIRIFALCO, I DIAVOLI DI UNA TERRA NEGLETTA E LE COLPE DI UN POPOLO DI “VINTI” 
«A eccezione di qualche città e di pochi paesi edificati ordinatamente, gli abitanti presentano l'aspetto più miserabile e schifoso»: lo scriveva due secoli fa Duret de Tavel, citato da Teti a proposito di quella che egli chiama «geoantropologia tellurica» suscitata dall'osservazione degli epilettici ricoverati a Girifalco, che lo spinse a sostenere che «il popolo calabrese è convulsionario, come la terra che egli calpesta». 

Da celebri sentenze come «la Calabria è un Paradiso abitato da diavoli» (Leandro Alberti, “Descrittione di tutta Italia”, Venezia, 1548) a suggestioni più recenti (e benevole...) come quella di Paolo Orsi, archeologo d'inizio XX secolo («Questa povera e negletta terra bisogna veramente amarla per capirla»), un certo filone letterario ha alimentato stereotipi che – come nel caso del doppio senso ammiccante della parola «sudicio» – fanno dei meridionali un popolo di ultimi. “Vinti” alla maniera degli anti-eroi di Verga. Gente che non è certo esente da colpe. E questo, Teti non lo nasconde affatto. Parte dal degrado urbanistico, architettonico e paesaggistico per descrivere un idem sentire nichilista e distruttivo oltre che accondiscendente, dunque colpevole: «La fotografia impietosa della distruzione del bel paesaggio italiano e dello scempio delle bellezze, dell’anima dei luoghi, delle città e dei paesi (che troviamo già a partire dagli anni Cinquanta in Calvino, Piovene, Pasolini, Consolo, Strati ed altri), non è servita a bloccare o attenuare la creazione di opere incompiute e di paesaggi di macerie e nemmeno a creare consapevolezza tra le persone che spesso abitano luoghi invivibili e irriconoscibili», si legge nel capitolo “Pittoreschi”. 

Proprio secondo Guido Piovene, «la Calabria sembra essere stata creata da un Dio capriccioso che, dopo aver creato diversi mondi, si è divertito a mescolarli insieme». E i calabresi, ripete spesso l'antropologo di San Nicola da Crissa, non sono affatto esenti da colpe, semmai vanno additati come conniventi, in più di un caso: in quanti, tra piani alti e stanze dei bottoni, hanno chiuso uno o due occhi permettendo che lo scempio prendesse forma? La risposta, forse, è in una maledizione che il Sud s'è auto-inflitta. (0070) 

Eugenio Furia