Addio Strati, ultimo cantore della Calabria.

Con Saverio Strati se ne va uno di quei calabresi la cui opera, parafrasando Corrado Alvaro, è uscita dai confini locali e regionali per dare un apporto significativo alla cultura nazionale ed Europea. Con Saverio Strati si congeda una Calabria vera e scarna, sobria e colta, profonda e melanconica, fatta di fatica e di passione civile, di voglia di riscatto e di vicinanza al mondo degli “umili”. La sensazione di maggiore solitudine che mi avvolge è amplificata dalla quasi contemporanea scomparsa di altri due prestigiosi intellettuali della regione a lui profondamente legati: Pasquino Crupi, che era stato il primo a scrivere una monografia sulla letteratura d’invenzione sociale del primo Strati, e Vincenzo Ziccarelli, grande amico dello scrittore, e che si era occupato di lui, di recente, su questo giornale, che con il direttore Matteo Cosenza ha fatto una campagna per sottrarre Strati all’oblio, facendogli ottenere il benificio delle legge Bacchelli. 


Con la scomparsa di Saverio Strati perdiamo l’ultimo grande narratore di una terra colta in presa diretta al crepuscolo del mondo contadino e nei momenti di una grande trasformazione, di una modernizzazione che coincideva con la devastazione del paesaggio e l’affermarsi della nuova criminalità e di un ceto politico clientelare e colluso. Un luogo narrato con l’animo di chi è dentro e fuori, lontano e vicino. come capita a chi vive una condizione di “dispatrio” (alla Meneghello) e si trova e si scopre straniero dovunque. Un “dispatrio” iniziato a Firenze dove era arrivato dopo che Giacomo Debenedetti, suo maestro all’Università di Messina, lo aveva incoraggiato a proseguire a continuare a scrivere racconti. Era ventunenne, Strati, quando aveva ripreso gli studi, interrotti alle elementari per fare il muratore. La Teda (1957) - il romanzo che appare dopo la raccolta di racconti La marchesina del 1956 - narra l’inizio della fine dei paesi dell’interno aspromontano, trascinati fuori da se stessi dall’alluvione, dalla miseria, dalla voglia di cambiare condizione di vita delle popolazioni. Protagonisti un gruppo di muratori impegnati a costruire a Terrarossa delle nuove abitazioni. Nella scrittura di Strati affiora soprattutto il sostrato culturale di agricoltori e pastori che egli incontra da bambino e da giovane. Tibi e Tascìa, una delle più belle storie sull’infanzia, è una sorta di metafora dello sdoppiamento dei paesi calabresi, dell’inquietudine che, con l’emigrazione, accompagna per sempre sia coloro che partono, sia coloro che rimangono. Il viaggio, l’emigrazione, l’attesa, la sospensione, la nostalgia, l’impossibilità del ritorno sono i motivi delle storie narrate in Mani vuote (1960), Avventure in città (1962), Gente in viaggio (1966). Questi passaggi geografici, sociali e antropologici segnano anche un passaggio nella scrittura e nello stile di Strati, che raggiunge grande maturità linguistica e formale con Noi lazzaroni (1972), E’ il nostro turno (1975), Il selvaggio di Santa Venere (1977), premio Campiello. Anche questa volta Strati narra di esperienze vissute: dal 1958 al 1964 era vissuto in Svizzera, prima di tornare definitivamente a Firenze, che lascia soltanto per numerose ritorni in Calabria (presentazioni di libri, conferenze, convegni, incontri con gli studenti).

I modelli di Strati vanno rintracciati (lo ricordano Pasquale Tuscano e Margherita Ganeri) in tradizioni e in correnti letterarie europee: nella prosa verista ed espressionista siciliana, come lo scrittore dichiarava, e nel repertorio del romanzo realista russo, da Turgenev a Tolstoj, da Dostoevskij a Cechov. Quella di Strati e una scrittura densamente, profondamente, antropologica, senza fronzoli e senza ammiccamenti: per questo il mondo che racconta ci parla di altri mondi. I luoghi che egli racconta, con amore e con rabbia, con passione e con dolore, con una geografia appresa nell’infanzia, con una memoria sorprendente, parlano di altri luoghi, di tutti i luoghi. Le sue storie appartengono all’ universo meridionale e mediterraneo. 

Nei romanzi scritti tra la fine anni Settanta e fine anni Novanta (Il diavolaro del 1979 e L’uomo in fondo al pozzo del 1989) Strati affronta tematiche esistenziali e costruisce indimenticabili tipi psicologici del nostro tempo. Negli ultimi anni, impegnato nella scrittura di uno Zibaldone, migliaia di pagine, aveva scelto meditazione e solitudine, quasi una maturazione di quel carattere schivo, sobrio, estraneo alle influenze dominanti del suo tempo, interessato all’essere e non all’apparire, ai rapporti intimi e veri e non ai salotti e alla kermesse rituali. Non amava accademici, retori e cortigiani. Non chiedeva. Piuttosto si rinchiudeva. 

Con Saverio Strati se ne va un pezzo della mia vita intellettuale e personale. Lo avevo conosciuto e frequentato a partire dalla metà degli anni Novanta, vagando con lui lungo le strade della Calabria e accompagnandolo in tante scuole, dove si apriva, perdeva come per incanto la sua timidezza, sapeva ascoltare i giovani e farsi ascoltare. Diventava, magicamente, loquace (mai chiacchiarone) e sorridente. Lo sentivo di rado, negli ultimi tempi, ma è difficile dimenticare la sua voce triste che, nel sentirmi, lentamente si apriva e chiedeva e diventava calda. Resteranno a tutti noi le sue opere, che andrebbero, davvero, lette e meditate in tutte le scuole e le Università del Sud e dei Sud; mi resteranno i ricordi di parole affettuose, di sostegno e incoraggiamento: le confessioni e le premure di un amico. Alla moglie Ilde e al figlio Gianpaolo, invio un grande abbraccio, a Saverio il “ciao” di sempre, con la speranza di avergli saputo comunicare quando era in vita la mia gratitudine, il mio affetto, la mia stima umana e intellettuale.


Vito Teti

Il Quodiano della Calabria, 12 aprile 2014