La Calabria difficile di Saverio Strati. Se n’è andato l’autore di La Teda. Aveva ottenuto il sostegno «Bacchelli»

Saverio Strati se n’è andato in silenzio, come in silenzio aveva vissuto negli ultimi decenni della sua esistenza. Un alone di mistero e di discrezione, infatti, avvolgeva da tempo la sua vita privata e intellettuale. Dopo il rifiuto della Mondadori di pubblicare nel 1991 un suo lavoro già in bozze, Melina, e un romanzo, Tutta una vita, rimasto poi inedito, lo scrittore calabrese si era rinchiuso, lontano dalla scena editoriale e pubblica, nel suo modesto appartamento di Scandicci, dove abitava con la moglie svizzera Hildegard. Nato in una famiglia povera il 16 agosto del 1924 a Sant’Agata del Bianco, Strati era stato costretto a lasciare la scuola e a lavorare nei campi assieme al padre per guadagnarsi da vivere. Nel 1945 conseguiva con grandissimi sacrifici la maturità classica. Poi l’iscrizione alla Facoltà di lettere di Messina e l’incontro con il grande critico Giacomo Debenedetti che lo lanciò da Mondadori. Seguirono i romanzi, tra cui vanno almeno ricordati La Teda (1957), Tibi e Tascia (premio Vaillon 1960), Noi Lazzaroni (Premio Napoli 1972), Il selvaggio di Santa Venere (Supercampiello 1977).
Nel dicembre del 2009, grazie a una mobilitazione promossa dal «Quotidiano della Calabria», aveva ottenuto un sussidio statale, previsto dalla legge Bacchelli, per speciali meriti artistici. In quell’occasione aveva concesso al «Corriere» una brevissima intervista in cui, laconico, ricordava che da diversi anni non presentava più una dichiarazione dei redditi: «Sono contento di questo riconoscimento – ci aveva sussurrato al telefono con voce flebile – che viene a interrompere un lungo periodo di solitudine e di silenzio intorno alla mia persona e alla mia opera. Adesso la mia vita continua con i disagi dell’età avanzata, ma senza le difficoltà economiche di questi ultimi anni che hanno angustiato la mia quotidianità».
Rifiutandosi di rispondere ad alcune domande sul suo lavoro di scrittore, aveva però voluto ringraziare quei calabresi che erano intervenuti a suo sostegno: «La Calabria la porto dentro di me da sempre – ci aveva detto – e fino a quando le forze me lo hanno consentito sono ritornato a vederla, a goderla. La Calabria dei suoi mari, del suo cielo che è sempre sopra di me, delle sue montagne. La Calabria degli emigranti come io sono stato, di tutti i lavoratori. Ho meno amato, invece, la Calabria che non ha saputo risolvere i suoi problemi economici, sociali, civili, per mettersi al passo con l’Europa e con le nazioni più avanzate».
Il 13 dicembre del 2010 aveva ricevuto una laurea honoris causa nell’Università della Calabria, conferitagli dalla Facoltà di lettere e filosofia. Anche in quell’occasione, non aveva trovato la forza per affrontare il viaggio dalla Toscana. Ma in una lettera indirizzata al preside dell’epoca, Raffaele Perrelli, aveva dichiarato che era molto lieto «perché questa attenzione viene dalla terra che è stata il riferimento ininterrotto delle mie riflessioni e dei miei scritti. E oggi vorrei aggiungere: delle mie attese e delle mie speranze». «Ma oggi – ribadiva Strati nella missiva – i miei pensieri non sono inclini all’ottimismo. Eppure sarebbe un grave errore abbandonarci al compiacimento per i nostri successi personali e alla rassegnazione degli altri».
Lo scrittore, nelle righe conclusive della lettera, si augurava che la Calabria un giorno «avrà la possibilità di sottrarsi a questo destino di emarginazione e di disagio se ci sarà l’impegno di più generazioni, partendo dalla scuola e dall’università, per tradurre in normali atti quotidiani il rispetto di se stessi, che incomincia col rispetto degli altri, in particolare dei più fragili e dei più bisognosi».
Alla Calabria sofferente e povera – come avevano sottolineato, nel corso della cerimonia nell’aula magna di Arcavacata, Margherita Ganeri, Nicola Merola e Vito Teti – Strati aveva dedicato tutta la sua vita e tutto il suo lavoro di scrittore. Attraverso storie di agricoltori, di pastori e di muratori aveva voluto esprimere la voglia di cambiare di una popolazione lacerata dal dilemma di restare o di partire.
Gli amici che lo hanno frequentato negli ultimi anni giurano che nei suoi cassetti giacciono quasi cinquemila pagine di un diario, una specie di zibaldone iniziato nel 1956, e una serie di racconti e romanzi inediti. Speriamo che queste pagine siano salvate dall’oblio.


Nuccio Ordine
Corriere della Sera, 12 aprile 2014