Contro il Sud che s’inchina ai “boss” della retorica

Dopo il caso di Oppido Mamertina è sbagliato vietare le processioni e anche nascondersi dietro il vittimismo del Meridione infangato.


di Vito teti
Mi spiace. Non comincio l’articolo affermando che la Calabria e il Sud non sono tutto criminalità, ricordando le bellezze del paesaggio, le virtù e la generosità delle popolazioni calabresi.

Non farò l’«inchino» ai retori della calabresità, della sicilianità, della napoletanità, della meriodionalità (e naturalmente alle tante narrazioni localiste, leghiste, nordiste, sudiste) a quelli che affermano un’identità angusta, ombrosa, rancorosa. Parlerò dell’inchino, e lo farò dopo avere ascoltato telefonate, parole, discorsi e letto mail di centinaia di persone dopo i fatti di Oppido. Ho avuto la sensazione (anche a seguito di un mio articolo apparso su questo giornale) che l’«inchino» (come il comportamento illegale, la corruzione, l’illegalità) abbiano una diffusione più generalizzata e diffusa di quello che adesso si tende a pensare.

L’«inchino» che si è verificato prima a Oppido Mamertina e poi a San Procopio, e che si verifica da decenni in molte manifestazioni religiose e processioni del Sud, è purtroppo una metafora, un simbolo, un emblema dell’intera società, del Sud e dell’Italia. Molti amici e conoscenti, convintamente e non ritualmente anti-’ndrangheta, persone che non hanno esitato a condannare quanto è accaduto, mi hanno ricordato che l’inchino si pratica nei posti di lavoro, nel mondo dello spettacolo, nelle istituzioni, nelle università, naturalmente tra i partiti e i movimenti politici.

L’inchino, nelle manifestazioni tradizionali e religiose del Sud, penso alle “affruntate” della Calabria meridionale, in genere, veniva fatto dalla Madonna al Cristo Risorto. E nel momento dell’incontro veniva narrata la Risurrezione e la rinascita, si riconosceva il trionfo della vita sulla morte. Ho visto, direttamente, spesso ho documentato, filmato, descritto almeno dagli anni settanta del secolo scorso, gente, donne, giovani, emigrati piangere dinnanzi all’incontro di Maria Addolorata con il Figlio Risorto. Li ho visti abbracciarsi, baciare per terra, battersi il petto. Comunque s’interpretino questi riti e queste manifestazioni – si sia credenti o meno, ci si senta ad essi legati per fede, per appartenenza, per cultura – nel racconto, drammatizzato e teatralizzato, della Resurrezione e del ritorno alla vita, la comunità e il singolo affondavano pensieri e sentimenti in una memoria “comunitaria”, familiare, individuale. L’Affruntata (Confrunta, Ncrinata, Svelata, a secondo delle diverse zone) e le processioni in cui ci si affidava, attraverso l’inchino, alla divinità, al sacro, al mistero, riconoscendone la potenza e l’efficacia, spesso riflettevano una storia di catastrofi (terremoti, alluvioni, abbandoni di paese e loro ricostruzione altrove, emigrazione), di lutti, separatezze, scontri.

Si tende a dimenticare, in analisi frettolose e improntate a impressionismo del peggiore giornalismo, che la festa, i riti, le processioni sono anche rappresentazioni della storia e della vita comunitaria, del senso che il paese ha di sé, delle sue contraddizioni, delle differenze sociali e culturali, e raccontano anche l’idea del corpo, della malattia, del dolore, della gioia, della morte, della vita di ogni singola comunità. L’inchino o la sosta o il giravolta davanti alle case dei notabili, dei potenti, dei signori era anche riflesso di diseguaglianze più generali. Togliersi il cappello davanti al padrone e al signore del luogo, inchinarsi, era un atto di soggezione, un riconoscimento di differenze sociali che sembravano immutabili. L’emigrazione, il boom economico, lo spopolamento dei paesi, l’irrompere sulla scena di nuovi ceti sociali hanno eroso, scardinato, modificato, nella forma e nella sostanza, la festa e le pratiche in cui convivano sacro e profano, senso di appartenenza e dichiarazione di soggezione, sentimento religioso autentico, fatto di pietas e di speranza, e pratiche intrise di magismo e di elementi culturali stratificati, contraddittori, molti dei quali risalenti all’antichità, al Medioevo, alla Riforma cattolica, in cui alto e basso, Chiesa e popolo, dialogano, s’incontrano, si scontrano spesso.

Per questo ritengo che sia non solo sbagliato, ma anche un atto di prepotenza, voler ridurre a questione criminale vicende complesse di religiosità e di devozione popolare. Per questo ritengo che Chiesa, élite intellettuali, studiosi che non si sono accorti del mutamento, che sono stati indulgenti e tolleranti con la capacità delle mafie di occupare anche lo spazio religioso, adesso sbagliano se immaginano che le processioni si possano chiudere per decreto. La Chiesa deve porsi il problema del disagio e dello spaesamento che giovani e ragazze entusiaste, animati dalla voglia di restare e di cambiare il mondo, anziani, emigrati che tornano per la festa, possono avvertire e sentire. Sono convinto che il vescovo della diocesi di Oppido, Francesco Milito, che ho conosciuto nella sua attività pastorale culturale, saprà trovare, assieme ai parroci e alle comunità, come Oppido, ricche di storia, tradizioni, memorie e risorse, la via migliore per restituire i riti ai più. La riflessione e le prese di posizioni simboliche sono efficaci soltanto se riescono a ridare alle persone la possibilità di non inchinarsi.

La criminalità si allontana con pratiche, parole, gesti forti come quelle di Papa Francesco. Molti retori dell’identità offesa che danno la colpa sempre agli altri hanno parlato di criminalizzazione da parte della stampa e dell’opinione dominante al Nord, non accorgendosi che le posizioni di denuncia più aspre, più dolenti, più vere, più motivate sono state prese al Sud. Diventa però intollerabile il fatto che si riduca la dimensione religiosa, comunitaria, intima delle popolazioni a fatto di criminalità. Significherebbe riconoscere che la criminalità – molto più dei retori della tradizione – ha saputo interpretare il mutamento, presentandosi come custode delle tradizioni, strumentalizzandole e stravolgendole.

Non ci sono scorciatoie in questa battaglia culturale e sociale, che deve partire dalla constatazione che l’inchino ormai è diventato una sorta di “carattere” di gruppi di élite, di professionisti, politicanti che hanno contagiato e devastato l’intero tessuto socio-culturale di una terra, del Sud e dell’Italia. La criminalità si è alimentata, legittimata, affermata anche grazie a questo degrado morale e culturale, etico e politico, di vasti strati delle popolazioni. Il così fan tutti, tutti rubano, tutti si inchinano, tutti chiedono e tutti minacciano, ottengono solo quelli che hanno santi protettori, generano nelle persone perbene e nei giovani apatia, rassegnazione, indifferenza, disgusto, indignazione, desiderio di fuga e di abbandono.

La Calabria – in questo quadro generale e locale di crisi, di dipendenza, per la fragilità del suo tessuto economico e sociale – rischia di affondare e di morire per i troppi inchini che caratterizzano diversamente tutti i ceti sociali. Non si può fare, certo, la “predica” ai giovani disoccupati in attesa di lavoro, a quanti invecchiano aspettandolo, non la si può fare da posizioni tranquille e sicure. Il fatto è che a inchinarsi non sono quelli che hanno più bisogno: sono spesso e soltanto quelli che vivono in mezzo alla ricchezza o che hanno un’occupazione redditizia, quelli che occupano posti di comando, quelli che hanno messo in piedi un sistema che soffoca un’intera ragione e interi paesi. Molti professionisti, “uomini di cultura”, tecnici, hanno svenduto la propria intelligenza, la propria professionalità, la propria libertà, in attesa di favori, frequentando tutti gli assessorati della regione, salvo poi a brontolare in silenzio, a rivendicare purezza. Per carità di patria, per paura del peggio, per non “calunniare” la Calabria o il “proprio” partito, perché si tiene famiglia, si sono fatti troppo mugugni in privato e poche scelte all’aria aperta.

Qualcuno ha ingenuamente pensato che qualche volta fosse “meno peggio” essere accomodanti, comprensivi, mediatori, poco critici per paura di essere chiamati disfattisti. Non è servito a nulla: questa terra naviga a vista, senza meta, senza progetto, senza speranze e senza guide credibili, con clan politici litigiosi e conflittuali, all’interno dei quali l’inchino viene praticato, studiato, perfezionato, sublimato, ostentato, poi rinnegato, e poi ripetuto, sempre con spiegazioni nobili.

Sento gli strali di chi urla al pessimismo, al disfattismo, alla non giusta considerazione della bella e ospitale Calabria. Venga precisato, però, tanta retorica, tanta carità pelosa, tanto decantare un’inesistente incontaminata e primitiva Calabria, dove hanno condotto. Gli assertori delle magnifiche e progressive sorti, prendano, davvero posizione, indichino soluzioni, siano capaci di elaborare progetti in cui le positività diano frutti veri e non frutti impuri della miscela delle peggiori tradizioni della peggiore modernità.

Vorrei tentare di parlare faticosamente agli esponenti più lucidi, sofferti, in buona fede di questo mondo che fa o si illude di fare opinione, a un maggiore sussulto, a una dignità, ad alzarsi in piedi.

A quanti pensano che inchinarsi sia una necessità, una forma di sopravvivenza, necessaria e ineludibile, un destino ambientale e quasi genetico, vorrei ricordare quanto sono stati dignitosi i nostri padri contadini, artigiani, emigrati che hanno faticato e costruito un mondo, realizzando sogni che spesso noi figli abbiamo sciupato per noi e per i nostri figli. Non predico l’antipolitica, la solitudine boriosa, la lontananza dalle istituzioni, chiedo anzi di non avere paura di sporcarsi le mani con le azioni, le scelte lucide e trasparenti. Le mani diventano sporche anche tacendo, chiudendosi nel silenzio, lamentando senza testimoniare, inveendo senza costruire, maledicendo senza capire la forza della benedizione. Penso che ci siano dignità e libertà di pensiero, da tutti e da tutto, da custodire, magari sbagliando e scontando il rischio e la pena dell’errore purché guidati dalla propria coscienza e dal desiderio del bene comune. Diversamente, almeno si abbia la decenza di fare silenzio, di non fare pettegolezzo (come diceva Pavese prima di suicidarsi) su una terra che in molti, in tanti, anche quelli di lei innamorati a parole e traditori nei fatti, stanno contribuendo a fare suicidare.

@vitotetiblog

L’autore dell’articolo è antropologo dell’Università della Calabria, il suo ultimo libro è Maledetto Sud (Einaudi)

Da "Europa quotidiano" del 13/07/2014