Inchino della Madonna al boss. Carabinieri via. I preti restano

Valerio Dalle Grave
Sulle scandalose vicende di Oppido Mamertina si sono dette e scritte tante cose e si sono pure viste e osservate alla TV e sui vari rotocalchi italiani e non solo.
Qualcuno ha osservato che quel gesto plateale è stata una risposta alla scomunica verso i mafiosi pronunciata da Papa Francesco in occasione della sua visita nel carcere di Castrovillari. Sarà vero, non sarà vero, chi lo può dire?
Quando si ha a che fare con i comportamenti dei mafiosi bisogna aspettarsi di tutto. Dai baciamano agli abbracci affettuosi, dalla generosità pelosa ai colpi di pistola sparati a bruciapelo fino alle stragi come quelle compiute ai danni dei giudici Falcone e Borsellino.
Dalla vicenda di Oppido mi è rimasto impresso un dato. Quando si è capito che la regia della processione avrebbe portato la statua della Madonna ad inchinarsi davanti alla abitazione del boss mafioso, due carabinieri (solo loro) sono usciti dal corteo indignati dal gesto mentre il clero è rimasto al suo posto. Come interpretare quel gesto? Come Accondiscendenza? Pusillanimità? Paura?. Forse un po’ di tutto questo. E la gente comune? Le cronache non dicono molto sulla reazione della gente. I cronisti parlano solo di inchieste di questi e di quelli, di dichiarazioni dei vari personaggi, di prese di posizione delle varie autorità civili ed ecclesiastiche e del Ministro degli Interni Alfano che ha encomiato il gesto dei due carabinieri.
Per tentare di capire queste stranezze legate a quella vicenda, faccio riferimento al libro scritto da un Antropologo, Vito Teti, della Università della Calabria, dal titolo “Maledetto Sud” (Einaudi) che sull’argomento ci aiuta a riflettere su cosa e di cosa stiamo parlando.
“C’è una cappa mediatica angusta sulla Calabria, scrive lo studioso, te ne accorgi quando vai fuori, in Italia e all’estero, e provi un senso di sollievo, misto ad amarezza , nel non leggere (su carta o su tanti siti web) commenti, riflessioni, retoriche identitarie che affossano la nostra regione, ne annullano il senso critico, un vero e problematico, sofferto, sentimento dell’appartenenza, incoraggiano alla lamentela, al rivendicazionismo immotivato, al rifiuto di ogni responsabilità”.
“C’è un cerchio che non è nemmeno magico, continua l’autore - non esistono leader autorevoli o progetti consapevoli a cui legarsi – ma è soltanto una prigione, una trappola, un sotterraneo senza uscita. E’ fatto da commentatori, studiosi, giornalisti che, più o meno in buona fede, più o meno consapevolmente, più o meno legati tra loro, si fanno portatori di una calabresità pelosa. Siamo in presenza delle piccole vedette dell’identità proclamata, risentita, rancorosa, reattiva, mai propositiva, per qualcosa”. 
L’Autore continua poi ad elencare quali sono gli argomenti del sentire comune dei calabresi. Il popolo in generale si chiama fuori da ogni responsabilità diretta. La colpa di tutto quello che non funziona è degli altri (la stampa del Nord, dei colonizzatori esterni). Tutti i guai della Calabria e del Sud cominciano con l’unificazione nazionale: prima c’era l’Eden, lo sviluppo, la primitività genuina. Adesso tutto è stato corrotto dagli altri, dai forestieri, dai nemici esterni. Come se la Calabria e il Sud non avesse partecipato , con i suoi ceti politici e dirigenti, al degrado, all’avvelenamento, alla corruzione del Sud e dell’intero Paese. Come se scempi urbanistici, mancanza di tutela del territorio, incuria e incompiutezze, macerie e degradi non avessero visto come protagonisti interessati quanti poi piangono per la sfortunata e incompresa Regione.
“Potrei ricordare, continua l’autore, come queste versioni tendono di fatto a legittimare la ‘ndrangheta, a dare sempre alibi a “noi” contro gli altri, a occultare scempi e devastazioni compiute dai calabresi”.
La colpa non è della ‘ndrangheta ma di chi non ci comprende, a chi segnala le malefatte locali, a chi denuncia quotidianamente le ombre e le responsabilità delle popolazioni. Giudici, studiosi, professionisti seri che amano questa terra, sono stati considerati traditori e calunniatori della loro terra e spesso lasciati soli ad affrontare i rischi qualche volta della vita. Tutto questo discorso mi porta inevitabilmente a capire, non a giustificare, l’atteggiamento del clero di fronte all’asservimento della statua della Madonna al boss mafioso. 


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Consentirà l'amico Valerio una chiosa non sintetica, una noticina da far avere ai due sacerdoti in processione che, contrariamente ai due carabinieri hanno fatto come niente fosse. Proponiamo quello che può essere considerato il loro riferimento, pur letterario, e cioè un prete che fugge dai suoi doveri morali:
“Cioè... - rispose, con voce tremolante, don Abbondio: - cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi... e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi... noi siamo i servitori del comune.
- Or bene, - gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, - questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai. (l'inchino s'ha da fare durante la processione...)
- Ma, signori miei, - replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, - ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,... vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca...
- Orsù, - interruppe il bravo, - se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito... lei c’intende.
- Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli...
-... Disposto... disposto sempre all’ubbidienza -.
Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui ..omissis.. . Se si trovava assolutamente costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte, sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all’altro ch’egli non gli era volontariamente nemico”.

Ce ne sono tanti, troppi, di Don Abbondio. Con tonaca e senza tonaca, che tirano a campare non accorgendosi che la storia passa davanti a loro, a noi, una storia di scristianizzazione, della sostituzione di un Dio-luce con un dio-denaro, nelle sue varie forme.
Non pensiamo di vedere nell'atteggiamento dei due preti “di fronte all’asservimento della statua della Madonna al boss mafioso” un portato del discorso filosofico di cui sopra. Stiamo a terra terra. L'autore di cui sopra non giustifica ma capisce. Aggiungiamo allora che si capisce anche Don Abbondio, e i tanti Don Abbondio?

Valerio Dalle Grave  (e nostra nota)

Da "Gazzetta di Sondrio" del 10/07/2014