Perché il Pd in Calabria non parla di Oppido?

Succede di tutto ma la discussione interna al Pd locale resta centrata sulle correnti. La scissione tra il mondo reale e quello politico sembra evidente.

di Antonio Preiti @apreiti

L’inchino della Madonna (per essere esatti, dei “confratelli” che ne portavano la statua) ha suscitato, com’è naturale, una grande ondata di sdegno e d’incredulità (sia benedetta però, l’incredulità, perché ci ricorda chi siamo e quello che ci aspettiamo dalle cose). Incredulità, perché appena pochi giorni prima il papa, sempre in Calabria, ha scomunicato gli uomini delle associazioni criminose. Su Europa (8 luglio) Vito Teti, antropologo calabrese, scrive: «Tutta la Calabria è, purtroppo, in maniera diversa, una grande Oppido».

È davvero così? E se non è così, cos’è oggi la Calabria?

Restiamo sempre su Europa (4 luglio) con Nicola Mirenzi, che dà conto con intelligenza delle vicende legate alla candidatura nel centrosinistra, anzi nel Pd, per la carica di presidente della Regione Calabria. Riporta fedelmente lo “stato del dibattito”, con ampia e dettagliata descrizione delle varie candidature e di come siano interpretate dal suo gruppo dirigente: candidatura unitaria sì o no, e se sì, chi; l’incastro delle correnti; l’appartenenza renziana evocata come certificazione; i comportamenti politici dei protagonisti nei vari “passaggi congressuali”. Insomma, una roba tutta politichese, mentre ci si domanda cosa sia oggi la Calabria.

La scissione tra il mondo vero (delle migliaia di persone che s’interrogano sul senso da dare al gesto dell’inchino) e il mondo altro (dei cento, o duecento, dirigenti regionali che si arrovellano per trovare la quadra della candidatura) sembra evidente. Se la Calabria è un’immensa Oppido, quale importanza volete che abbia la corrente del candidato presidente. E se anche non fosse un’immensa Oppido, quale analisi, quale comprensione delle emozioni, delle speranze e delle paure dei Calabresi (e degli Italiani), c’è nell’una o nell’altra candidatura?

C’è qualcuno che ha l’ambizione di portare la Calabria in un posto diverso da dove oggi si trova? E come intende farlo? E quale sentimento popolare vuole ingaggiare per arrivarci? Non la Calabria retorica, della sua bellezza e della sua asprezza, e neppure quella che inventa tesi giustificazioniste dell’arretratezza, dovute all’unificazione italiana o allo “sviluppo industriale del nord”. A questi bisogna rispondere, che non sarà forse colpa di Cavour, o della Fiat, se in questi anni i fondi europei non sono stati spesi.

Ecco, i fondi europei. In queste settimane è in corso in Calabria una grande consultazione per definire i programmi della stagione 2014-2020. Ci sono idee innovative, s’individuano meccanismi nuovi di finanziamento, ci s’interroga sul perché non hanno funzionato nel passato. Perché, se le idee sono le stesse, i meccanismi sono gli stessi, le persone sono le stesse, i risultati inevitabilmente non saranno diversi. La domanda centrale è su cosa oggi ha bisogno la Calabria. A quale posto nel mondo può ambire? Cosa si può fare, di esatto, di ben definito, di comprensibile e visibile, per ottenere un miglioramento reale?

La programmazione in passato non ha funzionato e, nonostante il bisogno di tutto, i soldi non sono stati spesi. È incredibile, ma è così. La regione italiana che ha bisogno di più, è quella che ha speso di meno. Qual è il motivo? È un fatto antropologico; una responsabilità degli amministratori regionali; dei tecnici regionali; dei corpi intermedi e del mondo della rappresentanza? È difficile pensare che un fallimento così enorme non generi riflessioni e azioni adeguate.

La Calabria, vista dall’esterno, è un enigma. Certo è facile mettere insieme l’inchino, la crisi regionale, le inchieste giudiziarie, il peso della criminalità e concludere che sia un’enorme Oppido. Forse lo è. Forse non lo è affatto: perché ci sono imprese che hanno successo nonostante il contesto sfavorevole; ci sono amministratori eroici (talvolta è necessario essere eroi per fare cose altrimenti normali, come – ad esempio – la raccolta differenziata dei rifiuti); ci sono persone che fanno egregiamente, e in silenzio, il loro lavoro, senza chiedere niente a nessuno. Ma chi la interpreta questa Calabria? Difficile possa farlo il personale politico di sempre. Chi la racconta? Difficile possa farlo chi non c’è riuscito finora.

Possibile che tutte le “politiche” consistano nel semplice chiedere più soldi pubblici? Quando non vengono spesi neppure quelli che ci sono già. Non è un corto circuito questo modo di ragionare? C’è una costituzione (costituency) nuova della Calabria che può essere abbracciata? Più meritocratica e meno consociativa; più popolare e meno castale. E quel coraggio che portò Andreatta e Sylos Labini a concepire, proprio in Calabria, l’università più “americana” del paese (popolare e meritocratica come altre mai) dove si può trovare oggi? Come si risolve il problema del “turismo universitario” (fuga dalle università vicine) e quello del “turismo sanitario” (fuga dalle strutture regionali)?

Cosa si fa dell’immenso patrimonio, oggi quasi senza mercato, di seconde case in riva al mare? C’è qualche idea? Come s’industrializza e si fa la distribuzione delle tipicità regionali nel mondo? Come si attrae il turismo dei fine settimana in destinazioni oggi, in fatto di trasporti, poco accessibili e molto costose? Come si migliora la logistica, che impedisce lo sviluppo del turismo in senso proprio? Dato che non si è riusciti ancora a collegare con i binari l’aeroporto di Lamezia con la stazione ferroviaria, distante appena 1,5 chilometri.

Occorre generare ricchezza dalla grande disponibilità dei giovani calabresi a studiare. Forse c’è bisogno di più ingegneri e meno giuristi. Le università possono dare di più alla società calabrese. Ci sono forme di partecipazione popolare (anche grazie a internet) alle decisioni politiche e amministrative che possono accrescere il senso del bene comune in questa regione. Insomma, come si fa a innestare le soluzioni sui problemi?

Se non ci sono queste cose, dentro una candidatura, cos’altro c’è? Chi fa sintesi di una società frammentata, anomica, e tuttavia vitale, se non la politica? Cosa c’è dentro la Calabria che aspetta di venire alla luce? L’idea che la “salvezza” debba sempre venire dall’esterno è forse il primo errore. Chi sono quelli che la Calabria sta aspettando, se non i Calabresi?


Da "Europa Quotidiano" del 12/07/2014