I libri di Vito Teti presentati al Rhegium Julli a cura di Anna Foti - "PIETRE DI PANE. UN’ANTROPOLOGIA DEL RESTARE"

L’avventura del restare – la fatica, l’asprezza, la bellezza, l’etica della «restanza» – non è meno decisiva e fondante dell’avventura del viaggiare. Le due avventure sono complementari, vanno colte e narrate insieme. Cosa sarebbe, dunque, la storia dell’uomo e della donna senza l’apporto di chi cammina ‘viaggiando’, al pari di chi cammina ‘restando’, senza il viaggio di Ulisse e senza l’attesa di Penelope? L’ennesima domanda la cui risposta è, di per sé, un viaggio dentro ciascuno di noi, dentro quella dimensione profondamente umana del movimento, della tensione verso ‘altro’ da quello che ci è noto e verso ‘l’altro’ da noi, del fermento che ogni mutamento, anche quello apparentemente più immobile, porta con sé. Un cammino, quale esercizio costante di verità, che non necessità delle distanze e degli spazi staticamente concepiti, ma che riscopre e riscrive nuovi orizzonti in cui ‘qui’ e ‘altrove’ in realtà si mescolano, si rifondano e si reinventano a vicenda. Senza enfasi, ma restare è la forma estrema del viaggiare. Restare è un’arte, un’invenzione; un esercizio che mette in crisi le retoriche delle identità locali. Così l’antropologo Vito Teti tesse la tela nuova del racconto di chi ‘rimane’, dopo una tradizione culturale che ha prediletto il nomadismo e l’erranza piuttosto che la stanzialità e la permanenza, attraverso la modernità ulissiaca in cui l’eroe viaggia mentre la donna attende. Ma è questa stessa tradizione, nell’odierno spaccato di globalizzazione, a rivelare di possedere da sempre il germoglio di una nuova lettura del viaggio come ritorno. Il ritorno, dunque, a qualcosa che evidentemente, pur appartenendo a qualcuno rimasto in un luogo fisico, non ha smesso di avere un respiro universale. L’antropologia approda all’esplorazione di colui che ‘rimane’, invece di partire, e che nell’atto stesso di restare partecipa attivamente al cambiamento. 

E’ un termine particolarmente evocativo e suggestivo quello della ‘restanza’, assonante con lontananza e vicinanza, partenza ed erranza, presenza e assenza, oltranza e speranza. Una parola nuova e a dirla sono coloro che sono ‘rimasti’ mentre altri sono andati, partiti, forse ritornati. Coloro che nella condizione della restanza, appunto, non hanno subìto o atteso passivamente ma hanno partecipato e determinato cambiamenti e trasformazioni. Nelle pagine del volume ”Pietre di pane” di Vito Teti, intitolato con un omaggio a Corrado Alvaro, che partì portandosi dietro la Calabria e scrivendo instancabilmente di essa, ad avere voce sono proprio coloro, spesso le donne, che sono ‘rimasti’. Il volume è stato presentato dal professore Giuseppe Caridi che ha evidenziato la forza di una narrazione che è naturale trasposizione di una ricerca nell’umano, quale l’antropologia è, che non cede al sentimentalismo, approdando alla nostalgia del futuro.



‘L’attesa - scrive Vito Teti - non va confusa con l’immobilismo, la passività, l’apatia. L’attesa è dolore, progetto, speranza, pazienza, capacità di continuare, di rinnovare l’esistenza, L’attesa è attenzione’. Dunque l’attesa è scoperta, reinvenzione di sé anche in assenza di chi non c’è, di chi è partito, di chi farà o non farà ritorno, in un’alternanza coraggiosa che indissolubilmente lega chi parte e chi resta, tra il rischio di perdersi e la necessità di ritrovarsi, in un susseguirsi di esperienze uniche e inseparabili, di cui intrisa è la letteratura dei ‘narrabondi’. Non una dicotomia tra andare e restare, una lacerazione, ma una simbiosi un’armoniosa contaminazione tra memoria, oblio e canto ad un futuro già passato e ad uno ancora da costruire. 

Dunque la ‘restanza’ è una condizione utile, se animata da sana inquietudine e da interrogativi, ma che può diventare dannosa e pericolosa se vissuta per il solo scopo di mantenere tutto così come è, ostacolando dietro proclami e false slanci, ogni cambiamento. Un rischio concreto soprattutto in una Calabria che si mostra bella ma anche trasandata e colpevolmente assuefatta. La ‘restanza’ una condizione, non un atto di coraggio o di debolezza, da vivere con lo spirito di chi esiste e resiste, partecipa, ascolta, tramanda e trasforma. Il ruolo è fondamentale anche in chiave identitaria. Chi rimane, coltiva la tradizione, recupera e luci e dissipa ombre, oppure, con la stessa forza però dannosa, smarrisce le luci e mantiene ombre. Ecco la grande sfida, la grande responsabilità spesso inconsapevole. Si resta per caso o si parte per caso. Conta, comunque, come si parte e conta come si resta. Il vero cosmopolita è colui che coltiva la memoria, colui che ha radici anche se è andato via. Vi sono calabresi che non hanno smesso di esserlo pur essendosene andati ed invece ci sono calabresi che, pur rimasti, hanno dimenticato questa terra.
E’ importante abitare il luogo della ‘restanza’ o quello dell’arrivo; sono essenziali la costruzione e la riscoperta di una dimensione identitaria e di appartenenza, superando i limiti fisici con cui abbiamo sempre guardato ad un luogo o ad una persona, sperimentando occhi nuovi per luoghi antichi ed occhi antichi per luoghi nuovi e aspirando alla libertà delle idee capaci di arrivare lontano molto più delle gambe e, dunque, di viaggiare anche nella mente e nello spirito di chi resta. Tutto ciò senza dimenticare che chi resta conta le cosa vuote, accompagna i defunti, mantiene vivo il ricordo, si reinventa per vivere senza, ma aspettando. Questo è tutto tranne che attesa passiva. 

Si spalanca un universo di riflessioni sulle migrazioni, quelle che hanno condotto gli uomini nelle città, lasciando le donne nei paesi, che oggi interrogano su antichi e arcaici retaggi patriarcali e matriarcali e che oggi muovono popoli interi alla ricerca di pane e libertà. Le migrazioni hanno cambiato il corso della storia e oggi lasciano in eredità storie e luoghi carichi di emozioni, di dolore, di speranza, di nostalgia, capaci di scolpire ‘pietre di pane’. 

‘Viaggiare e restare, partire e tornare sono esperienze inseparabili. L’emigrazione è stata la morte di un universo ma anche un moltiplicatore di storie e di luoghi, di ombre e di doppi’ .
Gli stessi migranti che oggi fuggono dalla guerra, e che di fatto partono e arrivano, stridono con l’armonia dell’andare del tornare, del restare e dell’aspettare di ‘Pietre di Pane’, incarnando il dilemma dell’impossibilità di rimanere dove si è nati, della costrizione a partire e della nuova impossibilità di restare dove si è giunti. Ecco quegli stessi migranti oggi rivitalizzano le comunità, svolgono lavori che nessuno vuole svolgere, nuovi abitanti di luoghi abbandonati. Ecco l’effetto moltiplicatore ed arricchente, offuscato da paure, dell’emigrazione.

Tanti sono gli interrogativi, segno vivo di fermento. ‘Restare è difendere un appaesamento o esiste anche una maniera spaesante di restare che, a volte, può risultare più scioccante del viaggiare?’ Il viaggio può infatti rappresentare un falso spostamento e la ‘restanza’, invece, un’esperienza di straordinario movimento, profondo cambiamento. vibrante poesia, canto di amore che vince la rabbia contro qualcosa solo apparentemente immutabile.