La dimensione comunitaria del lutto

di Vito Teti

Avevo cinque anni, era l’estate del 1955, quando cominciai a capire che le persone che ti stanno vicino e a cui vuoi molto bene se ne possono andare in un posto sconosciuto, misterioso, magico da cui non torneranno più o torneranno nei sogni e nei ricordi, nei pianti e nelle nostalgie di chi resta.
Mio nonno Peppe, una figura imponente di «americano», che aveva fatto una certa fortuna negli Stati Uniti, e al ritorno in paese aveva acquistato una casa e un podere, avviato una piccola impresa di costruzione, e che mi portava nella sua cantina di vino, gestita dal figlio, zio Michele, era in una bara al centro della stanza della casa materna dove abitavamo, mentre mio padre era a Toronto.




Conquiste del Lavoro, 1 Novembre 2014