Il Ricordo: il Sen. Antonino Murmura

Il piacere e il dolore di sentirsi cittadino Vibonese.

di Vito Teti

La scomparsa di Antonino Murmura mi addolora e mi rattrista non poco. Non soltanto per i legami amicali e di stima che, negli ultimi tempi, avevano contraddistinto i nostri occasionali o cercati rapporti, ma perché Murmura lascia un “vuoto” in un territorio e una provincia che, negli ultimi anni, si sono andati sempre più degradati a livello demografico, economico, civile, culturale, politico. Ricordare Murmura, figura politica e pubblica più importante della seconda metà del Novecento, significa, per quelli della mia generazione che hanno consumato in questi luoghi passioni ed azioni culturali, civili e politiche, in qualche modo fare una sorta di outing, guardare anche dentro se stessi e nelle vicende politiche di un territorio che Murmura ha quasi incarnato, con i suoi pregi e anche con le contraddizioni e i limiti propri della geopolitica e, vorrei dire, della geoantropologia di questi luoghi. Murmura, per la generazione del sessantotto, costituisce uno specchio, un’immagine, una figura con la quale è bene fare i conti, nel ricordarlo, in maniera sincera e non rituale, senza le liturgie di maniera, che, da persona intelligente quale era, non avrebbe gradito e lo avrebbero fatto sorridere.
Da quelli della mia generazione, dai “sessantontini” della prima ora e poi da quelli della generazione del decennio successivo, il nome di Murmura veniva associato al potere e al suo esercizio nelle forme più varie. Il senatore era, del resto, l’esponente più rappresentativo, più combattivo, di un partito, la DC, che all’epoca, da chi si affacciava alla politica tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dagli anni Settanta, era considerato il Male e in Nemico assoluto. Con la sua aria austera e bonaria, con il suo incedere autorevole e il suo parlare diretto, Murmura, ma dovrei dire la sua immagine e la costruzione che i suoi avversari ne avevano fatto, anche in quelli che lo consideravano, senza conoscerlo, un “nemico”, provocava tanto entusiasmo nel suo elettorato e tra gli avversari anche un atteggiamento di opposizione dura quando lo si vedeva in prima linea nei comizi, durante le elezioni, le domeniche mattina nei paesi dove andava a trovare amici ed elettori. La mia, la nostra, era la ribellione dei figli dei contadini, dei braccianti, degli emigrati che finalmente potevano studiare, andavano scuola, sognavano il cambiamento e la fine di un mondo misero, pieno di sofferenze e di ingiustizie. La distanza non era tanto dall’uomo politico e dal partito e dal mondo che rappresentava: era da un sistema generale di potere che poi si sarebbe sfarinato, sarebbe imploso, dopo la caduta del Muro. Era anche un bisogno di distanza da un passato remoto di oppressione di miseria, dai bisogni dei nostri genitori, che amavamo, ma non sempre comprendevamo. Era anche una ricerca di lontananza da noi stessi e i mutamenti hanno bisogno di simboli positivi e negativi, che magari non trovano riscontro nella realtà e che poi appaiono, magari, in tutta la loro fragilità. 


E adesso che ho visto tanta acqua passare sotto i ponti e che, come si dice con un’espressione del mio mondo, «ne ho sentito tante campane suonare», non posso non riflettere sulle esasperazioni e le radicalizzazione di quella gioventù sognante e che comunque scardinava antichi rapporti, affermava nuovi legami e nuove pratiche politiche, scopriva un altro senso della democrazia e della partecipazione, che l’univa ai giovani di tutto il mondo. Non posso non meditare, certo con il senno di poi, che quanti facevano a gara ad essere più estremisti e a giocare (molti lo facevano) alla rivoluzione, col tempo sarebbero diventati, loro, la peggiore incarnazione del potere, delle clientele, dei trasformismi, del “tengo famiglia”. Dice un proverbio del mio paese: «Chi vive un anno e un giorno – Vede le feste di tutto l’anno». Forse “resistere” a lungo, o abbastanza, è un dono anche perché la vita ci dà la possibilità di considerare eventi e persone nella “lunga durata”, nelle diverse situazioni, con i tempi che cambiano. Chi vive un anno e un giorno ha la possibilità che gli offre la vita di vedere di quante debolezze, ipocrisie, tradimenti, ambizioni fosse segnata la vita dei “duri e puri” e, viceversa, ripensare come quelli che venivano creati come nemici, fossero alla fine, con tante limiti ed errori, persone perbene, colte, appassionate. E così, negli anni, mentre osservavo, con dolore, le piccinerie di quelli che danno la colpa sempre agli altri, in attesa di prenderne il posto, mi trovavo a scoprire in Murmura uno che della politica aveva fatto una scelta di vita e la cui azione di amministratore e di parlamentare non poteva essere assolutamente ridotta ad esercizio del potere e a ricerca di consenso personale per via meramente clientelare (anche la sinistra, erede del Pci e del Psi, il sindacato, avrebbero mostrato una certa familiarità con le pratiche clientelari e familistiche rimproverate alla Dc e bisognerebbe indagare seriamente su una deriva drammatica che portava a tangentopoli e che non avrebbe risparmiato nessuna forza politica e che oggi assume i contorni di una catastrofe).

Spetterà agli storici della politica, della Calabria, del Vibonese – inseriti in un contesto meridionale e nazionale – ripensare la centralità e la complessità dell’uomo politico più importante della seconda metà del Novecento vibonese. Andranno considerati, con serenità, con riferimento ai tempi, e alle politiche nazionali e regionali, i suoi anni di sindaco e i suoi lunghi anni di parlamentare, le sue scelte apprezzate e criticate, discusse e osteggiate, le tante positività e le tante criticità che ne hanno segnato il cammino. Certo gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, con le tante iniziative culturali, turistiche, musicali (si pensi all’ “Agosto Vibonese”) venivano ricordati da molti, forse per polemica con un presente invivibile, come un periodo vivace e dinamico per Vibo e il Vibonese. Venivano evocati con nostalgia anche da quanti gli erano stati avversari e che si trovano ad assistere nell’ultimo ventennio al progressivo degrado della città. E così andrà ripensata, in sede storica, la vicenda che lo vide al centro di una serrata critica da parte del Circolo Salvemini e dei “Quaderni Calabresi”. Michele Aiello, mio maestro al Liceo di Vibo e anche dopo, intellettuale e figura indimenticabile della sinistra Vibonese e calabrese, mi raccontava degli scontri epici ed aspri che aveva quasi continuamente in Consiglio comunale e al Comune per Vibo (soprattutto sui problemi cruciali dello sviluppo della città, del piano regolatore, della crescita urbanistica, delle gestione amministrativa c’erano aspri contrasti tra le forze politiche), ma, negli ultimi anni, confessava, non sapeva nemmeno con chi confrontarsi e scontrarsi. Anche gli avversari politici più avvertiti e problematici riconoscevano in Murmura un avvocato capace, che sapeva fare interrogazioni e proporre leggi al Senato, con riconosciute cultura giuridica e abilità oratoria, con fiuto politico. Nel tempo ho avuto modo di conoscere un uomo appassionato, informato, mai banale con cui potevi parlare di letteratura e di musica, che amava la Vibo di Pasquale Enrico Murmura, poeta di cui conservava carte e manoscritti, sempre presente a manifestazioni culturali, presentazioni di libri, dibattiti e in questo testimoniando una diversa tensione rispetto ai politici-politicanti sempre latitanti e indifferenti alle iniziative in cui non si parla di spartizione di posti e di incarichi. Il suo capolavoro politico resta, assieme alle molte iniziative da sindaco, l’impegno tenace di fare diventare Vibo provincia. Non si risparmiò in questa scommessa, seppe tessere legami, in Calabria e a Roma, prospettare vantaggi, alimentare speranze. E alla fine, soprattutto grazie a lui, la città diventava capoluogo di una provincia tutta da inventare e da disegnare, da costruire con capacità e lungimiranza. I gruppi dirigenti dei partiti, gli amministratori, le élites economiche e produttive, gli eredi dell’intellettualità un tempo vivace ed operosa, non sono stati (certo non bisogna dimenticare le rare eccezioni, Saverio Di Bella, Pino Iannello, Luigi Lombardi Satriani e altri bravi uomini politici e onesti amministratori, non a caso, in vario modo, “allontanati” dalla vita politica dai gruppi di potere trasversali) all’altezza di un’occasione storica e di un’opportunità che andavano gestite in maniera alta e non con lotte e beghe di cortile. Murmura – dai giornali e in occasioni pubbliche – appariva con la severità di chi sentiva l’inadeguatezza e il pressapochismo di quelli che dovevano ereditare, magari migliorandolo, i frutti della sua azione politica e amministrativa. E nell’ultimo ventennio, praticamente ai margini del potere politico, è stato presente sulla scena con analisi, critiche, proposte, progetti, chiarimenti, inviti, sempre fondati e sempre argomentati. Spesso non senza ironia e verve polemica in cui è stato maestro. Così facendo ribaltava anche quella immagine non positiva che gli avevano disegnato gli avversari e finiva con l’apparire e con l’essere lui ad indicare le piccinerie e i piccoli-grandi interessi dei nuovi gruppi dirigenti. E quando è finito il mondo fatto di lotte e di asprezze politiche vere, di tensioni e passioni, Murmura ha saputo scegliere la via popolare e popolana, quella vicina al popolarismo cattolico, fino ad aderire, senza grandi entusiasmi e senza troppa fiducia, ai nuovi soggetti politici democratici e di sinistra, prendendo le distanze da un berlusconismo (di destra e di sinistra) di cui vedeva, con esiti drammatici nella Calabria, il degrado politico, culturale e umano. 

Tornava spesso nelle piazze e nei paesi quasi a ritrovare e ricordare un senso di comunità, gli amici e gli avversari di un tempo perduto, di cui forse rimpiangeva i rapporti umani più che i legami politici. Ricordo l’ultimo incontro privato, su suo invito, nel suo palazzo e nel suo giardino, pieni di storia e di arte, con la moglie, anche lei attenta e amante della cultura, impegnata nel campo della musica, con una delle figlie che viveva a New York e si occupa di cinema, e con Vittorio De Seta, il più importante documentarista e poeta per immagini del mondo contadino del Sud, che ascoltava Murmura con grande interesse e con una curiosità di altri tempi. Si parlò di tante cose e anche del possibile futuro di questa terra, non senza un certo pessimismo. Non ho potuto accettare un ultimo recente invito nella sua casa, ma lo vedevo sempre con piacere, nei luoghi dove si produceva cultura come la Monteleone di Mario Porcelli, un altro grande vibonese scomparso orami da dieci anni, o al Sistema Bibliotecario Vibonese, diretto da Gilberto o nelle biblioteche dei paesi, dove puntualmente si presentava per ascoltare e testimoniare. Lo ricordo con piacere anche per la cordialità e l’attenzione sempre mostratemi, ma soprattutto perché, pure tra difficoltà e contraddizioni, in decenni difficili e di grande trasformazioni, in tempi di passaggi e confusi, come i nostri, ha saputo, con un percorso personale e politico, fare scelte che vanno esaminate ormai in sede storica e con la giusta distanza, e ha rappresentato le positività e le difficoltà, il piacere e il dolore, di essere abitanti del Vibonese.

da Il Quotidiano della Calabria del 13/12/2014