Lorenzo Calogero: il silenzio degli editori e la critica imbelle. Vito Teti: “Nei quaderni del poeta l’antropologia dell’ecoappartenenza…”

di Chiara Fera

Per il recupero dei quaderni (804) di uno dei più grandi poeti del Novecento, Lorenzo Calogero (Melicuccà, 28 maggio 1910 – Melicuccà, 25 marzo 1961), ha svolto un ruolo decisivo con la sua Università (Arcavacata) il prof. Vito Teti: antropologo dalle innumerevoli e prestigiose pubblicazioni (sua è l’introduzione a Un paese e altri scritti giovanili di Corrado Alvaro di recente pubblicato da Donzelli) e scrittore (con Il patriota e la maestra edito da Quodlibet s’è aggiudicato la VII edizione del Premio letterario nazionale Tropea).

In occasione di un’importante iniziativa in cui s’è tornato a parlare del poeta di Melicuccà ( si è svolta il 29 novembre a Cittanova ed è stata promossa dall’associazione Sykea in partenariato con l’agenzia Galbatir col patrocinio del Dipartimento di studi umanistici dell’Università della Calabria in collaborazione con il Liceo “V. Gerace”) al professor Teti abbiamo chiesto di soffermarsi su alcuni punti caldi del “caso Calogero”.

Il “Progetto Calogero”, ideato e portato avanti dalla sua Università, ha fatto un ulteriore importante passo in avanti con la pubblicazione dell’opera inedita Avaro nel tuo pensiero a cura di due dei maggiori studiosi del poeta: Mario Sechi e Caterina Verbaro. Si può dire che, finalmente, un grande poeta per decenni rimosso, cancellato, ignorato, dopo un iniziale interesse all’indomani della sua opera, susciti di nuovo interesse in ambito scientifico e presso studiosi di notorietà nazionale e internazionale. Ci può ricordare come mai il poeta sia stato “maledetto” anche per la critica e soltanto di recente si stia ingranando la marcia giusta, grazie soprattutto all’Unical, per superare un grave ritardo?

Lorenzo Calogero, nonostante tanti giudizi critici positivi, fondati e avvertiti (da Sinisgalli a Montale, da Caproni a Vigorelli, da Luzi a Solmi, ecc.) non ha avuto molta fortuna con gli editori e i letterati né in vita né dopo la sua scomparsa. Egli è vissuto appartato, in solitudine, lontano dai circuiti culturali e letterari, perché i suoi versi, come ricorda Stefano Lanuzza, inducono a «quel moto di deriva tra sé e la vita che negata dai mestieranti della poesia e dai fautori d’una pressoché naturalistica identificazione tra vita e arte», ha avuto in lui la sua più tragica rappresentazione. Di ciò Calogero era del tutto consapevole, anche quando scriveva le sue lunghissime lettere agli editori, affinché lo liberassero dal suo stato di “interdizione”. Con lucidità, faceva l’analisi del suo processo di esclusione, giungendo all’amara consapevolezza che: «se la vita dei poeti si ribalta e è perché la loro parola trova difficilissimamente credito anche sotto gli aspetti più elementari fra gli uomini […]».Tentando una disperata resistenza a questi asettici meccanismi di immobilizzazione, Calogero pubblica in vita, a sue spese, a sua cura, le sue raccolte e attende risposte da editori e poeti, che lo tenevano in una sorta di ansia e aumentavano il suo “mal-essere”. Soltanto dopo la sua morte, grazie a Giuseppe Tedeschi, vedevano la luce, nel primo dei due volumi delle opere editi da Roberto Lerici nel 1962 e nel 1966, i suoi quaderni di Villanuccia (con poesie selezionate tra un’enorme mole di versi) che lo rendono noto ad un più vasto pubblico.
“Calogero – spiega Vito Teti (foto) – prova più volte ad andare via e ritorna. Ritorna e sente il bisogno di ripartire. Sogno di andare lontano. Soltanto la poesia, forse, può portare lontano. Non si resta, non si parte, non si torna. Chi legge con estrema cura i versi di Calogero troverà in essi, fra le altre cose, un’attenzione particolare, fasciata dalla pietas verso il vivente che perisce, alla povera vita della sua regione”.

Esplode allora il “caso Calogero”, ma dopo i clamori dell’esordio, che non si svolge nell’ambito dei movimenti letterari dominanti di quegli anni, la critica lo rimuove nuovamente, lo cancella, lo espelle, lo confina in una sorta di perifericità del tutto incomprensibile, rendendolo, alla maniera di Heidegger, un «abitatore del vento». Sono molteplici le cause di questa rimozione e potremmo inserirle all’interno di una più generale marginalizzazione culturale e intellettuale, conosciuta da tanti autori di luoghi considerati periferici. Certo, per lungo tempo, Calogero ha continuato ad essere conosciuto come il «poeta maledetto», il «Rimbaud calabrese», il «genio folle», in altri termini, attraverso stereotipi che, sia pure in positivo, non riuscivano a restituire la ricchezza, la complessità, il carattere assorbente e totale della sua poesia «non riconducibile a congerie di segni o simboli ma rapportabile a un tessuto di cenni». Sembrava, in altri termini, essersi avverato il timore che Calogero manifesta e anticipa nell’ultima frase da lui scritta prima di morire: «Vi prego di non essere sotterrato vivo».

Una confessione tragica, ma anche un potente j’accuse contro il sistema editoriale e la critica letteraria…

Questa frase, ripetuta e ricordata quasi ritualmente, riassume bene una mitologia ambivalente del poeta: una sorta di nobilitazione («il poeta più grande del Novecento italiano») o anche di «maledizioni» leggendarie, che di fatto hanno impedito o tardato la conoscenza del poeta, o peggio lo hanno spesso elevato in un empireo irraggiungibile, senza “appartenenza” e “radicamento”, senza contesto e senza ambiente, o, viceversa, rinchiuso in una sorta di marginalità e di perifericità estreme, quando non di “localismo” angusto. La critica letteraria, nazionale e regionale, salvo importanti e qualificate eccezioni, ha sempre tardato, rinviato, la “conoscenza” di Calogero. L’indisponibilità dei suoi quaderni, delle sue carte, dei suoi taccuini, delle sue lettere, dei suoi appunti, dei suoi disegni, delle sue riflessione – dalla sua morte ad oggi –, ha alimentato anche la leggenda del poeta incompreso, grande e sconosciuto. I quaderni di Calogero, i suoi inediti, sono stati l’ossessione, l’apprensione, il sogno di critici, studiosi, intellettuali, giovani. I quaderni venivano citati come una sorta di tesoro non aperto, nascosto, e tra le élites intellettuali e locali prosperava una sorta di lamentela e di assegnazione di responsabilità agli altri (come capita in Calabria), senza, peraltro, cercare (salvo rare eccezioni) di occuparsi concretamente della questione. Spesso l’indisponibilità del corpus poetico di Calogero è stata pretesto per un silenzio durato molti anni e alibi per ulteriori rimozioni.

Sono state queste riflessioni, quindi, ad indurre la sua Università al “recupero” degli 804 quaderni?

Si è partiti dall’idea di trasformare in «bene comune» un patrimonio poetico e letterario, certamente tra i più originali e importanti, quasi del tutto inesplorato, del primo Novecento italiano ed europeo. La convenzione tra il Dipartimento di Filologia dell’Unical, la Regione Calabria, il Comune di Palmi prevedeva e ha reso possibile il trasferimento del patrimonio letterario Lorenzo Calogero, depositato presso la Casa della Cultura di Palmi, su indicazione della Regione Calabria, nella sua qualità di custode dell’archivio medesimo, presso ArchiLet del Dipartimento di Filologia dell’Unical. Il Convegno Lorenzo Calogero. 1910-2010. L’«ombra assidua» della poesia che si è svolto nel Campus di Arcavacata di Rende dal 4 al 6 febbraio, è stato l’occasione per rimettere al centro dell’attenzione, con nuovi strumenti, con recenti acquisizioni teoriche, con una diversità di prospettive disciplinari, Calogero e la sua poesia, che è stata ombra, malattia compagna, ossessione di una vita. Il volume [uscito presso l’editore Rubbettino a cura di Vito Teti, ndr] presenta riflessioni e relazioni di studiosi famosi, esperti di Calogero, critici letterari, antropologi, giovani e bravi studiosi del poeta: Giorgio Patrizi, Giuseppe Tedeschi, Giuseppe Antonio Martino, Luigi M. Lombardi Satriani, Angela Francesca Gerace, Stefano Giovannuzzi, Mario Calogero, Carmela Reale, Francesco Iusi, Caterina Verbaro, Fulvio Librandi, Arianna Lamanna, Mario Sechi, Andrea Amoroso, Florinda Fusco, Luigi Tassoni, Sonia Rovito, Annarosa Macrì, Gianni Carteri, Enzo Rega, Mariagrazia Palumbo, Claudio Damiani, Franco Dionisalvi, Paolo Martino.

Subito dopo, come si è proceduto?

Si è proseguiti poi con la riedizione della raccolta Parole del tempo[pubblicata a cura di M. Sechi e V. Teti presso Donzelli,ndr] alla quale è seguita quella della raccolta Avaro nel tuo pensiero già parzialmente pubblicata dai critici [Rosselli, Verbaro pubblicata da Donzelli, a cura di Caterina Verbaro e Mario Sechi]. Mi riferisco, naturalmente, alle principali iniziative portate avanti per impulso o col sostegno del Dipartimento di Sudi Umanistici della mia Università. Posso ricordare ancora i lavori di: Sonia Rovito, docente di materie letterarie, che si è addottorata all’Unical, una delle più interessanti promesse della nuova stagione di studi calogeriani; Angela Francesca Gerace che, studiando alcuni dei quaderni dell’Archivio Calogero, ha appena concluso una sua tesi di dottorato sul poeta; Maria Pina Cirigliano, anche lei esperta di archivi letterari (ha collaborato all’organizzazione dell’Archivio Calogero) e docente, si sta occupando di alcuni quaderni di Calogero, in particolare di quelli che contengono appunti, riflessioni, lettere e che porteranno, probabilmente, a una pubblicazione. Ci sono poi tanti altri studiosi, giovani e meno giovani, dentro e fuori all’Università, nelle associazioni e nel mondo della scuola, che si occupano, con serietà e impegno, del poeta. Naturalmente, una rassegna dei tanti studiosi che si stanno accostando a Calogero va fatta in altra sede e da esperti di Calogero e di storia della critica letteraria e di letteratura italiana.

Quali risultati, a questo punto, pensa si siano conseguiti e cosa resta da fare?

Il risultato più importante è quello di essere riusciti a rendere disponibili, fruibili, consultabili da studiosi, dottorandi, studenti, privati cittadini i quaderni che costituiscono un bene pubblico, un tesoro, una risorsa della Calabria. Quest’ opera di recupero è una delle più importanti iniziative culturali, di respiro europeo, che è stata portata avanti negli ultimi anni in Calabria. Ricordo l’emozione che ho avuto, assieme ad altri studiosi e rappresentanti delle istituzioni, al momento di prendere in mano e guardare, quasi con venerazione, quei quaderni su cui Calogero aveva riversato la sua ossessione per la sua poesia, il suo dolore, le sue utopie, il suo bisogno di amore, verità e giustizia.
Un’immagine del convegno svoltosi a Cittanova. Da sinistra: Maria Timpano, preside Istituto “V. Gerace”, Francesco Cosentino, sindaco di Cittanova, Antonio Alvaro, presidente Galbatir, il prof. Vito Teti, Sonia Rovito, ricercatrice, il critico letterario Gianni Carteri, Maria Valarioti, presidente dell’ associazione Sykea ed il giornalista Filippo Teramo.
Grazie al concorso e alla collaborazione di studiosi e istituzioni, grazie anche alla disponibilità e alla partecipazione degli eredi in Calogero, in maniera particolare della professoressa Lucia Calogero e del professor Mario Calogero, figli di due fratelli del poeta. C’è ancora tanto da fare e spero che le istituzioni pubbliche e culturali si attivino ancora per dare borse di studio, assegni di ricerca, contratti a giovani studiosi perché cataloghino e facciano il punto su questo tesoro di poesia e spero che, prima o poi, qualche esperto si occupi dell’edizione critica di tanti inediti di Calogero e magari di una sorta di “Meridiano” con un importante editore. Spero che Calogero venga studiato nelle scuole calabresi e italiane. E spero che la poesia, la bellezza della poesia di Calogero, la sua ossessiva ricerca di verità e di giustizia, diventino motivi costitutivi di un’identità aperta, plurale, dialogica.

Professore: il suo sguardo antropologico e “letterario” come può interrogare la poesia di Calogero? In altri termini: ci sono nei versi di Calogero motivi e tematiche che possano aiutare a comprendere l’antropologia della Calabria e dei suoi abitanti?

La ringrazio per la sua domanda. Tra poesia e antropologia i rapporti, i nessi, i dialoghi sono molteplici e bisognerebbe parlare e riflettere a lungo. Ormai è ampiamente condiviso il fatto che la scrittura antropologica è anche “narrazione” e “letteratura” e che la letteratura e la poesia non possono non essere anche discorso antropologico. Alcuni critici hanno indagato il mondo fantastico del poeta, i suoi paesaggi onirici, il suo «geometrismo evanescente», l’«iperreal­tà della sua poesia».Vorrei ricordare, però, come la Calabria, i suoi paesaggi, i suoi paesi, siano ricorrenti nei versi di Calogero, che disegna, a saperlo leggere, una sorta di geoantropologia segreta e poetica della sua regione. Il «magma alluvionale» delle migliaia di versi e il «carattere dei mosaici e degli arabeschi, della musicalità incomparabile e dei contrappunti di stridori e tessuti alogici di parole», come ha notato con acume e finezza Antonio Piromalli, oltre a celare e svelare terrori, sentimenti, angosce, malattia, l’amore, l’anima del poeta, hanno il dono, a saper leggere con un altro “sguardo”, di aprire a una poesia che svela e coglie l’anima dei luoghi.

Può soffermarsi ancora su ciò che c’è si cela nella poesia di Calogero?

Nei versi di Calogero tornano i seguenti lemmi: casa, paesaggio, nuvole, paese (ma potremmo aggiungere anche altri elementi del paesaggio e termini come nostalgia, rovine, macerie, screzio, lontananza). La casa, il paese, bisogna abbandonarli per tornare. Si fugge e si torna o si tenta di tornare. Calogero prova più volte ad andare via e ritorna. Ritorna e sente il bisogno di ripartire. Sogno di andare lontano. Soltanto la poesia, forse, può portare lontano. Non si resta, non si parte, non si torna. Chi legge con estrema cura i versi di Calogero troverà in essi, fra le altre cose, un’attenzione particolare, fasciata dalla pietas verso il vivente che perisce, alla povera vita della sua regione. Scrive Piromalli: «Gli umili oggetti – dall’arcolaio alla cresta del gallo, alle valli, ai sentieri, ai vasi di fiori, alla panca, ai boschi, alla salvia – vi sono ricordati, vi hanno posto ragazze, tagliaboschi, animali (pecore, capre, capriole, galli); il paesaggio vi ricorre con le sue linee precise o deformate, a seconda degli stati d’animo, paesano, marittimo, montano». I pastori, i contadini, i marinai che appaiono nei suoi versi sono quelli del suo mondo di appartenenza. In un mio scritto, apparso nel volume degli atti di cui dicevo prima, ho mostrato come le nuvole sono elementi del paesaggio e della sua casa di Melicuccà, “centro” del mondo, riproduzione di un “centro celeste”.


Lorenzo Calogero
C’è una corrispondenza tra “alto” e “basso”, “realtà” e “dimora celeste, geografia dell’interno e geografia esterna. Le nuvole hanno quasi un valore terapeutico e salvifico. Ma questi sono soltanto pochi spunti “provvisori” di taglio vagamente antropologico, piccoli indizi per accostarsi a un “poema” complesso, affascinante, aperto che richiede molteplici e pazienti letture, sguardi da prospettive ambiti disciplinari diversi: un “poema” ancora, forse, tutto da scoprire. Nell’ interrogare versi, parole, immagini, simboli, a volte, affiora una sorta di geologia, di geografia, di fisica e di metafisica dei luoghi, del paesaggio, della natura. Animali, persone, oggetti del mondo in cui vive, e dove si sente straniero e in esilio, trovano nei suoi versi un’attenzione particolare e invitano a ripensare, in maniera non scontata, il senso della “solitudine” e dei legami del poeta con il mondo che lo circonda. Il “senso del luogo” può diventare materia di poesia soltanto per coloro che ad esso appartengono (o sentono di appartenere) e che ad esso sono legati da un rapporto quasi biologico, fisico, “istintivo”.

Geografia e interiorità, fisicità e sentimenti…

Spazi reali e metaforici, seppur in un’apparente insignificanza degli elementi, mostrano una profonda unitarietà di suoni e di significati. La geografia e la geometria fantastiche di Calogero, allora, non possono essere separate dalla topografia, dal paesaggio e dai luoghi da lui abitati e conosciuti. Si potrebbero individuare una sorta di geobotanica e di geozoologia nella poesia di Calogero, attento a dettagli della natura, alla flora, alla fauna, al mutare dei colori e al loro confondersi. Una topografia che non è solo geografia di paesi, quanto piuttosto ricerca e disvelamento di un universo di conoscenze assolute e totalizzanti. Anche il senso della morte e del dolore, l’attenzione particolare, «fasciata di pietas che perisce», alla povera vita dei paesi della sua regione, il motivo dell’esilio e dell’erranza, suggeriscono di legare la poesia e la poetica di Calogero anche all’ambiente e alle culture dei luoghi, all’antropologia di una terra di bellezze e di rovine, all’ideologia della morte nei paesi calabresi, a un universo mobile e dolente, solare e sotterraneo, luminoso e ombroso. Scrive Calogero in un quaderno del 1939: «Io sono un uomo perseguitato dal mio terrore di rivelare sentimenti assurdi e di disgelare ogni mio affetto più sano corrotto da ogni possibile assurdità[…] questo è il motivo per cui è esistito sempre in me l’istinto di sviluppare fino a un grado massimo l’istinto verso la poesia, per compensarmi dell’amore che non ho e non ho potuto avere». È uno dei tanti “pensieri” sulla poesia, “nascosti” tra i quaderni, che invitano a evitare giudizi frettolosi e impressionistici, letture localistiche e forzature provinciali e, anche, a luoghi comuni e rituali sull’universalità della poesia di Calogero.

Da studioso e conoscitore dei paesi calabresi e dell’antropologia dei paesi in abbandono o spopolati, da autore che si è soffermato sullo “spaesamento” di chi è rimasto, cosa le viene in mente pensando ai versi o alle prose di un poeta che è “rimasto” nel suo mondo, con amore e partecipazione, sofferenza e fatica?

Potrei riportare tanti versi e citare molte frasi. Mi viene in mente il rapporto che il poeta stabilisce tra amore e poesia: «Io sono un uomo perseguitato dal mio terrore di rivelare sentimenti assurdi e di disgelare ogni mio affetto più sano corrotto da ogni possibile assurdità[…] questo è il motivo per cui è esistito sempre in me l’istinto di sviluppare fino a un grado massimo l’istinto verso la poesia, per compensarmi dell’amore che non ho e non ho potuto avere». Credo che si possa concludere questa conversazione, per la quale ho guardato tra i miei appunti e le mie carte, con questa annotazione che fa riflettere: «La vita del paese matura più eventi per ogni singolo individuo su un solo oggetto, che non la vita della città. In essa si vive e si soffre insieme una vita più intensamente individuale». Mi vengono in mente certe frasi di Alvaro, Strati, Seminara, La Cava – che partiti o rimasti – non si sono mai “allontanati” da un paese, luogo dell’anima, motivo d’ispirazione, ma anche luogo di fatica e di solitudine, a volte aspro e duro. Sono meditazioni che interrogano anche l’antropologo che si occupa del rapporto locale-globale, dei problemi dell’abitare e dell’esserci sia nelle metropoli che nei luoghi, apparentemente, più periferici. I versi di Calogero ci interrogano come calabresi e come abitanti del mondo e dell’universo. Il suo “panteismo” (di cui parlano alcuni critici) è di grande attualità ed ha molto da comunicare a filosofi e pensatori che parlano della fine dell’antropocentrismo e della necessità di un’antropologia dell’ecoappartenenza.

da http://www.calabriaonweb.it