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Dov’è finita l’antropologia? ViaPo lo ha chiesto a Vito Teti


di MARIATERESA GALATI



Prof. Teti, dal suo punto di osservazione, il Sud e l’università della Calabria, dove insegna Antropologia culturale e svolge attività di ricerca, ma anche un rapporto intenso con giornali ed editori nazionali, in che senso si può parlare di “crisi dell’antropologia”, come si sente dire da più parti?
Mi trovo spesso a dovere rispondere alle persone che mi chiedono, oltre ad insegnare e a “lavorare” all’Università, dove insegno per l’appunto Antropologia Culturale, in che cosa consista oggi la ricerca antropologica, quale sia il senso dell’antropologia, intesa come discorso sull’uomo e sulle culture, in fondo quali sono le ragioni personali e culturali del mio “mestiere”. Le risposte possibili sono tante e spesso più che legate a teorie, metodologie, interpretazioni della ricerca etnografica e dell’antropologia, abbiano molto a che fare con il rapporto che ognuno di noi ha con se stesso e con gli altri, con la capacità di entrare in dialogo con il mondo e i suoi abitanti, lontani e vicini, di mettersi in discussione e di conoscersi attraverso l’altro.
Forse più che l’antropologia è in crisi una certa idea dell’antropologia, quella che per lungo tempo ha privilegiato la ricerca in luoghi lontani ed estremi e che ha avuto la “presunzione” di presentarsi come disciplina scientifica, affermando un’oggettività che ormai hanno rifiutato anche le scienze esatte, quelle, comunemente, definite “scientifiche”.