La Calabria errante di Teti in “Terra inquieta” - Savi su robertosaviano.com

C’è sempre un carico di sofferenza da affrontare nel viaggio se il luogo da attraversare è il Sud. Che sia un viaggiare al Sud, per il Sud o lontano dal Sud, il fardello non manca mai. È un’impronta che quei  luoghi si portano appresso e che giunge da lontano, dalla storia, dalla geografia, dalla morfologia della terra e delle persone che la vivono. Ma è una sofferenza che non incute paura, semmai voglia di capire, approfondire per studiarne l’origine, la trasmissione e i tanti modi per affrontarla e convertirla in ricchezza.

Lo scrittore Vito Teti ci regala un’ennesima profonda lettura di questi temi, in chiave letteraria ed antropologica, nel suo ultimo libro pubblicato da Rubbettino “Terra inquieta - Per un’antropologia dell’erranza meridionale”.

La “Terra inquieta” di Vito Teti: viaggio nella Calabria più autentica - di Valeria Guarniera da "Il Dispaccio"

di Valeria Guarniera
"Il destino dei manoscritti è imprevedibile: a dispetto delle motivazioni dell'autore, delle urgenze e delle necessità, è spesso appeso ai fatti fortuiti, al filo del caso e delle coincidenze. Come un fiume carsico, può sparire per lunghi periodi, vivere vite sotterranee, alimentando, a sua volta, altri manoscritti e altre scritture, per poi riemergere, più o meno all'improvviso, con nuove domande e nuove motivazioni". Nelle prime righe dell'introduzione al suo nuovo lavoro – Terra inquieta, per un'antropologia dell'erranza meridionale, a inaugurare la nuova collana di Rubbettino "Che ci faccio qui" – Vito Teti racchiude il senso del suo racconto, regalando ai lettori una parte di sé e offrendo una visione della Calabria autentica, vissuta: "Una storia di linee: ondulate, curve, rette, spezzate. A ciascuna forma corrisponde un capitolo, e a ciascun capitolo un certo modo di dare forma al viaggio, alla mobilità e all'inquietudine".

Iniziato intorno alla metà degli anni Ottanta e riposto, incompleto, in un cassetto, il manoscritto ha ripreso ad un certo punto il suo cammino "in maniera misteriosa e imprevedibile". Quel tempo, non era il suo tempo. Aveva bisogno di crescere, di arricchirsi, di assomigliare ancora di più all'autore che, in quelle pagine – mettendo da parte le vesti dell'antropologo per indossare quelle del romanziere - racconta la storia, le emozioni e le sensazioni che – in un miscuglio unico di verità e forza creativa – hanno dato vita a "Terra inquieta".


Tropea 19 agosto 2015 Presentazione Re Pepe (Donzelli, 2015)


Il 19 Agosto alle 21:00 presso la libreria "Il pensiero Meridiano" (via indipendenza, 12) di Tropea, sarà presentato il volume: "Re Pepe e il vecchio magico".

Intervengono:
 - Carmine Donzelli, editore;
 - Bianca Lazzaro, curatrice;
 - Vito Teti, Autore.

A seguire ci saranno letture a cura di Daniela Vitale.

Per Giovanni Carteri - da "Il Quotidiano del Sud" del 12/08 - di Vito Teti

Con la scomparsa di Giovanni Carteri il Sud, la Calabria e la Locride, noi tutti perdiamo uno dei più originali e appassionati esponenti di un'intellettualità raffinata e illuminata, capace di interpretare, col silenzio e con la scrittura, con il cammino e con la ricerca, l'anima profonda dei luoghi, restituendo loro nuovo senso e nuova domesticità. Ci sarà bisogno di tempo e di spazio per ripensare l'opera feconda e intensa di Carteri, che ha scritto decine di libri, centinaia di saggi e di articoli, adesso, a caldo e con dolore, bisogna ricordare come dopo di lui, grazie a una scrittura piena di pathos e di poesia, lucida e partecipata, lontana dalle freddezze accademiche, la figura e le opere di Pavese e quella di tanti grandi autori meridionali e calabresi siano entrati in una nuova trama letteraria e in una geografia identitaria. L'esperienza di Pavese, come quella degli altri autori (Costabile, Scotellaro, Calogero, Seminara, Crupi e, soprattutto, La Cava ed Alvaro) appare inedita in quanto vista dall'interno, come soltanto una persona del luogo, che addirittura ha conosciuto personaggi filtrati nell'opera, poteva fare.

La Brancaleone antica, che abbandonò nel 1958, appena ragazzo, diventa il luogo del mito e delle storie, della nostalgia e della sua ricerca perduta, dei suoi ritorni e del suo tempo ritrovato. Il suo axis mundi, il suo villaggio nella memoria. Il poggio, il castello, il padre che fa la serenata alla madre, o solitario e silenzioso, versa il vino e con un gesto sacrale, alvariano. Dalla madre, sempre fatica e preghiera e che ho avuto la fortuna di conoscere, Carteri aveva ereditato una grande pietas e il senso religioso della vita, un sentimento della Giustizia e della verità, da lei stessa raccontati in uno splendido libro di memorie. E di Brancaleone, per sempre si porterà «dietro l'odore tenace del mosto e asprigno del melograno e con esso la rupe lunare dalla quale non sono mai riuscito a liberarmi». 

Il suo esilio in patria, il suo faticoso e appassionato restare, come ha scritto Cesare Cavalieri, è quello di chi non vuole entrare in sintonia con la volgarità del mondo in cui siamo, superficiale, corrotto, consumista, stoltamente tecnologico, in cui tutti parlano di tutto e con tutti, senza avere nulla da dire. Un nostos, mentale e culturale, fatto anche di ritorni reali, che dà il via a pagine dense e bellissime di ricordi e memorie: la raccolta delle olive, il rito dell'uccisione del maiale, la vendemmia, il profumo di pane e di origano, Il Natale, l'emigrazione, l'azzurro del mare sottostante, così carico di miti, di misteri, di libertà sognate e inseguite. 

Il suo modello ideale e morale di riferimento - ed è stato anche questo una ragione del nostro dividere e condividere - è Alvaro, di cui coglie gli aspetti più intimi, la sua religiosità, il fondo cristiano della spiritualità, che ha fatto della speranza uno dei temi importanti di tutta la sua opera. Eppure Carteri non era un nostalgico: per lui il rimpianto per una terra vittima delle sue contraddizioni diventava una strategia per orientarsi nel presente e tenere dritta la barra, per non smarrire la via. La sua profonda religiosità conviveva con una lucida capacità di guardare le cose, con una scelta di campo sempre dalla parte degli ultimi e dei deboli, con una tensione meridionalistica sempre praticata, con un'indignazione che non diventava mai invettiva. 

Distante da mode, accademie, lobby, clan, Carteri era un eremita e un sacerdote della cultura. Ma non soffriva di solitudine, cercava amicizie profonde e vere e stabiliva rapporti duraturi: con gli amici era conviviale e generoso, signorile e umile, mite e buono. Un camminatore dal passo lento e lungo, rimasto per scelta, con passione, senza mai adagiarsi, senza mai attendere, ma sempre impegnato a dare respiro a luoghi spesso angusti e invivibili. Gianni aveva compiuto il miracolo di diventare e restare Gianni Carteri. Nella dedica dell'ultimo libro, aveva condensato il senso del suo lavoro, quasi un testamento: «Ai miei nipotini Sofia ed Edoardo, occhi profondi e lucenti, perché crescendo e leggendo queste pagine sappiano vedere meglio l'erba dalla parte delle radici; accompagnati sempre dai colori, dalla luce e dal respiro profondo dello Jonio, confino e confine di miti». 

Resterà in tanti modi, Gianni, perché ha saputo trasformare le storie in mito e viceversa, perché ha avuto il dono interpretare e scrivere la fiaba, a volte dolente, a volte bella, sempre misteriosa, della vita. 

“Re Pepe e il vento magico” alla rassegna culturale soveratese “Destate Emozioni”

Il 7 Agosto scorso, all'interno della rassegna culturale “Destate Emozioni” , è stato presentato il libro “Re Pepe e il vento magico", edito da Donizelli.

Alla serata hanno preso parte l’editore Carmine Donzelli, Bianca Lazzaro, traduttrice e responsabile dell’area narrativa e degli illustrati Donzelli, e Vito Teti, noto professore di Antropologia Culturale presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria.

L’incontro culturale è stato aperto da Emanuele Amoruso, consigliere comunale con delega alla Cultura, che ha sottolineato l’entusiasmo trasfuso in questa rassegna, che ospita grandi autori su tematiche letterarie di vario genere. Presenti altresì la libreria "Incontro" in Mondadori di Soverato e l’associazione culturale C.A.O.S., che hanno appoggiato e sostenuto l’iniziativa. 

Dopo l’ascolto tramite terminale di una fiaba che ha creato l’atmosfera magica e sognante, i presenti hanno udito dall’editore e dalla curatrice del testo, la Lazzaro, le motivazioni della scelta editoriale di investire in una pubblicazione che vuol far conoscere le fiabe di Letterio Di Francia, letterato ed etnografo, nato a Palmi nel 1877 da una famiglia di modeste condizioni economiche, laureato alla Scuola Normale di Pisa con una tesi sul novelliere Franco Sacchetti, docente nei licei tra Parma e Torino e poi docente di Letteratura italiana all’Università.

La voce nelle letture fiabesche è quella dell’attrice Daniela Vitale. Vito Teti, dopo aver introdotto la figura del Di Francia, inserendolo in una tradizione demoantropologica alta, ha rammentato Corrado Alvaro e coloro che questi riteneva i massimi esponenti della cultura calabrese: Campanella, Telesio, Padula, Bruzzano. Il professore ha, tra l’altro, evidenziato il percorso dell’esploratore di Calabria, che, dopo essersi allontanato dalla sua terra, vi è ritornato per raccontare quella vivacità e quella ricchezza contenutistica non inferiore in Calabria a nessun posto. L’antropologo si è, altresì, soffermato sulla presenza nella raccolta di fiabe del cibo, tipico di una società agro-pastorale riprodotta nei racconti, e sul bisogno di sogno intercettato dall’editore Donzelli che ha in maniera lungimirante dedicato spazio a questa prestigiosa collana.

Leggi l'articolo originale di Daniela Rabia

Il Domenicale di Vito Teti - Il Quotidiano della Calabria



Dalla scorsa domenica sono iniziati i nuovi editoriali de "Il quotidiano della Calabria", con il titolo de "Il quotidiano della Domenica". La prima puntata dei domenicali è dedicata al nuovo libro di Vito Teti "Terra Inquieta"

I due editoriali di questa domenica sono a firma di Dante Maffia - poeta, scrittore e saggista - e di Alberto Gangemi -semiologo ed esperto di media.

Maffia, recensendo il testo di Vito Teti lo definisce come un romanzo della memoria, uno spaccato umano che diventa emblema mostrando lati inediti della Calabria, regione errante, pari come evocazioni solo al "ebreo errante. Regione che vive come disse Alvaro "in fuga da se stessa".

Nel secondo editoriale, Gangemi ricorda che la Calabria non abbia mai smesso di mettersi in cammino, viaggiare per lavoro, per la terra. Andate e ritorni raccontate dai canti, dai pellegrinaggi, le processioni e gli sbarchi.
Gangemi rileva che nel libro la Storia calabrese e del Sud appaiono come un laboratorio di mobilità individuali e collettive, religiose, rituali, mobilità di fatica e di liberazione dove anche l'attesa è movimento intrinseco.


Il nuovo volume di Vito Teti sul rapporto della Calabria che convive con le catastrofi, l'immigrazione sia come partenze che come ritorni. Il volume, edito da Rubettino, è un'analisi antropologica della Calabria con i suoi racconti.

La Calabria è una terra precaria, votata al rinvio delle opere incompiute. Ma il rinvio non è segno di rovina, è il lato ecumenico di questo popolo che nel rimando ad un "poi" imprecisato mette la voglia di fare tutto e star con tutti, senza voler fare "sgarbo" a nessuno.

Di opere incompiute se ne incontrano innumerevoli: dighe mai finite, fabbriche aperte e poi fallite, fiumi incustoditi spesso trasformate in discariche di detriti o spazzature. Le calamità naturali non fanno altro che accentuarne l'incompiutezza anticipandone e riassumendo il destino di una Calabria in fuga.

In poche parole è il racconto di una "Terra Inquieta" non perché in continua mutazione, ma fatta da gente "Inquieta", che questa mutabilità la sentono nel  loro animo.

"Terra inquieta" - Vito Teti

Vito Teti ha sempre un viaggio qua intorno da raccontare, un volto nascosto da nominare tra le righe di un saggio, un ritaglio di vita minuta da incorniciare con tutte le sue scoloriture. Terra inquieta è un libro che è tanti libri insieme, e tutti servono a qualcosa: uno racconta di calabrie mobili che crollano e franano; l'altro di uomini che sperano futuro cercando l'America, ma cercandola incontrano la storia; l'altro ancora di donne che ascoltano in sogno i consigli di San Giorgio per vincere ogni drago, gli uomini che i santi li portano a spalla per sacralizzare la polvere e il mare che siamo, di giovani laureati che partono perchè l'ultimo lavor non pagato è un'umiliazione ormai intollerabile. Ma in Terra inquieta c'è pure gente che resta tentando di salvare rovine e pilastri di cemento che si alzano al cielo, per farne qualcosa che vive. In questo vagare per spazi vasti e insieme profondi lo scrittore di Maledetto sud raccoglie ogni mollica, mentre l'antropologo de Il senso dei luoghi prova una teoria capace di dare forma al sussulto imprendibile della Calabria. Così nasce Terra inquieta, una storia di linee che ricostruisce la necessità e l'ossessione per la mobilità di una regione contadina eternata dal tempo circolare dei greci, spezzata dalle catastrofi che però sempre ritenta nuove circolarità per non mutare sguardo su di sé, infine la Calabria moderna, quella che naviga in linea retta verso un tempo migliore. I viaggi in America hanno costretto la Calabria alla storia, all'evidenza di un mondo che non resta uguale a se stesso, perchè solo il rischio di finire consente agli uomini e alle terre di vivere davvero, tra macerie e fioriture. Su gemme e crolli di Calabria si appunta allora lo sguardo largo di Teti, perchè l'autentica cura dei luoghi esige una paziente e rispettosa attenzione, una quieta fiducia nella fecondità di quello che pare tanto complesso e scomposto da non avere un verso per crescere, eppure un verso lo trova.