La “Terra inquieta” di Vito Teti: viaggio nella Calabria più autentica - di Valeria Guarniera da "Il Dispaccio"

di Valeria Guarniera
"Il destino dei manoscritti è imprevedibile: a dispetto delle motivazioni dell'autore, delle urgenze e delle necessità, è spesso appeso ai fatti fortuiti, al filo del caso e delle coincidenze. Come un fiume carsico, può sparire per lunghi periodi, vivere vite sotterranee, alimentando, a sua volta, altri manoscritti e altre scritture, per poi riemergere, più o meno all'improvviso, con nuove domande e nuove motivazioni". Nelle prime righe dell'introduzione al suo nuovo lavoro – Terra inquieta, per un'antropologia dell'erranza meridionale, a inaugurare la nuova collana di Rubbettino "Che ci faccio qui" – Vito Teti racchiude il senso del suo racconto, regalando ai lettori una parte di sé e offrendo una visione della Calabria autentica, vissuta: "Una storia di linee: ondulate, curve, rette, spezzate. A ciascuna forma corrisponde un capitolo, e a ciascun capitolo un certo modo di dare forma al viaggio, alla mobilità e all'inquietudine".

Iniziato intorno alla metà degli anni Ottanta e riposto, incompleto, in un cassetto, il manoscritto ha ripreso ad un certo punto il suo cammino "in maniera misteriosa e imprevedibile". Quel tempo, non era il suo tempo. Aveva bisogno di crescere, di arricchirsi, di assomigliare ancora di più all'autore che, in quelle pagine – mettendo da parte le vesti dell'antropologo per indossare quelle del romanziere - racconta la storia, le emozioni e le sensazioni che – in un miscuglio unico di verità e forza creativa – hanno dato vita a "Terra inquieta".



Così in questo libro l'autore offre, senza alcuna pretesa, la sua biografia per ripensare la biografia di una regione inquieta e mobile, com'è quella della Calabria. Tra le pagine c'è la sua infanzia, quando questa inquietudine era lui stesso a viverla, sperimentandola con la vita, prima ancora di saperla raccontare. E c'è la storia, nel ricordo di quando, con i coetanei, immaginava che Toronto fosse la prosecuzione del suo paese - tanti papà, fratelli, mariti erano andati lì a cercare fortuna - e parole come "viaggio", "emigrazione", "partenza", "lontananza" facevano parte della quotidianità dei bambini di allora. "L'erranza, lo sradicamento, lo spaesamento, l'inquietudine diventavano così, già da bambino – scrive Teti - parole e segni di una condizione più generale, quella di una terra in fuga e in movimento per mille ragioni: per necessità o per scelta, per catastrofi naturali o per catastrofi storiche di cui l'emigrazione è l'ultimo e più significativo momento".


Trent'anni di ricerca etnografica, di scritture, di scatti fotografici e di reportage, di ascolto dei paesi e delle comunità che hanno permesso all'autore di raccontare la sua Calabria. E poi note di viaggio, descrizioni, appunti, frammenti che hanno fatto uscire quel manoscritto dal cassetto. Tra le pagine c'è la fotografia di una terra mobile, che nel viaggio, in quel continuo movimento, trova la sua essenza: andate e ritorni. Pellegrinaggi, processioni e sbarchi. Una terra che guarda l'emigrazione con rabbia, dolore e speranza, vivendo quell'esperienza prima come una sorta di lutto, una forma di morte che allontana chi parte. E dopo come rinascita, come una specie di resurrezione. Vita e morte insieme, esserci e non esserci, fuggire e restare contemporaneamente. Non essere questo o quello. Piuttosto questo e quello, in un modo diverso di comporre le cose. E' questa la Calabria di Vito Teti: "Radicamento e fuga, stanzialità e viaggio, abbandono e ricostruzione dei luoghi non solo non si escludono, ma convivono". Una terra difficile da definire senza cadere in luoghi comuni e in immagini riduttive o parziali. Impossibile racchiuderla un uno schema definito e definitivo, chè la Calabria è un luogo e tanti luoghi. E' l'insieme di tante visioni. Una terra che và osservata con attenzione, con pazienza, con cura. "Con la vocazione al cammino e all'interrogazione, con la capacità di mettersi in gioco e in discussione". Difficile da raccontare e, forse, ancor più da vivere. Una terra che nell'inquietudine ha trovato se stessa e che in quella fuga descritta da Corrado Alvaro continua il suo cammino: "La fuga è il tema della vita calabrese. E una tale fuga il calabrese la compie anche se sta seduto a un posto, in un ufficio dietro lo sportello. E' raro vedere qualcuno che si trovi realmente lì dove sta. Fisicamente o fantasticamente, la Calabria è oggi in fuga da se stessa".


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