Per Giovanni Carteri - da "Il Quotidiano del Sud" del 12/08 - di Vito Teti

Con la scomparsa di Giovanni Carteri il Sud, la Calabria e la Locride, noi tutti perdiamo uno dei più originali e appassionati esponenti di un'intellettualità raffinata e illuminata, capace di interpretare, col silenzio e con la scrittura, con il cammino e con la ricerca, l'anima profonda dei luoghi, restituendo loro nuovo senso e nuova domesticità. Ci sarà bisogno di tempo e di spazio per ripensare l'opera feconda e intensa di Carteri, che ha scritto decine di libri, centinaia di saggi e di articoli, adesso, a caldo e con dolore, bisogna ricordare come dopo di lui, grazie a una scrittura piena di pathos e di poesia, lucida e partecipata, lontana dalle freddezze accademiche, la figura e le opere di Pavese e quella di tanti grandi autori meridionali e calabresi siano entrati in una nuova trama letteraria e in una geografia identitaria. L'esperienza di Pavese, come quella degli altri autori (Costabile, Scotellaro, Calogero, Seminara, Crupi e, soprattutto, La Cava ed Alvaro) appare inedita in quanto vista dall'interno, come soltanto una persona del luogo, che addirittura ha conosciuto personaggi filtrati nell'opera, poteva fare.

La Brancaleone antica, che abbandonò nel 1958, appena ragazzo, diventa il luogo del mito e delle storie, della nostalgia e della sua ricerca perduta, dei suoi ritorni e del suo tempo ritrovato. Il suo axis mundi, il suo villaggio nella memoria. Il poggio, il castello, il padre che fa la serenata alla madre, o solitario e silenzioso, versa il vino e con un gesto sacrale, alvariano. Dalla madre, sempre fatica e preghiera e che ho avuto la fortuna di conoscere, Carteri aveva ereditato una grande pietas e il senso religioso della vita, un sentimento della Giustizia e della verità, da lei stessa raccontati in uno splendido libro di memorie. E di Brancaleone, per sempre si porterà «dietro l'odore tenace del mosto e asprigno del melograno e con esso la rupe lunare dalla quale non sono mai riuscito a liberarmi». 

Il suo esilio in patria, il suo faticoso e appassionato restare, come ha scritto Cesare Cavalieri, è quello di chi non vuole entrare in sintonia con la volgarità del mondo in cui siamo, superficiale, corrotto, consumista, stoltamente tecnologico, in cui tutti parlano di tutto e con tutti, senza avere nulla da dire. Un nostos, mentale e culturale, fatto anche di ritorni reali, che dà il via a pagine dense e bellissime di ricordi e memorie: la raccolta delle olive, il rito dell'uccisione del maiale, la vendemmia, il profumo di pane e di origano, Il Natale, l'emigrazione, l'azzurro del mare sottostante, così carico di miti, di misteri, di libertà sognate e inseguite. 

Il suo modello ideale e morale di riferimento - ed è stato anche questo una ragione del nostro dividere e condividere - è Alvaro, di cui coglie gli aspetti più intimi, la sua religiosità, il fondo cristiano della spiritualità, che ha fatto della speranza uno dei temi importanti di tutta la sua opera. Eppure Carteri non era un nostalgico: per lui il rimpianto per una terra vittima delle sue contraddizioni diventava una strategia per orientarsi nel presente e tenere dritta la barra, per non smarrire la via. La sua profonda religiosità conviveva con una lucida capacità di guardare le cose, con una scelta di campo sempre dalla parte degli ultimi e dei deboli, con una tensione meridionalistica sempre praticata, con un'indignazione che non diventava mai invettiva. 

Distante da mode, accademie, lobby, clan, Carteri era un eremita e un sacerdote della cultura. Ma non soffriva di solitudine, cercava amicizie profonde e vere e stabiliva rapporti duraturi: con gli amici era conviviale e generoso, signorile e umile, mite e buono. Un camminatore dal passo lento e lungo, rimasto per scelta, con passione, senza mai adagiarsi, senza mai attendere, ma sempre impegnato a dare respiro a luoghi spesso angusti e invivibili. Gianni aveva compiuto il miracolo di diventare e restare Gianni Carteri. Nella dedica dell'ultimo libro, aveva condensato il senso del suo lavoro, quasi un testamento: «Ai miei nipotini Sofia ed Edoardo, occhi profondi e lucenti, perché crescendo e leggendo queste pagine sappiano vedere meglio l'erba dalla parte delle radici; accompagnati sempre dai colori, dalla luce e dal respiro profondo dello Jonio, confino e confine di miti». 

Resterà in tanti modi, Gianni, perché ha saputo trasformare le storie in mito e viceversa, perché ha avuto il dono interpretare e scrivere la fiaba, a volte dolente, a volte bella, sempre misteriosa, della vita. 

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