Che ci faccio qui // Domenica 13 settembre: la festa di San Giovannello a Fantino frazione abbandonata di San Giovanni in Fiore

È una «festa del ritorno», un rito particolare e unico, celebrato da persone sparse in varie parti del mondo e dai pochi abitanti rimasti. Gli ultimi. Una festa che sembra strappata da una cartolina degli anni Cinquanta e che assomiglia ai mercati settimanali dei paesi, alle fiere di città, alle sagre e alle feste metropolitane. Si svolge in un luogo che ormai è un «non più luogo», che non si rassegna a morire e chiama gli abitanti di un tempo e i loro discendenti. Una festa che si svolge tra case in abbandono e in rovina, con una chiesetta ancora adibita e culto e poche abitazioni restaurate e recuperate per famiglie che tornano qualche fine settimana o d’estate. Fantino, frazione di San Giovanni in Fiore (Cosenza), non è segnalato su nessuna mappa geografia della Calabria.

Festa di San Giovannello (Fantino)  /  © Vito Teti
Festa di  San Giovannello (Fantino)  /  © Vito Teti
Al pari di tanti altri. È uno dei quei tanti piccioli luoghi di cui è stata disegnata la geografia della regione: minute comunità, villaggi, frazioni di comuni e territori più vasti popolati fino a pochi decenni addietro e che sono stati luoghi produttivi, di culture e di passaggio. Le statistiche ufficiali parlano di quattrocento nove comuni calabresi, ma ci sono abitati che hanno due, tre, quindici, diciassette frazioni nelle quali pochissime famiglie resistono tenacemente e testardamente allo spopolamento. Un paese metafora dell’emigrazione, dell’abbandono, della ricostruzione del Sud. Le origini del borgo sono fatte risalire al XVII secolo (si narra che il primo fondatore del villaggio fu un pastorello di Pedace), frutto di una mobilità in controtendenza rispetto alla discesa lungo le coste che cominciava allora e poi sarebbe proseguita per tutto l’Ottocento e il Novecento. Studiosi come Vincenzo Gentile hanno calcolato che da San Giovanni in Fiore, a 900 metri di altezza, con economia pastorale e agricola, e dalle sue frazioni tra il 1880 e il 1920 sono partite per le Americhe circa ottomila persone.

Festa di  San Giovannello (Fantino)  /  © Vito Teti
Festa di San Giovannello (Fantino)  /  © Vito Teti
In una delle più grandi tragedie dell’emigrazione, il disastro di Monongah, grosso centro estrattivo della Contea di Marion (West Virginia), perirono 362 uomini, di cui 43 emigrati da San Giovanni in Fiore, che proprio a Monongah avevano costituito uno dei doppi più popolosi del paese di origine. Una delle tante tragedie in miniera, che tra il 1890 e il 1907, provocarono 22.840 morti. Ancora negli anni Cinquanta e Sessanta, a dispetto di abbandoni decennali, Fantino aveva ancora i negozi e le botteghe, il tabacchino, le scuole elementari e una trattoria. I ragazzi andavano a fare le scuole a San Giovanni in Fiore viaggiando in un pullman. Negli anni Sessanta contava oltre ottocento abitanti. Un nuovo inarrestabile esodo comincia in quegli anni e il paese conosce un lento declino, che lo porta al completo abbandono alla fine del secolo scorso. Oggi sono rimaste soltanto sei persone: due coppie e due donne che hanno perso il marito, pensionati e che coltivano l’orto e la campagna. Tutti gli anni, il 14 settembre, tornano in centinaia per la festa di San Giovannello – San Giovanni Battista Infante – organizzata, a partire dagli anni Novanta, festa tornano davvero in tanti fantinesi e loro discendenti, anche per un solo giorno, spersi tra Cosenza, San Giovanni, Canada, Australia, tante città del Nord. La processione si svolge tra le vie vuote e le case abbandonate, per iniziativa dell’Associazione «Borgo Fantino». A fondare l’Associazione è stato Oliverio Giovanni, nato nel 1954 a Fantino, dove ha fatto le elementari prima di studiare ragioneria a San Giovanni. Ha lasciato definitivamente l’abitato all’età di venticinque anni, per poi impiegarsi nell’azienda ospedaliera del centro silano.

Fantino  /  © Vito Teti
Festa di San Giovannello (Fantino)  /  © Vito Teti
I suoi genitori vi sono rimasti fino al 1998. Assieme a un gruppo di amici tornava sempre una volta al mese nel borgo e a metà degli anni Novanta del secolo scorso ha creato l’associazione «Borgo Fantino» con l'obiettivo di celebrare la festa di San Giovannino, la seconda domenica di settembre. Ho visitato il paese più volte ed ho osservato e vissuto la festa nel 2014. A vederlo, pieno di gente in festa, in mezzo alle bancarelle, con le case riaperte per la processione, con la chiesa piena, sembra non essersi mai svuotato. Ho ascoltato e raccolto voci e memorie, incontrato nostalgie e speranze, sogni di ritorno e delusioni.

Fantino  /  © Vito Teti
Da Giovanni Oliverio ho ricevuto la locandina che annuncia che quest’anno, oltre alle messe, alla processione e ai fuochi, ci sarà un seminario su memoria e fede tenuto da Caterina Talerico e dal dott. Pasquale Talerico. Questa festa del ritorno ci interroga, ci pone domande, ci fa riflettere nel momento in cui milioni di persone si mettono in viaggio e cercano posti più vivibili, fuggendo da guerre, fame, oppressioni, mentre altri milioni sognano un ritorno in un altrove indefinito, mitico e reale, insoddisfatti di città caotiche e di invivibili megalopoli.

 Un mondo sempre più inquieto e più mobile sembra trovare una sua metafora anche in questo sconosciuto posto del Sud, che non si rassegna a un destino di morte decretato dal potere e dalla modernità. Questi luoghi, abbandonati e dimenticati dai ceti politici nazionali e locali, col compiacimento di nuovi esteti delle rovine, hanno molto da dire a un mondo in continua ricerca di senso dell’abitare e dell’esserci.

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