Il comunista che voleva la luna

Pietro Ingrao a Rosarno per il ricordo di Peppe Valarioti

Una sera di neve sull'altopiano della Sila. Novembre 1978. Con Paolo Cinanni, grande protagonista delle lotte contadine nel dopoguerra e autore di splendidi libri sull'emigrazione, stiamo raggiungendo Longobucco. Al comune di questo centro lo accolgono come in una festa patronale contadini, braccianti, artigiani, donne ormai anziane con il mantello e l'inconfondibile copricapo. Lo circondano come si fa con gli eroi e con i santi. Cominciano a parlare e a ricordare. Al ritorno Cinnanni mi racconta di quelle lotte epiche, e poi di Cesare Pavese (che a Torino lo aveva preso come allievo perché calabrese e in ricordo del confino di Brancaleone) e prepariamo la scaletta della trasmissione radiofonica che l'indomani avremmo realizzato nelle Sede Rai di Cosenza.

Donato Bevilacqua (Melissa, 1975) / © Salvatore Piermarini
Il paesaggio è di quello che non dimentichi: alberi bianchi schiacciati dalla neve, cline e pianure luminose, riscaldata da una luna piena e intensa, bassa e vicina, come solo da quelle parti capita. Nei pressi di Pedace, dove era vissuto Pietro Ingrao, Cinanni cominciò a raccontarmi di quel giovane che era scappato dai nazi-fascisti e veniva nascosto dai compagni silani. Pietro Ingrao ha amato intensamente i contadini e i braccianti della Calabria.

E i calabresi lo hanno amato, votato, apprezzato. Per quelli della mia generazione, dal '68 i poi, restò sempre un punto di riferimento politico, morale, ideale. Ricordo un suo comizio a Vibo Valentia nei primi anni Settanta. Dal paese partimmo in macchina e in pullman, in autostop e a i piedi. Ragazzi e ragazze, studenti e muratori. Eravamo un centinaio. Non avevamo appuntamento e non riuscivamo a trovarci. Poi Aldo Iozzo comincio a suonare con la sua tromba Bandiera Rossa e così ci ritrovammo sotto il palco da cui Ingrao aveva cominciato a parlare. Salutò i compagni che lo avevano accolto con la musica e cominciò un indimenticabile discorso. Sarà ricordato e celebrato in tanti modi: egli appartiene alla storia del movimento comunista (di cui ha incarnato la tradizione migliore e anche drammi ed errori come aver giustificato l'invasione dell'Ungheria da parte dell'Urss) e democratico e dell'Italia della lotta e della fatica, della giustizia sociale e degli umili. In quest'epoca piatta e di conformismo, di revisionismo e di trasformismi mi piace ricordare la sua intransigenza e la sua capacità di schierarsi e di scegliere.

Nel mio Storia del peperoncino (Donzelli, 2007) ho riportato alcuni suoi ricordi su una Calabria che forse gli appariva contraddittoria e complessa, forte e aspra, così come il piccante della sua cucina:
«Della difficoltà dei forestieri di consumare le pietanze dei calabresi, quasi sempre condite con peperoncino forte e abbondante, ha dato una divertente testimonianza Pietro Ingrao, rievocando alcuni episodi della sua vita clandestina, tra la fine del ’42 e i primi mesi del ’43 a Pedace, centro agricolo a pochi chilometri da Cosenza, dove fu tenuto nascosto da contadini comunisti della zona».
Dopo aver ricordato la generosità e l’ospitalità dei boscaioli nei suoi confronti e la vita dura trascorsa nei pagliai in compagnia dei topi, così Ingrao racconta a un giornalista durante un viaggio elettorale nei paesi calabresi: 
«Mangiavamo pasta e patate quasi tutti i giorni; ma non era questo il mio cruccio: il problema era che ci mettevano troppo pepe e io non avevo il coraggio di dirgli che, per me, per favore ne mettessero di meno».
Giovanni Nigro con il ritratto del figlio Francesco (ucciso a Melissa durante l'occupazione delle terre incolte nel 1949), Melissa, 1975 / © Salvatore Piermarini

Ingrao torna in Calabria nel 1949 dopo la tragedia di Melissa e poi nel 1970 durante la rivolta di Reggio. Così descrive, nel suo libro di memorie, il forte legame con la regione, dove poi è stato eletto anche deputato del Partito comunista:
«Amavo la Calabria quasi quanto il mio paese natio. Era la terra che mi aveva salvato e protetto quando ero braccato dalla polizia fascista. E i monti della Sila, quelle campagne solitarie di Pedace, la capannuccia albergata da topi enormi, e forse più di tutto i silenzi di quelle notti stellate, in cui su di un lettino di fortuna mi abbandonavo all’avventura del sonno, erano per me ricordi fondativi. Come un inizio». 
L’uomo politico ricorda i giorni drammatici, i comizi, le manifestazioni, le lotte contro i boia chi molla. La sua difficoltà di adattarsi al peperoncino ritorna anche in questi ricordi scritti di propria mano:
«Veniva la chiamata dei compagni, e con loro si andava a cena in rustiche trattorie, nella chiara notte calabrese. E anche là tornava – tra un piatto e l’altro la discussione politica. Io avevo buon appetito e le cene erano saporite, salvo alcuni accessori, come quei peperoncini – così in uso nella gastronomia locale – che a me invece bruciavano la bocca: e che però non si potevano rifiutare senza esporsi alla beffa e all’imposizione cocciuta dei compagni, per i quali il peperoncino era come il sale della vita». 
Ora che è morto, quella luna di tanti anni fa mi è tornata in mente. Pietro Ingrao aveva voluto e sognato la luna e chissà che quella luna silana, così intensa e vicina, non l'abbia ispirato nella sua bella metafora.

Melissa, 1975 / © Salvatore Piermarini

0 commenti:

Posta un commento

Potete contattarmi all'indirizzo tetivito@gmail.com