Dalle Serre a Matera, tra speranza e disincanto

Dalle Serre a Matera, per partecipare a un convegno di studi dedicato all'acqua: Mediterranean Forum on Water Resources. Si discute di questa risorsa nell'area del Mediterraneo, da una prospettiva storica e antropologica. Il mio intervento è previsto per giovedì 20, nel panel «Water: Archaeology, History, Anthropology».



Ho deciso di partecipare con una relazione dedicata a: «Water: Life, memories and symbol». Parto alle sette del mattino. In compagnia di Rosario Chimirri e di Mario Bellizzi, che abbiamo imbarcato a Roseto alle nove e trenta. Arrivo alle dieci e trenta. Abitazioni un tempo cadente nei Sassi ospitano i locali dell'Università e per quattro giorni un Convegno sull'acqua che vede a confronto ingegneri, architetti, storici, antropologici, urbanisti.
Grande emozione nel rivedere la mia amica Aurelia Sole, bravissimo ingegnere idraulico, nel suo ruolo istituzionale di Rettore dell'Università di Potenza. Con colleghi, amici e studenti a parlare dentro la «Casa cava», una di quelle suggestive grotte di tufo che sembrano impianti postmoderni di acqua, vita, memoria, simboli, rituali.


Rivedo e osservo i Sassi, dove ero stato l'ultima volta, anni addietro, con il mio fratello fotografo Salvatore Piermarini. Felicità ed amarezza. Gioia e disagio. Speranza e disincanto. Mi torna alla mente un articolo scritto per il «Quotidiano del Sud» il 19 ottobre 2014, un anno fa, nei giorni in cui Matera si aggiudicava la competizione per diventare la prossima capitale europea della cultura. Purtroppo, in una terra con i politici che la rendono stagnante, l'articolo è ancora attuale, anzi, forse, troppo generoso. Lo riporto di seguito:

«La rinascita di Matera e la Calabria che affonda»

Vivo la scelta di Matera “città europea della cultura” come una sorta di vittoria e di riscatto dell’intero Sud e come un’occasione fortunata per ripensare quanto certo Sud sia stato vittima più di se stesso, dei suoi ceti dirigenti, politici e non, che non degli “altri”. Negli anni Cinquanta Matera, con i suoi Sassi malfamati e degradati, era l’emblema del Sud estremo, lontano, arretrato, povero, sfruttato. F. Friedmann, Tullio Tentori, Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Vincenzo Fiore, Manlio Rossi Doria, Adriano Olivetti, Giovanni Russo, Pier Paolo Pasolini e ancora noti fotografi, meridionalisti, sociologi, antropologi, riviste come “Comunità”, “Cronache Meridionali”, “Nord e Sud” – con analisi, riflessioni, indagini, progetti i più vari – fecero di Matera una sorta di luogo emblematico del Sud che non entrava nella modernità, che restava indietro, che andava conosciuto ed aiutato. Matera, con i suoi Sassi che si svuotavano, è stata metafora, sogno, speranza. Quando i suoi Sassi erano praticamente vuoti e cadenti si cominciò a studiare non solo le condizioni degli abitanti che ancora resistevano, ma anche l’antichità, la complessità, la ricchezza di un insediamento abitativo e umano unico al mondo, irripetibile e inimitabile. Lentamente si verificò un certo “ritorno”, un garbato riuso, un’attenta ricognizione di saperi, tecniche, materiali antichi che avevano molto da dare e da dire a una modernità frettolosa. A distanza di cinquant’anni il luogo dei rimpianti è diventato capitale della cultura europea, con la possibilità di segnalare tutto il Sud per le sue potenziali turistiche, con i suoi tesori artistici e archeologici, con i suoi paesaggi incantevoli, a dispetto di tante devastazioni. La vittoria di Matera – alla quale hanno concorso uomini politici, intellettuali, studiosi, associazioni, Università (ed è bello segnalare il lavoro svolto dalla rettora cosentina, la mia amica Aurelia Sole) è la vittoria di un altro Sud. Un risultato anche simbolico, ottenuto con sobrietà con sobrietà, con dignità, con garbo, con compostezza, con consapevolezza delle proprie risorse (anche umane ed intellettuali) e dei propri mezzi, dei propri saperi, che hanno coniugato tradizione e innovazione, uso rispettoso dell’antico e accesso adeguato ai linguaggi moderni, cura, attenzione, passione, memoria, progettualità, anche gioiosità, voglia di mettersi assieme per un bene comune e sentendosi comunità.


Viene riconosciuto un Sud che pensa che la “maledizione” possa essere rigettata e anzi trasformata in benedizione, che le “rovine” non diventino “macerie” ma bellezza guadagnata all’occhio ed alla mente, che la “persuasione”, la convinzione, la determinazione e la consapevolezza delle proprie risorse. Da uomo e intellettuale del Sud, che contrasta idee di maledizioni naturali e inevitabili, revisionismi acritici e infondati, mi sento, anche io, nel mio piccolo, vincitore. E tuttavia, da abitante della Calabria, avverto anche il senso profondo della sconfitta che indirettamente subisce la terra delle mille promesse, delle mille incompiutezze, dei mille tradimenti. Quale città calabrese avrebbe potuto, credibilmente, concorrere a diventare capitale culturale d’Europa? La Calabria, certo, ha una storia recente senza vere e proprie città: e probabilmente molti dei suoi ritardi vanno individuati anche in questo essere rimasta terra di paesi, che un tempo erano vitali e oggi sono in abbandono. Eppure i nostri luoghi hanno ben altri tesori, come ci ricorda, con dati e precise indicazioni, il Censis in questi giorni. Si trattava di puntare, forse, sulla messa a sistema e in rete delle mille emergenze archeologiche e architettoniche di questa terra, del recupero e della valorizzazione dei centri storici. Si trattava, forse, di saper collegare montagne, colline, marine, che invece sono state unificate dal degrado, dai veleni, dalle sporcizie. Si trattava di fare un progetto integrato regionale e non di aumentare la frammentazione e la lacerazione del territorio solo perché con interventi locali e “paesani” si tengono in piedi clienti, compari e compadri. Si trattava di immaginare una “città Calabria” fatta da mille paesaggi, fiumi, pietre, reperti, lingue, culture, cibi, acque, boschi, riti, antichi e moderni. Si trattava di disegnare una mappa della memoria e una geografia della speranza per luoghi che avrebbero meritato un altro destino e che, davvero, sarebbero stati attrattivi più di luoghi di altre parti d’Italia, dove però i gruppi dirigenti hanno saputo inventare economie e culture.

Ma quale città dovrebbero promuovere i fondatori del modello Reggio che non si vergognano e anzi si candidano di nuovo per mostrare come si demolisce e si svilisce, soprattutto moralmente, una terra? Chi dovrebbe candidare le bellezze e le ricchezze di questa regione se politici, assessori e annunciatori non sono stati in grado nemmeno di presentare un progetto credibile all’Europa, rinunciando così a milioni di euro? Chi potrebbe scrivere una geografia dell’anima calabrese nella sua interezza se gli esponenti di tutte le forze politiche si chiudono nel loro “campanile” e alimentano scontri tra territori e province? Se la Calabria non si presenta come una città, una comunità, un’utopia minima, una generosa fantasia dove può trovare le ragioni del suo riscatto e della sua rinascita? Se continua questa guerra di tutti contro tutti, se trionfano rivalità sterili, alimentate da chi prospera su catastrofi e disgrazie come si può restituire speranza a questa terra? Non solo la politica, naturalmente. Ci sono le imprese, gli ordini professionali, le università, la Chiesa, le scuole. Qualcosa è stato tentato, e tuttavia anche la ricerca ha privilegiato gli affari e gli interessi particolari, anche gli accademici (salvo nobili e rare eccezioni) sono stati funzionali a un potere occulto o palese, sotterraneo o sfacciato. La Chiesa, tranne alcune significative espressioni e coraggiose prese di posizione, sembra aver vissuto come un’ingerenza o un disturbo le parole di Papa Francesco.

Gli imprenditori, come dice Pippo Callipo, sono stati “prenditori”, i ceti professionisti complici (o in alcuni casi ispiratori) della mala politica e della criminalità. E poi, naturalmente, ci sono i “maestri pensatori” che, quotidianamente, ricordano che il problema non è la ’ndrangheta, ma chi criminalizza la Calabria; che la colpa non è di chi ruba risorse, compie scempi, uccide il paesaggio, lascia sepolti i tesori, ma degli uomini e dei giornalisti del Nord che ci calunnierebbero. In una terra che ha inventato la ’ndrangheta e l’ha esportata in tutto il mondo esistono quelli che chiudono gli occhi come lo struzzo (profetico Pasolini) e tirano in ballo Lombroso e i piemontesi, che tante responsabilità avranno ma certo non hanno creato la criminalità più cruenta d’Italia. Non so quale cupio dissolvi spinga certa Calabria anche ad autondranghetizzarsi e a considerare la ’ndrangheta quasi un prodotto tipico da esportare. I santuari di Emanuele Macaluso (Castelvecchi) è una lettura istruttiva perché contribuisce a cogliere le abissali distanze tra un approccio serio alla mafia (ma lo stesso si può dire per ’ndrangheta e camorra) fondato sull’analisi storico-politica della mafia e del rapporto trasversale e obliquo con potere, politica, impresa) e la faciloneria (lo ricordava Stefano Folli sul «Sole 24 0re» del 12 ottobre) persino caricaturale. Della criminalità non si può parlare, sorridenti, come in un talk show televisivo: la mafia non è un «feuilletton», sostengono Macaluso e Folli. Non ci si compiace dinnanzi a giovani, paesi, città che fuggono e dicono addio per sempre per lo strapotere e il controllo della ’ndrangheta. Avremmo bisogno di altre storie e altre narrazioni non edulcorate, capaci di raccontare l’eroismo e la fatica epica di restare onesti e di rispettare le regole e le leggi, partendo da noi, dalle piccole cose, dai margini, dagli ultimi, dalle fragilità.

La mafia è quella violenta e onnipresente che contrastano i De Raho, i Gratteri, i Lombardo; i magistrati sotto attacco solo perché rischiano la vita; i giornalisti coraggiosi come Saviano, Albanese, Baldassarro, Inserra, Musolino ed altri, sotto scorta e sotto attacco; preti come don Panizza e don Pino De Masi; imprenditori come Nino De Masi e Pippo Callipo; amministratori e amministratrici capaci e perbene; donne che si sono ribellate alla ’ndrangheta e quelle che combattono una società patriarcale; le mille formiche che rimettono in piedi, con dignità e senza clamori, quello che gli altri distruggono con violenza, magari pretendendo di essere osannati. Ci sono le “piccole vedette” dell’identità offesa, angusta, pelosa, i guardiani del faro delle vanità e dell’ossessione e delle retoriche identitarie. Quale proposta culturale e quale progetto economico possono essere sollecitati e immaginati da commentatori ed opinionisti che scrivono solo per misurare il tasso di calabresità di autori locali e forestieri, per rilasciare, carte d’identità sbiadite e logorate dal tempo e dalla storia? Quali forze politiche, amministrative, imprenditoriali, intellettuali possono sognare una “città Calabria” se, nella terra di Gioacchino e Campanella, domina il localismo più spinto, la frammentazione più vischiosa? Quale città calabrese dovrebbero candidare quelli che tengono Sibari sepolta, i Musei chiusi, le biblioteche (poche) anche di qualità lasciate senza fondi, e annunciano risultati strepitosi in una terra che, con tutte le sue sapienze e i suoi saperi, è l’ultima nella lettura e nella qualità della vita? E quali uomini politici e commentatori si stanno accorgendo dei tanti giovani che (ad Acquaformosa e a Riace, a Cleto e in altre comunità) cercano di non fare morire i paesi dell’interno e la montagna? E quanti si sono accorti di iniziative interessanti e innovative che vedono a vario titolo impegnati Fabrizio Barca, Piero Guzzo, Domenico Cersosimo, imprenditori, attori locali per fare emergere l’antica Sibari in un conteso di luoghi, paesi, paesaggi tra l’area archeologica e il Pollino con enormi potenzialità economiche, turistiche e culturali? Come direbbe Predrag Matvejevic’, l’identità del fare è stata sconfitta dall’identità dell’essere, che è degenerato in una polpetta identitaria (impastata all’occorrenza con gli ingredienti più vari, mutevoli e a volte indigesti) in cui si fondono lamentele e recriminazioni, autocompiacimenti e autodenigrazioni, autodistruzione e autoesaltazione.


L’identità non è invettiva, ma dialogo, progetto, ed è quanto si compie, si fa, si sogna, si immagina, si inventa, quotidianamente, magari sbagliando, magari con sofferenza e con dolore, per cambiare lo stato delle cose, a cominciare dagli autostereotipi più tenaci e perversi dei pregiudizi esterni. Amo la Calabria e le vicende meravigliose come quelle di Matera accentuano anche la mia amarezza: mi spingono a parlare il linguaggio della verità, senza avere bersagli polemici, ma soltanto denunciando, in maniera costruttiva, comportamenti non condivisibili e pratiche che occultano la luminosità e gli splendori della regione. Il riconoscimento a Matera racconta una storia di possibile inversione di tendenza; è un evento, non mediatico e non effimero, di riscatto di un Mezzogiorno che non ha atteso e non si è addormentato, scegliendo la via comoda e sterile di aspettarsi dagli altri la soluzione dei propri problemi. Matera, allora, ci segnala che un altro Sud è possibile e che la maledizione può essere ribaltata: le profezie negative possono non avverarsi, sconfitte dalla forza dei sogni e delle utopie minimaliste (come scrive Luigi Zoja) e a portata di mano.

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