Frana, metafora di crolli annunciati

Anche i grandi giornali nazionali aprono oggi con la descrizione dei luoghi e paesi di Calabria, devastati dalle piogge e dalle frane. Chi conosce questa terra si trova di fronte a infiniti «deja vu». L’urlo del torrente, come scriveva Alvaro, e il rantolo del Drago, ascoltato a Cavallerizzo, fanno parte della memoria sotterranea, delle paure, delle culture della gente. Almeno a partire dalla fine dell’Ottocento – grazie ai meridionalsti e con Giustino Fortunato – sappiamo che quello che era considerato un Eden in realtà rappresentava uno sfasciume geografico che però che si era determinato nel corso dei secoli di abbandoni, disboscamenti, devastazione e incuria del paesaggio. Ad ogni alluvione e frana, con o senza morti, seguono analisi, mea culpa, denunce, promesse e l’impegno di tecnici e di politici che tutto ciò non avverrà mai più. Scrivo da decenni di questa storia di incurie e di abbandoni, di promesse interminabili e di progetti annunciati e mai portati a termine. Negli abitanti delle zone interne, che non sono del tutto innocenti rispetto alle esigenze della natura, subentra una sorta di sfiducia, di apatia e di rassegnazione. Le descrizioni di frane, crolli di abitazioni, alberi, ponti, con morti e ferite, sono in realtà cronache di morte annunciata se non evocata o attesa.

La politica scorge in queste catastrofi presentate come naturali e imprevedibili – ma in realtà frutto delle scelte dissennate degli uomini, di incuria e cementifiaczioni - un’ulteriore occasione di clientela e arricchimento. Osservo con sgomento e con dolore, con impotenza e rabbia, quanto avviene davanti ai miei occhi e alla mia anima, sotto casa mia, nei paesi vicini. Mi viene voglie di scrivere e raccontare, ma non ne ho la forza, avverto di diventare rituale e ricorrente come le piogge, le frane, le politiche di rapina dei gruppi dirigenti che si succedono e che non rovinano mai. E allora basta andare a guardare in qualche mio articolo, in qualche pagina di libro, in qualche file mai pubblicato, in foto recenti o del passato per esprimere un mio planctus di indignazione e l’invito a questa classe politica di fare qualcosa o di andarsene, prima che se ne vadano tutti i paesi (come già raccontava Costabile) e che si svuoti di tutti i suoi abitanti.


Camini / Alluvione primi anni Cinquanta


Frana, metafora di crolli annunciati
di Vito Teti 

(in «Il Quotidiano della Calabria”, sabato 31 gennaio 2009)

La Calabria frana. Frana, in forme antiche e in forme nuove, ormai da decenni. Nell’indifferenza più totale. Spesso nel compiacimento dei gruppi dirigenti. Perché qui da noi, come ricordava Alvaro, chi governa e chi comanda ha costruito fortune sulle catastrofi naturali e sulle disgrazie della gente. Frana la Calabria e la frana appare metafora di crolli annunciati. Muoiono persone, ma scompaiono anche paesi, centri storici antichi, e anche le costruzioni della modernità. Di una modernità creata in maniera dissennata e senza un senso di compiutezza e di progettualità.
Da anni si sprecano energie, miliardi, discorsi sul ponte da fare o da non fare e intanto i paesi, che dovrebbero essere collegati, chiudono, si sgretolano, scendono a valle. Le frane sono il segno (la causa e l’effetto) di uno svuotamento più generale, dell’indifferenza nei confronti del territorio. Qui da noi prosperano i retori delle bellezze naturali, che spesso sono i responsabili o i complici delle devastazioni. Si elucubra sulla vocazione turistica della regione, ma le strade che dovrebbero portare i turisti non sono percorribili; ci si riempie la bocca con la California d’Italia, ma i luoghi simbolici del turismo e della bellezza (prima Soverato e, adesso, Tropea, “la perla del Tirreno”) crollano per l’incuria e le inadempienze degli uomini. Non c’è calabrese che non si commuova per la bellezza delle sue spiagge e delle montagne e intanto abbiamo permesso che questi luoghi venissero riempiti di veleni di ogni genere. La tendenza all’autodistruzione di tanti calabresi lascia davvero sgomenti. La Calabria che frana, nei mesi invernali, è l’altro volto della Calabria che brucia nei mesi estivi. Lo scrivo da anni, ripetendo e, forse, annoiando, nei miei libri e nei tanti articoli apparsi su questo giornale. Lo ha ricordato, con riferimento agli incendi, Mario Minervino in suo lavoro appena uscito. E non abbiamo fatto che aggiornare il grido, le denunce, gli allarmi che arrivano da lontano.


Camini / Processione
Lo scrivevano i meridionalisti, che sapevano ascoltare le parole dei contadini. Nitti a inizio Novecento riporta quanto gli dice un contadino di Rossano: «Qui abbiamo un Dio, che quando piove ci porta a mare, e quando non piove secca il mondo. Questo anno non ha piovuto da sei mesi e siamo tutti disoccupati e in miseria». Lo sapevano i nostri scrittori. Perri scrive: «Una volta cominciate le piogge non si sapeva come sarebbe andata a finire; perché in Calabria, o il tempo è secco, e allora bisogna mettere fuori tutti i Santi delle chiese per vedere un po’ d’acqua; o piove, e specialmente quando piove con lo scirocco, non la finisce più». Un “paradiso abitato dai diavoli” venivano detti Napoli, il Sud, la nostra regione. Abbiamo distrutto e devastato il Paradiso e sono prosperati, cresciuti in quantità e in qualità, i diavoli.

Frana di Cavallerizzo
Frana la Calabria, ma è una frana più vasta quella che preoccupa. È la frana di una classe politica decrepita, che non vuole cedere il passo. È la frana di quei partiti che si permettono il lusso di creare e alimentare divisioni e lacerazioni in un territorio (come il Vibonese) già frammentato e martoriato. È la frana dei gruppi dirigenti, del mondo delle imprese, dei tecnici, degli intellettuali che assistono, apatici, indifferenti, complici, alla devastazione di tutta la regione. È la frana dei sogni e delle speranze. È anche la frana della pietas e della compassione. È la frana che segnala la più totale mancanza di “religione”, di un qualsiasi tessuto connettivo e comunitario. Quando chi governa, chi gestisce i fondi, chi dovrebbe salvaguardare e valorizzare il territorio si sveglierà, forse, sarà troppo tardi.

Assistiamo sgomenti al ripetersi di strazi conosciuti, a pianti tante volte ascoltati, a funerali che provocano dolore e disagio. Le cronache di oggi assomigliano troppo a quelle di ieri e di avantieri per non pensare che qui c’è una tendenza a ripetere gli errori di sempre, per non capire che tutto cambia a parole e niente cambia davvero. Nel 1951 era toccato ai paesi dell’Aspromonte, del versante jonico, delle Serre: ad Africo, a Casalnuovo, a Brancaleone, a Badolato, a Ragonà, a Nardodipace. Esodi, trasferimenti di abitati, dispersioni. Nelle cronache dell’epoca si possono leggere le dichiarazioni dei politici che gridavano “mai più!”. La stessa promessa all’inizio degli anni settanta dinnanzi alle rovine di Roghudi, di Chorio, e ancora di Nardodipace. Di nuovo rovine e dispersioni, nascita di doppi inabitabili e inospitali. Fortune di gruppi malavitosi che si affermano grazie al controllo dell’edilizia pubblica e privata, preludio alla nascita del controllo delle armi e delle droghe. È di cinque anni fa il crollo di Cavallerizzo. Non si verificano morti grazie alla vigilanza delle popolazioni, ma il paese viene abbandonato. Si disse ancora che non si sarebbero più verificati crolli come quello di Cavallerizzo. Adesso Bertolaso, il responsabile della Protezione civile, oggi con un nuovo ruolo, torna per prendere atto di quello che sapeva, che tutti sapevamo, che lui stesso aveva denunciato: essere la regione terra in bilico, sfarinata, a rischio geologico, e anche a forte rischio sismico. Cosa si fa tra un annuncio e una catastrofe sempre imminente e incombente? Convegni, libri, analisi in occasione del centenario del terremoto del 1905 e di quello del 1908 e intanto la regione è la prima in assoluto per rischio terremoti e l’ultima per prevenzione. Rispetto al passato, siamo in grado di prevedere, di monitorare il territorio, di seguire l’andamento delle piogge e l’evoluzione delle faglie. Si sa tutto e non si fa niente. Ci sono i soldi e le competenze per contrastare le devastazioni della pioggia e del fuoco, non c’è la volontà, non c’è nemmeno la capacità di spendere.

Frana di Maierato
Frana di Maierato
Gli amministratori e i politici ripetono le stesse cose ma intanto si stenta ad avviare - nonostante l’impegno di tecnici di grande competenza come Salvatore Orlando e la presenza in giunta di Domenico Cersosimo - i Por che dovrebbero proteggere la montagna, difendere i boschi, arrestare lo svuotamento dell’interno. Dove è l’inghippo? Perché non si procede speditamente, senza tenere conto degli appetiti di mille questuanti, che invocano i soliti interventi a pioggia e frammentati, che non servano a questa terra che ha bisogno di un’idea e di un progetto unitari? Gli amministratori di centinaia di comuni grandi e piccoli chiedono, a ragione, lo stato di calamità, fondi straordinari, nuovi sussidi. Nessuno spiega, tuttavia, mai come sono stati spesi i soldi avuti, nessuno si presenta con un piano di difesa e di tutela del territorio. Nessuno spiega perché vengono sventrate le montagne, devastati i fiumi, chiuse le vie naturali delle acque. Senza una ragione, senza una finalità, senza un utile, che non sia l’arricchimento veloce di ceti e gruppi di potere famelici, insaziabili, disposti a tutto.

Africo / Rovine del paese abbandonato dopo l'alluvione del 1951
Gli ordini delle professioni che si occupano del territorio, ad ogni catastrofe, ricordano che i loro allarmi non vengono ascoltati, che gli amministratori sono insensibili, ma non dicono mai perché tanti tecnici sono totalmente subalterni al potere politico, perché firmano progetti e piani di opere improbabili, perché si rendono responsabili di una cementificazione selvaggia che genera frane e sconquassi. Chi firma il progetto di ponti, di palazzi, di case che crollano? Chi controlla le mille opere incompiute? Chi rende possibili le varianti delle varianti e le varianti delle varianti delle varianti? All’infinito. Senza realizzare mai nulla, se non la creazione di economie e di mentalità illegali.

Africo / Rovine del paese abbandonato dopo l'alluvione del 1951
Si ripete, con una ritualità stucchevole, che il territorio è la nostra ricchezza e invece sappiamo che è la ricchezza di mafie, ’ndranghete, clienti, costruttori, tecnici contigui alla criminalità, al malaffare, ai procacciatori di fondi e di finanziamenti europei. Non c’è metro quadrato che non venga controllato dalla criminalità e le cronache recenti hanno parlato di costruzioni non in regola, di cemento che manca nei pilastri, di opere incomplete e arrangiate, di ponti costruiti senza criterio, di colline e montagne sventrate soltanto per fare profitti. La creazione della stazione unica appaltante, voluta dalla Giunta Regionale, è una notizia in controtendenza. Bisogna renderla operativa. Bisogna che si muovano lungo questa strada anche le province, i comuni, oserei dire anche i “privati”. La legalità, la moralità, le regole, la capacità di progettare e di inventare pensando al bene comune, alle risorse naturali e umane, diventeranno mai un patrimonio condiviso, un codice etico praticato? Cesseranno di essere soltanto slogan, formule liturgiche, scongiuri di maniera? C’è ancora qualcuno (i partiti? il sindacato? la chiesa? le università? le imprese?) in grado di assumere impegni, di caricarsi di responsabilità, senza promettere, senza annunciare, senza attendere, semplicemente mettendo in atto quelle azioni, quegli interventi, quelle iniziative che ogni cittadino perbene e di buon senso conosce e che, da lungo tempo, da troppo tempo, ormai si attende?

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