«Fine Pasto» // Filippo La Porta su LEFT


(dalla rivista «Left» del 6 Febbraio 2016)

L’assai è come il niente. Quando siamo in cucina 
Vito Teti indaga gli eccessi della nostra dieta. Da quando è sempre domenica 

di Filippo La Porta


Una volta il timballo e le pasterelle si mangiavano solo la domenica, oggi a tavola è sempre domenica! Con la conseguente fine di ritualità e simbologie. Si esagera con il cibo, come si esagera con il cemento e con tutti i consumi in genere: un miliardo e mezzo di persone a rischio di diabete, tumori e patologie in cui l’eccesso di cibo è la causa prima. Che fare? Ci abbandoniamo a manie dietetiche? Torniamo al passato, alla moderazione e alla parsimonia?
Il libretto dell’antropologo Vito Teti Fine pasto. Il cibo che verrà (Einaudi) si segnala per una qualità della documentazione e per un equilibrio raro. Ci avverte infatti che il rapporto uomo- natura non è mai idilliaco, che l’agricoltura preindustriale era fonte di privazioni, ristrettezze, staticità culturali gerarchie familiari. Però non rinuncia a cercare di nuovo una sacralità del cibo, una salute intesa non in senso puritano, un man- giare legato a convivialità, il cibo locale come marcatore di una identità mobile.
Teti ci parla di magro e grasso (una volta la grassezza era status symbol), di patatari e mangiafichi, di emigrazione e innovazione alimentare, di banchetti nuziali e funebri, dell’acqua come bene con- diviso, di civiltà del pane, di Pellegrino Artusi che volle unificare l’Italia sul piano gastronomico... Mi soffer- mo solo su due temi. Una sacrosanta sfuriata contro la «repubblica dei cuochi» (televisivi e mediatici), temibile autocrazia che aggredisce, urla e impedisce qualsiasi dialogo ( il cuoco Carlo Cracco come modello di una sacralità da tutti riconosciuta): il trionfo del cibo parlato e figurato.
E poi la acuminata decostruzione della “dieta mediterranea”, una leggenda e una strategia di marketing (slegata da qualsiasi area geografica del Mediterraneo), un mito inventato in ambito anglosassone anche se con un fondo di antiamericanismo (contro cioè uno stile alimentare omologante). Anche se almeno ci ricorda la antica relazione tra pia- cere, cibo e salute. L’autore conclude poi saggiamente con un modo di dire dei suoi luoghi ovvero la Calabri dove si dice : «L’assai è come il niente». 


1 commento:

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